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La bestemmia contro lo Spirito Santo terza parte

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rebbe andato, a sua volta, esente da peccato mortale (stiano dunque molto attenti i confessori dalla manica troppo larga...). Dio ci perdona affinché ci convertiamo; la sua misericordia è l’ultima an- cora di salvezza, non un segno di debolezza. Dio è senza dubbio un Padre misericordioso, ma occorre ricordare che è anche un Giudice severo, come Gesù insegna nel Vangelo (per esempio nella para- bola dei talenti), per cui è bene non sfidarlo. Infine, l’ultima fattispecie di questa brutta categoria di peccati: l’impenitenza finale. È dottrina comunemente insegnata dagli scrittori ecclesiastici (e confer- mata da numerosi Santi e mistici) che la misericordia di Dio è tal- mente grande da “rincorrere” il peccatore fino all’ultimo istante, in cui il Signore, proprio in punto di morte, fa l’ultimo invito al- l’anima di pentirsi e accogliere la sua misericordia. Chiusa la porta a quest’ultimo richiamo, non re- sta che la dannazione. Si capisce con ciò, facilmente, come anche quest’ultimo caso rappresenti l’ennesima, definitiva autoesclu- sione dell’uomo dalla misericor- dia di Dio. Tuttavia, si badi a non cade- re in un nuovo abuso di questi gesti estremi di misericordia del Padre, sragionando con conside- razioni di questo tipo: “Siccome Dio fa l’ultimo richiamo al pec- catore in punto di morte, a che serve convertirsi e privarsi dei piaceri del peccato? Mi godrò la vita e poi mi pentirò in punto di morte!”. Anche questo ragiona- mento sarebbe un ulteriore gra- dire che, a dif- ferenza dei demoni, l’uomo non compie, ordi- nariamente, il male per il male, per il gusto di farlo, altrimenti di- venterebbe realmente una sorta di demone incarnato (a dire il ve- ro, peraltro, la storia non ci ha ri- sparmiato qualche esempio di ta- le abbrutimento dell’uomo, che volendo fare il super-uomo ha in- carnato il super-demone...). In più, alcune volte, a questa “igno- ranza strutturale”, che meglio sa- rebbe chiamare “accecamento”, si può aggiungere l’ignoranza soggettiva della peccaminosità dei singoli atti. I confessori sanno benissimo che molte anime hanno commes- so peccati anche gravissimi, senza rendersene minimamente conto. Tutte queste circostanze sono, pa- radossalmente, la causa anzi la condizione di possibilità della sal- vezza e della conversione dell’uo- mo, perché rendono il male che ha compiuto non così grave come quello dei demoni. È proprio la loro assenza, insegna l’Aquinate, infatti, a rendere i demoni incon- vertibili: pro- prio perché, a differenza del- l’uomo, un angelo, prima di pec- care, sa e vede chiaramente l’in- trinseca cattiveria dell’atto e tutte le sue nefaste conseguenze, per cui se, nonostante questa assoluta chiarezza mentale, pecca, la sua volontà si “attacca” in maniera così forte e radicale al male com- piuto da divenirne inseparabile. Detto questo, la fattispecie che stiamo esaminando consiste nel peccato che un uomo commette senza avere come scusanti l’igno- ranza soggettiva della sua pecca- minosità oppure l’ignoranza ge- nerica della sua malizia. Il caso classico è quello di un peccatore che si converte e riceve il perdono e torna a compiere, spudoratamente e infischiandose- ne della Verità conosciuta, il male da cui per misericordia Dio lo aveva salvato. Al riguardo, suona- no davvero tremende le parole che ebbe a pronunciare san Pietro in una delle sue lettere: «Se infat- ti, dopo aver fuggito le corruzioni del mondo per mezzo della cono- scenza del Signore e salvatore Gesù Cristo, ne rimangono di nuovo invischiati e vinti, la loro ultima condi- zione è dive- nuta peggiore della prima. Me- glio sarebbe stato per loro non aver co- nosciuto la via della giu- stizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltar le spalle al santo precetto che era stato loro dato. Si è verificato per essi il proverbio: Il cane è torna- to al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel bra- go» (2Pt 2,20-22). In tale fattispe- cie, infatti, si calpesta non solo la grazia, ma anche la Verità e il pec- cato commesso diventa simile a quello dei demoni. In questi casi, dopo una tale chiusura colpevole, un’ulteriore grazia da parte del- l’Altissimo è davvero una rarità e per ottenerla occorrono innume- revoli preghiere, sforzi e sacrifici. Veniamo ora a considerare l’ostinazione nel peccato, altro grave problema di non poche ani- me. Essa si verifica quando un peccatore abusa della misericor- dia di Dio, scambiandola con de- bolezza e prendendola come scu- sa per continuare a peccare senza troppe preoccupazioni. È il classi- co caso di chi pensa che basta confessarsi e tutto finisce; Dio perdona sempre tutto e senza con- dizioni. Ora, la misericordia di Dio è infinita, ma come sappiamo essa si riversa solo su chi è since- ramente pentito. Non deve mai di- ventare una sorta di acquiescenza o autorizzazione a peccare. Ciò è tanto vero che i dottori e i confes- sori illuminati, tra cui sant’Alfon- so Maria de’ Liguori e San Pio da Pietrelcina, erano molto severi con i peccatori recidivi: un’asso- luzione, due assoluzioni, ma già alla terza ricaduta, senza alcun miglioramento, l’assoluzione al- meno la differivano, ammonendo i confessori che chi avesse assolto un tale penitente ostinato non sa- vissimo oltraggio alla misericor- dia di Dio, trasformando un suo gesto estremo di amore e cle- menza in una sorta di permesso di peccare senza limiti per tutta la vita, dimenticando inoltre che, come recita un noto adagio: “Si muore come si è vissuti”, e che molto difficilmente un pec- catore, colpevolmente incallito e impenitente, accoglierà l’ultimo appello della Divina Misericor- dia. Meglio «cercare il Signore mentre si fa trovare» (Is 55,6) e affrettarsi a spezzare i vincoli del male, ricordando che pecca- re non significa godere, ma ca- dere nella più atroce delle schia- vitù: autocondannarsi alla tri- stezza, alla noia e alla depressio- ne, rischiare di cadere nella più nera disperazione, temporale ed eterna.  n. 19 - 13 maggio 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 14 - Il Settimanale di Padre Pio - 13 maggio 2012 - n. 19

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