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San Giuseppe modello di tutte le virtu perfette

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Trascrizione

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Benvenuti gli ascoltatori di Radio San Giuseppe, ben ritrovati a tutti. Ave Maria, questa sera sarà l'ultima puntata prima della pausa estiva, perché poi a quello che mi ha detto Antonio e probabilmente lo comunicherà anche tutti gli ascoltatori, avremo un periodo, credo per il mese di agosto, di sospensione delle nuove puntate delle Catechesi su San Giuseppe, salvo poi risentirci e riprendere il nostro cammino a settembre.

La meditazione con cui oggi ci congediamo momentaneamente dal Beato Bartolo Longo, che ringraziamo per tutto quello che ci ha donato partendo da San Giuseppe, e approfondendo chiaramente la sua figura e le sue virtù, ci ha donato veramente delle vere e proprie perle di teologia spirituale e ascetica.

La meditazione che faremo oggi è certamente un ottimo congedo da questo percorso, da questa serie di conversazioni che abbiamo fatto insieme, imparando anch'io, non poco, dalla sapienza del Beato. Il Beato Bartolo Longo, sapienza riflessa dello specchio di perfezione che è San Giuseppe con le sue virtù.

In effetti la meditazione di oggi si intitola San Giuseppe, modello di tutte le virtù perfette, e vedremo che contiene nella sua stringatezza ed essenzialità una folgorante e avvincente carrellata di alcuni tratti, della straordinaria personalità morale e spirituale di San Giuseppe, che poi chiaramente cercheremo di calare per quanto possibile nella nostra esistenza, ricordando sempre che il motore di ogni devozione, come sappiamo, è l'imitazione, che è il compendio e la sostanza di ogni vera devozione.

Io cedo subito la parola al Beato Bartolo Longo per non dilungarsi troppo nel prologo e poi un po' più di tempo per ritornare nella meditazione su ciò che adesso ascolteremo. La vita di San Giuseppe si può compendiare in tre parole. Povertà, sofferenze, lavoro. Egli ha sopportato pazientemente, ha pregato continuamente, ha tutto indirizzato a Dio e ciò gli è bastato per sorpassare in santità, dicono i dottori, gli altri santi del cielo.

Nella mia condizione presente, in quella che Dio mi riserva per l'avvenire, mi sarà sempre possibile ed anche facile di divenire un gran santo. O San Giuseppe, fammi capire bene il valore di queste tre parole. Rassegnazione, lavoro, pensiero di Dio. San Giuseppe viveva nell'umiltà.

Egli si occupava ad accontentare Gesù e Maria. Si lo ringraziavano con un sorriso amorevole. Giuseppe, felicissimo, benediceva Dio del buon successo che gli dava. Ecco la vera umiltà. Essere umile non consiste nel dire ovunque che non si è buoni a nulla. Perché si rischia di vilipendere i doni del Signore.

Ma nell'attribuire a Dio i nostri buoni successi e nell'indirizzare sempre a Lui gli elogi che ci vengono fatti. Senza il sorcorso di Dio che potreste fare di bene? Niente. La vostra intelligenza, le vostre membra, tutto vi è stato dato da Lui. Se qualche volta siete stimato, lodato, ricompensato, siate contento.

Ma come Giuseppe, datene lode a Dio. Abituatevi a riferire tutto a Dio. Allorché siamo biasimati o corretti, possiamo esserne dispiaciuti, ma non turbati. E diremo, domani farò meglio di oggi, perché ascolterò la voce di Dio con maggiore attenzione. Premetto che soltanto su queste poche cose che abbiamo letto potremo stare a meditare fino all'alba di domani mattina.

Però chiaramente ci limiteremo. San Giuseppe gli diceva nel fervore. Essere fervoroso vuol dire aspirare ad essere sempre più santo. Vuole fare meglio oggi che ieri. Meglio questa sera che questa mattina. Procurare di aggiungere qualche cosa, non al lavoro, ma alle cure per far bene questo lavoro.

Il fervore è la vita, è l'avanzarsi dell'anima verso il cielo. In ciò doveva consistere tutta l'applicazione di San Giuseppe. Piacere a Gesù e a Maria. Fare oggi per essi qualcosa più di ieri. Non è così l'amore di vostra madre per voi? Fate dunque altrettanto per Gesù. Per il vostro prossimo.

Per l'anima vostra. Dio sarà contento dei vostri sforzi. San Giuseppe era pieno di zello per la gloria di Dio. Non vi è nessuna particolare notizia sull'apostolato di San Giuseppe, ma possiamo ben comprendere che egli non lasciava passare nessuna occasione di parlare di Gesù. Non parliamo noi volentieri delle persone che amiamo.

Il suo soggiorno in Egitto, dice un autore, fu occasione di molte conversioni. Il vero Dio non è conosciuto, diceva Maria. Ed eccoli l'uno e l'altro, a cominciare dalla preghiera, poi ad attirare le persone con la loro affabilità, ed infine spiegare loro i misteri della fede, senza appunto curarsi di essere qualche volta respinti ed anche disprezzati.

Esempio per noi. Una buona parola, una parola pia, non costa nulla. E forse l'anima a cui è diretta questa parola non aspetta che questa spinta, per essere tutta di Dio. Diciamo anche noi, ogni giorno, qualcosa di Dio. Preghiamo San Giuseppe perché ci ottenga la virtù della perfezione.

Il nome Giuseppe, questo ricordiamolo, l'abbiamo già visto, significa accrescimento. Ad onore del Santo, dunque, protestate che volete crescere nelle sante virtù. E per amore di San Giuseppe, astenetevi. Oggi e sempre, da ogni peccato, fosse anche veniale. Proviamo a ripercorrere questo nuovo florileggio di straordinarie virtù, solide virtù, e che ci fanno anche comprendere come, attenzione, che la santità non deve essere, come dire, concepita come qualche cosa di...

adesso non mi viene bene il termine, di quasi disincarnato, oppure di surreale, oppure di... di strano, di triste, di stranamente mistico, ecco, diciamo così. È fatta di virtù, come dicono i maestri di spirito, molto sode e molto solide, ma quotidianamente liberi in qualunque momento, e che non sono tali da attirare così grandi attenzioni di nessuna sorta.

Tenete sempre presente una cosa. Quando la virtù attira l'attenzione, non è mai virtù. Specialmente quando questa attrazione dell'attenzione non è involontaria, perché a volte purtroppo i santi sono precipitati alla ribalta contro la loro volontà, ma è in qualche modo intelligentemente studiata, ricercata, provocata, o cose di questo genere.

Quindi poi ne riparleremo quando andremo a ripercorrere la vera umiltà, Allora, abbiamo la prima trilogia, povertà, sofferenza e lavoro. In modo particolare, sopportato pazientemente, pregato continuamente e tutto indirizzato a Dio. Guardate, eh? Allora, la preghiera, per esempio.

Gesù nel Vangelo dice che bisogna pregare sempre senza stancarsi. Cioè, il merito della preghiera, e anche il frutto della preghiera, viene dalla costanza. Cioè, quando uno comincia a pregare, tu dici quattro rosarie al giorno, stai tranquillo, e quattro rosarie al giorno le dici da oggi fino a quando muori.

E il merito della tua preghiera sarà che tu le dici sempre tutte e quattro, fosse pure una giornata in cui sei veramente in difficoltà, e magari l'ultimo rosario te lo dici prima di andare a dormire, che non puoi stare né seduto né in ginocchio perché ti addormenti, e devi recitarlo trascinandoti, passeggiando da qualche parte, e stando con la testa più di là che di qua, dicono a Roma.

Ma la preghiera deve essere continua. E il merito e il frutto della preghiera viene soltanto da questa continuità. La sopportazione paziente. Noi abbiamo tutti i sacrosanti e benedettissimi giorni. Uh, una palestra perpetua. D'accordo. L'opera di misericordia spirituale più difficile, io scherzando dico sempre, è la preghiera.

E' la preghiera. E' la preghiera. E' la preghiera. E' la preghiera. E' la preghiera. E' la preghiera. E' la preghiera. E' la preghiera. E' la preghiera. Non è perdonare le offese, ma è sopportare pazientemente le persone moleste. Che proprio ci vuole una virtù al grado eroico. Ma possono anche entrare tanti gli altri, tutti i fastidi della vita.

Pensate, il caldo d'estate, il freddo d'inverno, gli imprevisti, le scocciature, le telefonate che arrivano in un momento inopportuno. Ah, ci sarebbe veramente, guardate, ogni giorno da farsi a tonnellate proprio, insomma, di robe di questo genere. No? Purtroppo, e parlo per il sottoscritto, ahimè, la quasi totalità di queste occasioni diventa un'occasione di peccato veniale o di imperfezione, anziché di esercizio della virtù.

E poi tutto indirizzato a Dio. San Paolo dice tutto quello che fate sia tutto a gloria di Dio. Anche le cose indifferenti, anche adesso è estate, no? È diverso andarsi a fare le vacanze così, oppure indirizzare anche il tempo del riposo e della giusta distensione all'ode e gloria di Dio, no?

Quindi ringraziando il Signore, offrendogli anche quel tempo di distensione, santificando magari anche quel tempo di distensione, quindi non sciupando il tempo soltanto in anche giusti attività ricreative, insomma, distensive, ma anche approfittando, insomma, per stare un po' col Signore, per leggere un po'.

Per pregare un po' di più, eccetera, no? Va bene. Poi c'è un'altra grande considerazione. Ecco, io non so quanti ascoltatori ci credono sul serio. E rileggo un'espressione. Nella mia condizione presente, in quella che Dio mi riserva per l'avvenire, mi sarà sempre possibile, attenzione, ed anche facile, mediante la grazia, di divenire un gran santo.

Gran santo! Vedete quanto quante volte parlando con la gente, ricordate che la nostra vocazione di essere santi, tutti che ti dicono, eh sì, santo, padre, santo, insomma, magari, insomma, ma santo non è roba per noi. Ma quando la Chiesa l'ha insegnato pubblicamente, nel quinto capitolo della Lumen Gentium, Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, afferma che la vocazione alla santità è una cosa universale.

Tutti sono chiamati alla santità e alla santità consola al proprio stato, forma e genere e condizione di vita. Non a santità strane, che siano, diciamo così, macchiette, parolacce. Non a trossistiche e trasposizioni di modelli di santità adatte ad altre forme, in forme di vita completamente diverse da quei modelli.

E su questo ricordiamo sempre che la meditazione su San Giuseppe, anche questo l'ho ripetuto fino alla nausea, di questa cosa agli ascoltatori, è un grandissimo sprone, perché San Giuseppe è realmente uno di noi, no? Apriamo poi adesso la grande parentesi sulla vera umiltà. Quanta gente!

Che sta sempre dicendo, ah, io sono un disastro totale, ah, io non so buona a nulla, ah, io non sono buona a far niente, e si piangono addosso in maniera completamente inutile, sterile, pensando poi, tra l'altro, di essere umili. Allora, chi fa così, ricordatelo sempre, perché di esemplari di questo genere nella fauna dei figli degli uomini ce ne sono vari, spera sempre.

Che quando uno dice, ma io sono un disastro, non sono proprio buono a far niente, e qualcuno gli dica, ma no, ma come sei un disastro? Ma tu sei bravo, tu sei questo di questo, sei questo di buono, sei quest'altro di buono. L'umiltà non è mai una forma di sterile, piagnucoloso e complessato disprezzo di se stessi.

Questi non sono atteggiamenti cristiani, questi sono atteggiamenti da parte di persone che non hanno ancora fatto un minimo itinerario, di guarigione e di riconciliazione con se stessi. Anche se sono vent'anni che vanno a messa tutti i giorni e dicono quattro rosali al giorno, perché quelle sono cose necessarie, ma non sufficienti, perché noi dobbiamo fare i conti con noi stessi, e cercare di guardarci bene, di studiarci bene, di studiare le nostre reazioni.

Io ogni tanto suggerisco di... tenete presente che noi comunichiamo al 92, al 2%, senza le parole. Una persona che è superba, che vuole attirare a sé l'attenzione, lo fa in cento miliardi di modi. Così come una persona che vuole ferire e disprezzare il prossimo, non c'è affatto bisogno che lo mandi a quel paese o che proferisca parole pungitive.

Basta uno sguardo, basta una smorfia, basta un'espressione del viso, come dire, ironica, sarcastica, o cose di questo genere. E tu la persona l'hai già distrutta, d'accordo? Poi quando persone di questo genere vengono riprese, dico, io non ho fatto niente. Chi ha detto una parola? Io ho fatto qualcosa.

Quindi bisogna fare attenzione, perché nell'umiltà, l'umiltà è virtù che sta nascosta. Quindi quando l'umiltà diventa appariscente, cioè che si fanno dei gesti ostentatori, dell'umiltà, vi ricordate quando ci sono delle cose appariscenti, tipo il digiuno, tipo la preghiera, o tipo le mosi, una cosa raccomando a Gesù, di farle assolutamente per quanto possibile di nascosto.

Qui non bisogna esagerare, perché io qualche volta ho parlato con persone sposate, e dice, io no, il giorno del digiuno me ne devo andare a casa. Dico, perché? Perché se faccio il digiuno poi i mogli mi vedono i figli. Dico, non è questo il senso, no? Dicendo questa cosa non la devi ostentare, non la devi mostrare, però è chiaro che se qualcuno, insomma, convive con te e non condivide questa cosa, tu con molto umiltà gli dirai, non pensare che io sia chissà che o chissà che cosa, è una cosa, insomma, che sembra che l'abbia chiesta la Madonna, non pensare che sia chissà che, non pensare che per questo sia santo, però mi sento di offrirla, quindi non ci fare caso e basta, no?

Quindi anche quando uno, come dire, si piagnucola, anche con i ragazzi, no? Ogni atteggiamento stravagante e strano, le persone che si isolano, le persone che si tirano fuori, quante volte ho detto ai ragazzi, dico, ci sta da fare i cretini? E fa il cretino, ci sta da fare il balletto a, come si chiama, all'estate ragazza?

Ah, no, il balletto non lo faccio, ma fa il balletto in quel momento lì. Perché è il momento di fare il balletto. Io che sono prete non posso fare troppo il cretino, ogni tanto lo faccio nei limiti in cui è consentito, non è da fare il balletto, però nei limiti in cui si può, in certi contesti, in certe situazioni, è opportuno farlo.

Però per non creare situazioni, capite, di questo genere. Quindi l'umiltà è una virtù che si percepisce ma non si vede nella persona. Perché se la persona comincia, ripeto, a fare dei gesti troppo appariscenti, con l'umiltà è sospetta, perché diventa una forma raffinata di superbia.

Voi sapete, c'era un mio professore che diceva, sulla base, adesso vi faccio fare una risata, seguitemi un attimo, c'era un filosofo antico che voleva dimostrare che la verità non esiste, e si chiamava Zenone, e aveva formulato un'antinomia. Antinomia vuol dire che tu dici al tempo stesso una cosa e al suo contrario.

L'antinomia diceva, vuoi scommettere che ti dimostro che la verità non esiste? Dice, guarda, tu pensa a questa frase, io mento, se mento dico la verità, e se dico la verità mento. Quindi la verità non esiste e non è qualcosa di oggettivo. C'era un buon professore, un bravo professore che avevo io quando studiavo la gregoriana, che diceva, ah ma c'è anche l'antinomia del cristiano.

Io sono umile, perché se lo dico non lo sono, e se lo sono non lo dico. Ma così è anche vero, non solo che se lo sono non lo dico, se lo sono non lo faccio vedere, e se lo faccio vedere non lo sono. Capite? Perché l'umiltà è virtù, cioè la creatura più umile del mondo che esiste è la Madonna, e l'umiltà della Madonna è esplorata e conosciuta solo da Dio.

Leggete il trattato della vera devozione. La sua massima aspirazione era di rimanere nascosta da tutte le creature per essere conosciuta da Dio solo. Allora, che succede? L'umiltà è verità, dice Santa Teresa Davida. Ed è verità. Retta conoscenza di noi stessi. Allora, chi sei tu?

Tu sei un misto di doni che Dio ti ha fatto, che sono i suoi. Di cose buone che tu fai, non perché sei chissà chi o chissà che cosa, ma perché Dio ti dà la grazia di farle. E di molte cose meno buone che fai, e che vengono da te, e dalla tua condizione di figlio di Adamo e di peccatore.

Basta. Quindi che succede? Che se qualcuno ti dice bravo, tu non ti devi scomporre proprio per niente. Rispondi. Lode a Dio. Fine del discorso. E senza che tu... Quindi non te lo vai manco a stare a ricercare, che te stai a dire sempre che fa qualcosa, e ti aspetti sempre che qualcuno ti dice che sei bravo.

Perché se pensi questo, vuol dire che sei complessato. Capito? La lode te la dà il Padre Etero, ma te la dà in maniera molto molto... sui generis, perché se tu fai qualcosa di buono, quella viene da Dio, sia per i doni di natura che ti ha fatto, sia per quelli di grazia. Io lo so benissimo che se Dio mi togliesse la mano dalla testa, io che sto sempre a chiacchierare, a destra e a manca, non sarei capace di spiccicare una parola una pressa all'altra.

Me ne sono convintissimo di questo. D'accordo? È una cosa che, se Dio vuole che sia messa a suo servizio, bene, quando Antonio mi chiamò a collaborare con la Dio San Giuseppe, io gli dissi, benissimo, se tu vuoi. Se un giorno mi dovesse dire, Don Leonardo, non abbiamo più bisogno di te, ma benissimo, ci riposiamo un po', non è che mi ci pensi, oddio non mi vuole più, che ho sbagliato, che ho fatto.

La volontà di Dio. Basta. D'accordo? E se qualcuno ti rimprovera, te lo tieni, perché che ti rimprovera? Cosa c'è di strano se tu fai tante cose negative? E serenamente puoi anche avere un pochino di dispiacere umano, dice qui, ma senza turbamento, e dici, va bene, la prossima volta andrà meglio.

Pazienza. La prossima, questo lo dico in confessione, e da domani faremo meglio di oggi. Basta. Non c'è tempo, purtroppo, di approfondire, perché questo discorso dell'umiltà mi sembrava tanto importante, ve lo richiamo, il fervore e lo zelo di San Giuseppe. Ricordando che uno è fervoroso se ha come compito oggi meglio di ieri.

E senza che in questo si pensi che ci sia superbia. Noi dobbiamo provarci sempre. E lo zelo consiste nel non aver paura di farsi vedere come cristiani, non di mettersi in mostra, ma qui quando c'è, da essere disprezzati o da essere criticati, metterci sempre una buona parola. Ricordando però che c'è una sequenza, questo vorrei chiudere con questa espressione.

Prima si prega, cominciare ad attirare a pregare, poi si attirano le persone con l'affabilità, si intessano buone relazioni, si costruisce e si cerca di avere sempre buone relazioni con tutti e di far sentire amante le persone. Dopo, si può ammettere una buona parola e si può dire qualcosa di fede.

Sempre l'ultima cosa. Non ci venga mai in mente che per lo zelo cominciano a fare gli strani profeti, quelli là che cominciano ad andare a prendere petto a destra e a sinistra, a prendere le persone per il collo. Sentite la catechesi di Adolfo Leonardo, perché così, o cose del genere, o sentite l'omelia di Tizio Decaio o di Sempronio, sentite tutti quanti gli Angelus del Papa che ti tirano al collo perché lo devi fare.

Non va bene questo qui. Prima la parola, poi la parola. Prima la preghiera, che è Dio che muove i cuori. Secondo, studia di farti amare, diceva San Giovanni Bosco. Scavano i cuori e poi vedrai che se c'è dei buoni rapporti, le persone sono ben disposte ad ascoltarti anche se sono atee, se tu gli dici mezza parola di fede, almeno la prenderanno in considerazione e forse si convertiranno.

E a questo punto vi saluto, vi benedico e salvo novità che mi comunichi Antonio, vi do buone vacanze, vi auguro buone e sante vacanze e ci risentiamo con nuove puntate, con nuove puntate su San Giuseppe, se Dio vuole nel mese di settembre. Ave Maria.

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