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Il quarto comandamento
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n. 25 - 24 giugno 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 14 - Il Settimanale di Padre Pio - 24 giugno 2012 - n. 25 I l Quarto Comandamento è il primo e il più importante della serie dei precetti dedicati all’amo- re del prossimo, comunemente designati come “seconda tavola”. La sua formulazione originaria, cristallizzata nel libro dell’Esodo, lega al suo adempimento la bene- dizione della longevità: «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel pae- se che ti dà il Signore tuo Dio» (Es 20,12). L’oggetto proprio e formale di questo Comandamento è dunque costituito dai doveri dei figli verso i genitori, ma, secondo la Dottrina tradizionale, si estende ad ogni forma di autorità costitui- ta (doveri degli alunni verso i do- centi, dei cittadini verso lo Stato, dei “sudditi” verso i “superiori”, ecc.) e sottintende i reciproci do- veri di ogni legittima autorità ver- so i propri sottoposti (dei genitori verso i figli, delle autorità dello Stato verso i cittadini, dei fedeli verso i sacerdoti, ecc.). L’ambito di estensione del Quarto Comandamento, rebus sic stantibus, abbraccia, sia pur per accidens, istituzioni e situazioni la cui problematica è di strettissi- ma attualità: la famiglia, la mora- lità delle leggi dello Stato, l’edu- cazione, tanto per citarne qualcu- na. Inevitabilmente, pertanto, la trattazione di quest’argomento ri- chiederà delle ponderate conside- razioni su tali tematiche, tanto più urgenti quanto più grande sembra farsi la confusione e lo smarri- mento su alcuni secolari capisaldi del pensiero e della cultura occi- dentale, che qualcuno vorrebbe frettolosamente mettere nel di- menticatoio o in una sorta di mu- seo di istituzioni anacronistiche. Il Quarto Comandamento, come già il Terzo, è espresso in forma positiva e prescrive di “onorare” il padre e la madre. Qual è il contenuto dell’onore do- vuto ai genitori? Per comprender- lo, è bene passare in rassegna i va- ri comportamenti da tenere nelle relazioni con gli altri in base alla virtù cardinale della giustizia, che configurano altrettante virtù con i relativi atti. Essi sono: adorazio- ne, venerazione, onore, rispetto. L’adorazione è dovuta a Dio solo, Creatore e Signore di tutte le cose, come atto supremo di riconosci- mento della sua assoluta santità ed eccellenza, a cui è dovuta ogni lode, onore e gloria oggi e sempre nei secoli. La venerazione è inve- ce dovuta alle creature moralmen- te meritevoli, la cui eccellenza è attestata dal vivere secondo vir- tù: tra esse, la prima a cui è do- vuta la venerazione (anzi la “iper-venerazione” o “iperdu- lia”) è la Madonna, seguita dai Santi. Per la verità anche nel consorzio civile è conosciuta una variante laica di questa vir- tù, con i vari riconoscimenti ci- vili o militari al merito, che ha peraltro un suo parallelo anche nelle onorificenze ecclesiasti- che (tutti i lettori avranno certa- mente conosciuto qualche “monsignore”...). L’onore è l’atteggiamento dovuto alle le- gittime autorità costituite ed è loro dovuto a prescindere dalle qualità soggettive di esse. È molto importante chiarire da subito quest’aspetto essenziale: mentre la venerazione presup- pone l’eccellenza morale del suo destinatario, non così l’onore dovuto alle legittime autorità. Un genitore non per- fetto e non assolutamente esemplare, non perde il diritto all’onore da parte del figlio, co- sì come dei governanti non per- fetti che emanassero leggi mo- ralmente lecite; né eventuali ri- fiuti o ribellioni da parte dei soggetti all’autorità potrebbero giustificarsi con la vera o pre- sunta indegnità morale dell’au- torità legittimamente costituita. L’onore è dunque qualcosa di più del semplice rispetto, in quanto comporta, a differenza di quest’ultimo, il dovere della gratitudine e dell’ubbidienza. Il rispetto, infine, è dovuto ad ogni creatura umana in quanto tale, anche qui a prescindere dalla bontà o cattiveria morale del destinatario. Il fondamento dell’onore si trova nel fatto che le autorità legittime rappresen- tano Dio in quanto sovrano e Signore di tutti e di ciascuno; il fondamento del rispetto si trova nel fatto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio e per cia- scun essere umano il Figlio di Dio si è fatto uomo, ha patito ed è morto. Si badi dunque che mentre le prime due virtù han- no come fondamento il merito e l’eccellenza dei destinatari (Dio e coloro che si distinguono per virtù e santità), le ultime due hanno come fondamento ogget- tivo l’ordine stabilito dall’Altis- simo e pertanto non dipendono dalle qualità soggettive dei de- stinatari. Il dovere di onorare il pa- dre e la madre costituisce una parte della virtù cardinale della giustizia che regola i rapporti dei figli verso i genitori, ovvero la pietà filiale. Essa si specifica anzitutto nella riconoscenza e gratitudine che i figli devono sempre avere e conservare ver- so i genitori per il dono, unico e non ricambiabile né eguagliabi- le, della vita ricevuta, nonché per tutte le cure e i sacrifici che i genitori hanno dovuto affron- tare per allevare, mantenere, educare e far crescere i loro fi- gli. Al riguardo, è opportuno ci- Si è tenuti ad onorare anche un’autorità indegna e non esemplare? Cosa significa, in sostanza, onorare i propri genitori? Che differenza corre tra onore e rispetto? Tutte domande lecite a cui si risponderà secondo la tradizionale e ufficiale Dottri- na della Chiesa. di Don Leonardo M. Pompei prima puntata
n. 26 - 1° luglio 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 14 - Il Settimanale di Padre Pio - 1° luglio 2012 - n. 26 A fronte dei tre gravi doveri dei figli verso i genitori, che abbiamo passato in rassegna nella scorsa puntata, si trovano altret- tanti doveri dei genitori verso di essi. Si tratta del dovere di acco- glierli una volta concepiti (e di non impedire che il concepimento avvenga), di educarli e di allevar- li e mantenerli, provvedendo ai loro normali bisogni materiali e spirituali. Il primo dovere, come è evi- dente, chiama subito in causa le gravissime piaghe dell’aborto e della contraccezione, su cui avre- mo modo di soffermarci larga- mente nella disamina del Quinto e del Sesto Comandamento. Per ora ci limiteremo a dire che si tratta di doveri nativi e fontali, radicati nel sacramento stesso del Matrimo- nio, in cui la procreazione (alme- no nella Dottrina classica) rappre- senta il fine assolutamente prima- rio, senza il quale il Matrimonio semplicemente non avrebbe ra- gione di essere. La mentalità, og- gi così diffusa, secondo la quale scegliere se fare i figli, quando e quanti farne, se “tenerli” qualora fossero frutto di “incidenti impre- visti e indesiderati” è tanto più di- sdicevole e aberrante quanto più sembra oggi essere accettata co- me perfettamente e assolutamente normale, come ambito esclusivo e insindacabile della “coscienza” (???) dei genitori, su cui nessuno (neanche, anzi, tanto meno i con- fessori) può azzardarsi a mettere bocca (o becco!). Gravissime so- no le responsabilità dei genitori verso i figli non nati, sia quelli soppressi perché indesiderati sia quelli nemmeno concepiti per cal- coli egoistici o comunque molto umani. Responsabilità non solo verso creature a cui si è impedito di venire sulla terra e compiere la missione pensata per loro da Dio, ma verso Dio medesimo, che se ha dato all’uomo l’onore di esse- re suo collaboratore nel trasmette- re la vita, chiederà anche stretto e severo conto a chi ha dimenticato l’onere speculare, consistente nel non impedire che una nuova vita, che è sempre un immenso dono di Dio, venga al mondo per compie- re la sua Volontà e poi goderlo in Paradiso. Necessariamente più artico- lato deve essere il discorso sul- l’educazione, problema quanto mai attuale e scottante. Tutti i cat- tolici, infatti, sanno (o almeno do- vrebbero sapere) che la Chiesa italiana attraverso la CEI ha posto il problema dell’educazione al centro della pastorale per il de- cennio 2010-2020, prendendo at- to del vero e proprio disastro edu- cativo a cui si sta assistendo, pe- raltro puntualmente profetizzato, a suo tempo, dal grande San Pio da Pietrelcina che, prevedendo i tristi tempi attuali, tuonava non molto prima di lasciare questo mondo: «Verrà una generazione di genitori incapaci di educare i figli! Non vorrei essere nei pan- ni dei vostri nipoti». Se c’è un campo in cui la deriva antropocentrica e psico- logizzante che ha imperato ne- gli ultimi quarant’anni in Italia (senza che la tendenza sembri a tutt’oggi invertita) ha causato vere e proprie devastazioni è proprio quello dell’educazione, a tutti i livelli, ma soprattutto familiare e scolastica. Tutti i principi dell’educazione cristia- na, accumulati in un’esperienza di vita e cultura bimillenaria, sono stati letteralmente gettati dalla finestra e da qualcuno messi letteralmente al bando. Un vero e proprio oblio, com- piuto nel nome di un buonismo tanto più assurdo quanto più apparentemente seducente. La logica che presiede ai nuovi “sistemi educativi” (o disedu- cativi?...), a parere di chi scrive, è quella che affonda le radici nel pensiero del filosofo illumi- nista Rousseau, che coniò la nuova perniciosissima variante laica dell’eresia pelagiana. Per Rousseau aveva radicalmente torto Hobbes nel predicare il noto aforisma “homo homini lupus”, ovvero l’irrimediabile e incurabile cattiveria congenita dell’uomo (variante laica del- l’eresia di Martin Lutero, per cui l’uomo è assolutamente, inesorabilmente e inevitabil- mente peccatore). L’uomo, se- condo Rousseau, è invece fon- damentalmente e radicalmente buono. La cattiveria che a volte si constata in lui dipende sem- plicemente da ignoranza (non sa di fare il male) o da qualche cattiva abitudine contratta in base al cattivo esempio. Baste- rà dunque insegnare (ovvia- mente con amore e dolcezza) e far capire la cattiveria di un’azione, perché il problema educativo sia risolto. Guai a usare mezzi coercitivi, guai a mortificare, guai a umiliare! Che senso avrebbe fare queste cose se del male nessuno è mo- ralmente responsabile? Chiediamoci ora: cosa ci stanno insegnando dagli inizi di Don Leonardo M. Pompei seconda puntata Quali mezzi è lecito usare nell’educare i figli? Il tema dell’educazione è quan- to mai delicato oggi, data la seria “crisi dell’autorità”, ma dev’essere affron- tato perché esso rientra negli obblighi che ogni genitore cristiano ha verso i figli davanti a Dio.
17 16 - Il Settimanale di Padre Pio - 8 luglio 2012 - n. 27 radicale aiuto della grazia, senza un tenace sforzo ascetico e senza una disciplina che miri a tenere lontane le occasioni di peccato. In conformità a questi impor- tantissimi dati rivelati, fuori dei quali si prendono dei colossali abbagli (e non solo sul fronte educativo), gli educatori cattolici (un nome su tutti: san Giovanni Bosco) hanno sempre racco- mandato anzitutto una gran- de e soprannaturale carità da esercitare e far percepi- re ai destinatari del- l’educazione (figli o allievi); inoltre una modalità educativa che tenda, più che possibile, a tras- mettere valori sodi, fermi e motivati, cercando di radi- c a r l i den- t r o il cuore dei ragazzi che, anche nei periodi di grande turbamento e tentazione, conservano un’irresi- stibile attrattiva verso il bene; il ricorso, nel caso di fallimento dei modi educativi amorevoli, moti- vati e “pacifici”, all’esercizio del- l’autorità, anche mediante l’ap- plicazione di salutari e proporzio- nati castighi; in ogni caso, una grande attenzione ad evitare di scaraventare o abbandonare i ra- gazzi a continue e pericolose oc- casioni di peccato, cercando, per quanto possibile, di custodirne la moralità, la purezza e la bontà al riparo da luoghi, persone e am- bienti che potessero in qualche modo minarle. Questi principi furono elen- cati, proprio in questa rivista, in uno splendido articolo apparso qualche tempo fa, che presentava un ottimo “decalogo dell’educato- re”, le cui sagge e oculate norme vorrei anzitutto richiamare, sotto- scrivere e ribadire: 1) mostrare af- fabilità, ma non debolezza; 2) uni- re austerità a mitezza e battere su dovere e disciplina; 3) mostrare e far percepire amore vero; 4) mo- strare che si è disposti al sacrificio per educare; 5) impegnarsi di più con i caratteri difficili e ribelli; 6) essere vigi- lanti senza trasformarsi in poliziotti; 7) coltivare confidenza e sana fami- liarità con i ragazzi, an- che partecipando volen- tieri ai loro giochi; 8) correggere al momento opportuno; 9) mostrarsi comprensivi verso le difficoltà dei ragazzi (anche in campo reli- gioso); 10) ricordare che Dio e i Sacramenti sono la base dell’educa- zione, sia per gli educa- tori sia per gli “educan- di”. Vorrei ora, rial- lacciandomi idealmente a questi “comandamenti”, permettermi di chiosarli con un ulteriore decalo- go, che, attualizzando alcune po- sizioni educative “classiche”, orienti dinanzi ad alcuni atteggia- menti concreti (da tenere o da evi- tare) su cui mi sembra che ci sia non poca confusione ai nostri giorni. Essi sono frutto, oltre che di attività speculativa, dell’espe- rienza che, come parroco, sono andato accumulando nei miei non molti ma intensi anni di ministero apostolico. 1) Sospettare sui figli non è peccato. Siamo stati tutti ra- gazzi e quasi tutti (concediamo che tra i lettori ci sia qualche san- to...) abbiamo provato a fare i fur- bi con i nostri genitori. Non si ca- pisce la grande ingenuità con cui molti genitori attuali non solo non mantengono un atteggiamento guardingo sui figli, ma sembrino ciechi anche dinanzi ad evidenti e gravi spie che cominciano ad ap- parire soprattutto in età adole- scenziale. 2) Verificare se i figli sono degni di fiducia, ossia se non mentono. La menzogna è una del- le figlie primogenite del nostro nemico, chiamato non senza mo- tivo il “padre della menzogna”. I ragazzi, anzi i bambini, vi ricorro- no non di rado per nascondere marachelle più o meno grandi. Guai a illudersi che “mio figlio mi dice tutto e non dice mai bu- gie!”. 3) Non tollerare mai e per nessun motivo mancanze di ri- spetto. Oggi molti ragazzini si permettono di rispondere in ma- niera villana e screanzata ai geni- tori, di mancare di rispetto anche pubblicamente, a volte addirittura di offendere apertamente i genito- ri. Lasciar fare senza intervenire risolutamente anzitutto è segno di debolezza (e non di bontà) e ren- de i genitori e gli educatori conni- venti con tutti i comportamenti sprezzanti e arroganti che i ragaz- zi avranno da adulti con chicches- sia: se non si rispetta chi ti ha da- to la vita, come rispetterai tua mo- glie, il tuo collega, i tuoi gover- nanti? 4) Verificare le compagnie, anche di zii, cuginetti e cuginette. Le cronache nere attuali sono pie- ne di brutti episodi legati alle cat- tive compagnie, sovente tra le cerchie dei parenti ristretti. Innu- merevoli sono i casi di prematura rovina di anime innocenti per la frequentazione di qualche parente poco raccomandabile. La vigilan- za sulle compagnie è dovere fon- damentale dei genitori, perché la sapienza popolare ammonisce che “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”. 5) Insegnare che i premi vanno meritati. I beni non essenziali (motorini, oggetti elet- tronici, colonie estive, ecc.) non possono e non devono essere elar- giti senza condizioni: i ragazzi devono imparare che sono un pre- mio per la loro bontà e per il loro impegno scolastico. Dare sempre e tutto anche a chi è immeritevo- le, indegno o ingrato è somma- mente diseducativo. 6) Non assu- mere mai e per nessun motivo at- teggiamenti contrari a professori e maestri. A mio avviso è questa una gravissima e diffusissima pia- ga: “guai a chi tocca mio figlio, guai a chi si permette di dargli un brutto voto, di contrariarlo, di mortificarlo”. Le nostre nonne, se si prendeva un brutto voto, riser- vavano immediati e salutari scu- laccioni a completamento e com- plemento della giusta mortifica- zione subita a causa di poco stu- dio, mostrandosi non nemiche ma alleate di chi educa e insegna co- me deve, applicando (come d’ob- bligo nel caso del rendimento scolastico) i principi di una rigo- rosa giustizia sostanziale. Oggi non pochi professori scrupolosi si sono visti recapitare avvisi di ga- ranzia e denunce per aver “osato” mortificare un ragazzo con un brutto (e meritato) voto. Dio ci salvi da tanta sciocca miopia! 7) Evitare la televisione in camera e “seguire” l’uso dei computer. Quale occasione di peccato più grande della televisione o del computer, specialmente se si ha libero accesso ad internet? Come pensare che un bambino di 8-10 anni sappia resistere ai precoci e violenti allettamenti del senso, continuamente sbattuti in faccia dai media? Come non capire che lasciare tali strumenti nella libera disponibilità di un preadolescente è come incitarlo a peccare? 8) Evitare usi precoci del telefonino. Anche il cellulare può rappresen- tare un pericolo, che diventa gra- ve nel caso dei moderni smar- tphone, su cui è possibile accede- re a video e scambiarli con un click tra amici non sempre racco- mandabili. Se possibile, rimanda- re più in là che si può la consegna di un telefonino in piena disponi- bilità e limitarne l’uso allo stretto necessario. 9) Non scherzare o ironizzare su “fidanzatini” e sfa- vorire risolutamente esperienze sentimentali precoci. Molti geni- tori oggi minimizzano e scherza- no sulle uscite di bambini e bam- bine che parlano di “fidanzato” anche a 4 o 5 anni e non sembrano af- fatto preoccu- pati che il pro- prio figlio o la pro- pria figlia “esca con il suo ragazzo”, an- che fino a tarda notte, anche a 13-14 anni... Si- curamente i santi educa- tori cattolici avevano, al ri- guardo, idee e posizioni ra- dicalmente opposte... 10) Evi- tare se possibile la frequenta- zione di luoghi ad elevato “ri- schio di peccato”. A parere di chi scrive, due di essi emergono su tutti: le discoteche e le gite scola- stiche. Le rovine che ho sentito causare da una sola serata in di- scoteca e dalla partecipazione ad una apparentemente tranquilla e innocua gita scolastica mi spingo- no ad ammonire, genitori ed edu- catori, a ponderare seriamente e gravemente, davanti a Dio, tali problematiche, evitando soluzioni semplicistiche, buoniste o di co- modo...
zioni sono in larga parte figlie dell’os- servazione e della personale (e per que- sto opinabile) esperienza pastorale di chi scrive. Il tono leggero e scherzoso in cui vengono formulate, vuole solo servire a temperare l’estrema serietà, per non dire la drammaticità, che le ca- ratterizza. Molto diffusa è anzitutto la sin- drome dello struzzo, che poggia sul dogma-slogan: “a mio figlio non può capitare”. Di fronte agli scenari attuali, infatti, quando si assiste a qualche bel- la conferenza con dati e statistiche al- larmanti (si pensi alla larghissima dif- fusione di droga e alcool anche fra gio- vanissimi, alla sempre più precoce ini- ziazione sessuale, al fenomeno del bullismo, ecc.), i genitori che parteci- pano annuiscono col capo e strabuzza- no gli occhi in segno di evidente scon- certo e preoccupazione. L’unica cosa che si esclude a priori è che il proprio figlio o la propria figlia possa vestire i panni dell’attore protagonista di quella brutta storia narrata dal conferenziere, con la nefasta conseguenza che quasi nessun ascoltatore si attiverà per pre- venire quei mali tanto drammatica- mente denunciati. Segue la sindrome del cieco nato, consistente nell’incapacità di guardare in modo oggettivo il proprio figlio, sa- pendone riconoscere insieme agli in- dubbi pregi anche gli inevitabili difet- ti. Il dogma-slogan di questa sindrome è: “guai a chi tocca mio figlio”. Esem- pi concreti: guai al professore che si azzarda a mettere un voto negativo, una nota, guai al genitore dell’ami- chetto che si permettesse di fargli un rimprovero, guai al maestro sportivo o di musica che non pensi che mio figlio sia un campione incompreso o un ta- lento nascosto. Le nostre nonne se si tornava da scuola con un brutto voto, prima menavano le mani e poi chiede- vano (ma non sempre...) eventuali spiegazioni; le nostre mamme, dopo aver compatito il povero figlio bistrat- tato e incompreso, vanno a fare scena- te (se non denunce...) al malcapitato professore o maestro di turno... Un’altra delle sindromi tipiche del nostro tempo, è la sindrome del te- lefono azzurro, che poggia sul dogma- slogan: “i figli non si picchiano”, ov- vero la magna charta degli pseudo- psicologi, sociologi, antropologi anni ’70 e ’80 che, dopo aver applaudito al- la rivoluzione studentesca, hanno cau- sato la proliferazione di personalità in- stabili, inconsistenti, arroganti e pre- suntuose, che un’educazione molle, senza un minimo di disciplina e seve- rità, è inevitabilmente destinata a ge- nerare. Altra follia dei nostri tempi è la sindrome di cappuccetto rosso: “i figli devono fare le loro esperienze”. L’as- surdità di questo improbabile ragiona- mento si dimostra praticamente da so- la. Chi di noi si sognerebbe di approva- re un ragazzino che dicesse: “prendo la sega elettrica e mi taglio un braccio, perché voglio provare come si vive con un braccio solo...”? La vita insegna che alcune esperienze sono nefaste e le conseguenze spesso irreversibili (al- meno da un punto di vista pratico e sal- vo interventi straordinari di Dio), per cui non solo l’asserto è falso, ma è ve- ro l’esatto contrario: ai figli non va da- ta l’opportunità, per quanto possibile, di fare esperienze nefaste. Altro cancro endemico del nostro sciagurato tempo è la sindrome del me- dico pietoso, in base ai cui dogmi “i fi- gli vanno sempre accontentati”, altri- menti soffrono, crescono frustrati, piangono, si sentono inferiori, ecc. Ta- le sindrome attesta l’egoismo dell’edu- catore, che deve prendersi spesso la re- sponsabilità e il dolore (talora non lie- ve) non solo di soffrire, ma anche di far soffrire in vista del bene. Una sindrome in fase oggi netta- mente calante (ma presente soprattutto nelle situazioni di famiglie sfasciate) è quella della mamma chioccia, che esa- spera l’aspetto, di per sé non contesta- bile, che i figli devono essere seguiti e controllati, elevando il tasso di con- trollo ai livelli dell’asfissia, del soffo- camento e del diniego di tutto. Altro grave attestato di egoismo è la sindro- me di Amnesty International, in base alle cui norme fondanti “la guerra è sempre da evitare”. Asserto di per sé condivisibile, anche nell’educazione, purché si ricordi la dottrina del pecca- to originale, in base alla quale in alcu- ne circostanze il ricorso ai mezzi coercitivi è non solo inevitabile, ma anche doveroso. Abbastanza fuori moda è invece la sindrome del padre-padrone, che vorrebbe ridurre l’educazione al solo uso, indiscriminato, massiccio e spregiudicato dei mezzi coercitivi, senza spiegazione, senza misu- ra e senza discrezione. Grave e alquanto diffusa è in- vece la sindrome della rassegnazione imbelle o del- la desistenza, che applica maldestramente un dato oggi assai diffuso tra i genitori post-sessantottini: “siamo stati giovani anche noi e le abbiamo combi- nate di tutti i colori, cosa vogliamo pretendere dai fi- gli? E poi, tutto sommato, non è che sia successa la fine del mondo... in qualche modo ne siamo venuti fuori”. Come se il fatto di aver commesso un pecca- to, bastasse a chiudere per sempre la bocca a chi ha il compito di correggerlo, prevenirlo o ripararlo... Un’applicazione sana di questi principi, viceversa, richiederebbe tanto maggiore sforzo educativo quanto maggiori fossero state le cadute e i disastri vissuti in età giovanile dagli educatori, onde impedi- re che i figli debbano subire gli stessi sconquassi e scompensi di genitori figli della “diseducazione” dell’ultimo quarto del Terzo Millennio. Restano la sindrome del timido, quella del mo- dernismo e quella dell’illuso, anch’esse molto dif- fuse. La prima equivoca su un erroneo concetto di libertà, affermando che basta dire le cose, poi però non si possono imporre per forza né privare i figli della libertà, dimenticando che la libertà è tale e non degenera in puro arbitrio proprio e solo quan- do è specificata e ristretta entro limiti e argini ben precisi (si pensi alle leggi civili di un moderno sta- to democratico. Chi si sognerebbe di dire di non es- sere libero perché non può tranquillamente deruba- re il prossimo?). La seconda sbandiera il trito, ritri- to e stupido slogan: “i tempi sono cambiati e non si possono più imporre certe cose o certi valori”, a di- spetto di ciò che la Madonna, chiaramente e ferma- mente ebbe a dire a Fatima: «verranno mode che offenderanno molto Dio. Non bisogna seguire le mode. La Chiesa non ha mode. Dio è sempre lo stesso», ed anche a dispetto della Sacra Scrittura che afferma: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine» (Eb 13,8-9). L’ultima è tanto più colpevole quanto maggior- mente ingenuo è il dogma-slogan su cui poggia: “Di mio figlio mi posso fidare, perché a me dice tutto!». Ho fatto molte prove con i gruppi di ragazzi chie- dendo loro di dire la verità: «Alzi la mano, ragazzi, chi tra di voi può affermare che ai genitori dice tut- to”. Non ho mai visto una mano alzata... Se qualcu- no, anche tra i lettori, avesse esperienze differenti... non esiti a contattare il sottoscritto o la redazione! Ne saremmo indubbiamente consolati, ma varrebbe comunque il proverbio, ispirato a popolare saggez- za, che “una rondine non fa primavera”! n. 28 - 15 luglio 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 19 18 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 luglio 2012 - n. 28