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Io sono il Signore tuo Dio
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I l cammino della vita o della felicità è espresso, fondamen- talmente, nei due grandi Coman- damenti o precetti della carità. Quando a Gesù fu chiesto quale fosse il più grande comandamen- to della Legge, Egli, prontamen- te, rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comanda- menti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due co- mandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,37-40). Il Comandamento di amare Dio totalmente è dunque dichiarato da Gesù come il più grande ed il primo. Abbiamo dei doveri gravi e seri verso Dio, che dobbiamo osservare a costo anche di spre- mere tutte le nostre risorse affet- tive (“il cuore”), intellettive (“la mente”) e volitive (“l’anima”). È oggi quanto mai necessario tornare a ribadire questo primato assoluto dei diritti di Dio, che sembra essersi purtroppo smarrito dietro una non corretta o malinte- sa concezione del valore e del- l’importanza della persona uma- 14 - Il Settimanale di Padre Pio - 22 gennaio 2012 - n. 3 na, da cui non sono andati talo- ra esenti neppure intellettuali o semplici fedeli cattolici. Provia- mo a fare delle ipotetiche do- mande: “È più grave mancare alla Santa Messa domenicale o marinare la scuola? È più grave rubare o fare la Comunione senza essere in grazia di Dio?”. Quali risposte si darebbero a queste do- mande? Eppure il discriminan- te tra quella che è consi- derata una “brava per- sona” e un “bravo cristiano” è costi- tuito anzitutto dai Comandamenti riguardanti Dio, che nel Decalo- go sono specifi- cati dai primi tre precetti: «Io sono il Signore Dio tuo; non avrai altro dio al- l’infuori di me; non nomina- re il nome di Dio invano; ricor- dati di santificare le feste». Si badi con attenzione all’ordine con cui i Comandamenti sono formulati, che sancisce una ge- rarchia non solo all’interno dei primi tre precetti, ma anche in relazione a tutto il Decalogo, per cui i peccati contro il Primo Comandamento, per esempio, sono i più gravi di tutto in asso- luto. Questa precisazione è tan- to più importante quanto più nella mentalità comune i precet- ti del Decalogo sembrano di fat- to ridursi ai soli due Comanda- menti rimasti in comune con il Codice Penale («Non uccidere» e «Non rubare»). «Io sono il Signore tuo Dio» è l’affermazione fonda- mentale da cui dipende non solo la formulazione del primo Co- mandamento, né solo quella dei primi tre, ma tutto il Decalogo. I Comandamenti, infatti, furono dati a Mosè sul monte Sinai e furono, secondo l’espressione forte della Sacra Scrittura, scrit- ti «dal dito di Dio» (Es 31,18), dopo che Egli ebbe rivelato il suo nome («Io sono Colui che sono» Es 3,14). Il nome di Dio rivelato a Mosè (“Io sono colui che sono”) indica la trascen- denza assoluta di Dio e la sua eternità, nonché la piena coin- cidenza tra il suo essere e la sua essenza. Chi infatti potrebbe at- tribuire a se stesso questa defi- nizione, avendo ciascuno di noi una data di nascita ben definita, prima della quale semplice- mente “non eravamo”? Ora «Io sono colui che sono» è tradotto in ebraico col tetragramma sa- cro, traslitterato in “Jahvè”, che è appunto il nome proprio di Dio. Jahvè viene tradotto in greco col termine “Kyrios”, che in latino è “Dominus” mentre in italiano è “Signore”. Quindi di- cendo anzitutto “Io sono il Si- gnore”, Dio ci ricorda chi è Co- lui che sta per parlare: l’Eterno, l’Immenso, il Totalmente al di sopra di noi, Colui che tutto sa e può, Colui che crea e mantie- ne nell’essere tutte le cose. Co- me dire: stai attento a quello che stai per ascoltare perché queste sono realmente parole dell’Altissimo, dinanzi alle quali devi solo metterti in reli- gioso ascolto, in umile docilità ed in atteggiamento di pronta ubbidienza. Subito dopo «Io sono il Si- gnore» troviamo le parole «tuo Dio». Queste parole sono da un lato una rivelazione, dall’altro una prima espressione di un co- mando. La rivelazione è questa: l’uomo, che lo sappia o no, che lo voglia o no, che ci creda o no, ha un qualche dio in cui crede. Chi è questo dio? Un qualcuno o un qualcosa a cui tutta la persona è subordinata, in funzione della quale si com- piono le scelte, alla quale si of- frono sacrifici, per la quale si è disposti a tutto. I cosiddetti “atei”, pertanto, non sono per- sone senza “dio”, ma sono per- sone senza “Dio” (con la “D” maiuscola!), ovvero che si ri- fiutano di dare al Signore il po- sto che gli compete, che non può essere altro che il primo, cioè quello che spetta al proprio Dio. Con ciò intuiamo anche il comando contenuto implicita- mente nella frase che stiamo esaminando: ciò che il posto di Dio deve essere occupato dal Signore e non da qualche strano usurpatore. È dunque nostro dovere verificare chi sia il dio di noi stessi e, qualora non fos- se il Signore, togliere di mezzo chi abbiamo collocato al suo posto per metterci Lui. Volendo fare qualche esempio relativo a situazioni molto concrete e molto diffuse: per alcuni dio è il lavoro e la prova la si ha con- statando che esso è anteposto alla famiglia, ai figli, a volte an- che agli hobby oltre che, ovvia- mente a nostro Signore (lavoro di Domenica, diserzione dalla Santa Messa); per altri (oggi molto numerosi) dio è il diver- timento inteso come piacere sensibile da procurarsi a qua- lunque costo; per altri ancora dio è il denaro; per qualcuno è il gioco (si pensi alla gente che si rovina col gioco d’azzardo); per qualcun altro addirittura la squadra di calcio, l’attore o il cantante di successo. È triste doverlo constatare ma purtrop- po per molti la situazione è re- almente così. Assistiamo per- tanto ad uno strano paradosso: una società che celebra la di- gnità della persona e il suo va- lore, che però in molti suoi in- dividui si abbassa ad ossequia- re come divinità o semplici creature o addirittura attività o cose che sono inferiori all’uo- mo e che dovrebbero essere semplicemente al suo servizio. Che il Signore nostro Dio aiuti tutti e ciascuno a ricupera- re, oltre che il senno e l’intellet- to, anche un minimo di sano buon senso. di Don Leonardo M. Pompei seconda puntata Il Comandamento dell’amore è vera fonte di felicità per l’uomo, racchiudendo in sé i Co- mandamenti divini. Di essi i primi tre sottolineano la preminenza che Dio deve avere nel- la vita del cristiano. Egli deve essere l’Unico, non posposto a nulla: persona od occupa- zione, come si evince dalla Sacra Scrittura. n. 3 - 22 gennaio 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 15