Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

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La bestemmia giaculatoria del demonio

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ovvero il distintivo degli igno- ranti, dei cafoni e dei grezzi, che degrada ed abbrutisce l’uomo rendendolo simile ai demoni, che sono i bestemmiatori per antonomasia. Un gesto inescusabile e in- qualificabile, dunque, sotto ogni aspetto e in ogni modo: chi crede infatti dovrebbe guardarsi bene dal bestemmiare il suo Dio; chi non crede dovrebbe guardarsi dall’ingiuriare ciò che per lui è il nulla, scadendo nella più bieca maleducazione: per- ché non dice: “mannaggia al nulla?”. Sant’Alfonso M. de’ Li- guori, a coloro che obiettavano di dover trovare una valvola di sfogo ai momenti di rabbia e collera, insegnava a... bestem- miare il diavolo! Perché (ec- cetto la venialità dell’ira che ac- compagna lo sfogo) non c’è niente di male a dire: “mannag- gia al demonio” o ad attribuire al diavolo i caratteri degli ani- mali appartenenti alla specie suina (tanto lui è ben più brutto e schifoso di questi...). Vedremo più avanti, quando arriveremo al Quinto Comandamento, che un altro grande santo (san Filippo Neri) ha insegnato a mandare al pros- simo gli... “accidenti Santi”! Ma di ciò parleremo a suo tempo. Tornando al punto che stiamo trattando, si potrebbe pensare che quanto detto basti per esaurire l’argomento be- stemmia. Purtroppo però esiste un’altra vastissima mole di be- stemmie che possono essere for- mulate anche da credenti e de- voti un po’ troppo facili ad aprire la bocca senza ricordare che ha due finestre di chiusura (le labbra e i denti) così da dire, in maniera magari elegante e umanamente “comprensibile”, delle gravissime ingiurie contro Dio. Dice infatti sant’Agostino che si bestemmia anche quando si attribuisce a Dio qualcosa che non ha o che non gli conviene, oppure gli si toglie qualcosa che ha o gli conviene, o infine si attribuisce ad una creatura ciò che è dovuto e proprio solo del Creatore. Il santo Curato d’Ars, commentando la frase, individua cinque specie (molto comuni) di bestemmia: 1) dire che il buon Dio non è giusto nel fare alcuni tanto ricchi e colmi di beni, mentre altri sono miseri e poveri che a stento hanno pane da mangiare; 2) dire che non è vero che Dio sia poi così buono, perché la- scia alcune persone nel disprezzo e nella malattia, mentre altre sono amate, stimate e in buona salute; 3) dire che il buon Dio non vede tutto (anche i nostri pen- sieri...) o che non si cura di ciò che accade sulla terra; 4) dire: “perché il buon Dio usa tutta questa misericordia con questo tale, con tutto ciò che co- stui ha combinato?”; 5) o infine, quando capita una disgrazia, arrabbiarsi con Dio di- cendo: “Me infelice! Il buon Dio non poteva farmene di più! Credo che ignora che sono al mondo, o se lo sa, è soltanto per farmi sof- frire”. Proviamo a essere sinceri: chi di noi può dire di non aver mai detto (o solo pensato) almeno una delle cose or ora elencate? Sape- vamo che queste sono bestemmie sotto certi aspetti più gravi del- l’ingiuria rivolta a Dio in un mo- mento di rabbia (che ha l’atte- nuante, senz’altro minima ma pur esistente, di essere uscita dalla bocca senza ragionamento), in quanto sono frasi dette con piena avvertenza (sapendo quel che si dice) e deliberato consenso (vo- lendo proprio dire una simile sciocchezza)? La prima tipologia, per esempio, esprime un vero e pro- prio giudizio sull’operato di Dio e dimentica un dato di fatto fondamentale: chi è la causa della povertà, oppure chi ne è il responsabile? Dio? O l’uomo? Mi permetto di segna- lare alcuni dati. Tempo fa un tale si prese la briga di fare i conti di quanto le sette nazioni più sviluppate del mondo spen- dessero in un anno per nuovi investimenti militari (atten- zione: nuove armi e tecnologie, non conservazione delle vec- chie!). Ebbene concluse che con l’equivalente di quei soldi, si sarebbe completamente ri- solto il problema della fame nel mondo per un intero anno, problema certamente dramma- tico dato che, a tutt’oggi, ogni tre secondi muore un bambino di fame. E che dire delle ado- zioni a distanza? Chi di noi può dire di non avere 13 euro al mese (42 centesimi al giorno) per adottare un bam- bino del quarto mondo? Vo- gliamo poi parlare del cibo sprecato? Su Avvenire del 20 ottobre del 2010 (per leggere l’intero articolo cliccare sul link: http://www.parrocchia- sanmichele.eu/download/cate- gory/26-raccolta.html?dow- nload=727%3Al-oltraggio-del- cibo-sprecato) furono riportate queste agghiaccianti cifre sul- l’Italia: ogni anno si perdono 20.290.767 tonnellate di cibo (oltre venti milioni di tonnel- late!!!); tale cifra equivale a 37 miliardi di euro annuo di spreco (pari al 3% del PIL); con ciò che si butta, potrebbero sfamarsi, ogni anno 44.472.914 persone, pari ai 3/4 della popo- lazione italiana. Siamo ancora convinti che i bambini muo- iono di fame perché Dio è in- giusto, brutto e cattivo, e dà la ricchezza a pochi facendo mo- rire di fame altri?  S e il Nome di Dio è tanto santo da dover essere nominato solo quando è necessario, con retta in- tenzione (di invocazione, lode o preghiera) e con estrema riverenza (chinando umilmente il capo), che cosa si dovrebbe dire o pensare dell’orrido e inqualificabile pec- cato di bestemmia, di cui il popolo italiano (con alcune regioni in te- sta) vanta il “nobile” primato eu- ropeo (e forse mondiale)? Uno dei Santi che è stato più fieramente nemico della bestem- mia, contro cui era severissimo e quasi implacabile è il santo Curato d’Ars. Di lui possediamo una splendida omelia pronunciata nella quinta Domenica dopo Pentecoste di Don Leonardo M. Pompei (il testo integrale dell’omelia si trova nel testo Giovanni Maria Vianney, Importunate il buon Dio, Città Nuova 2009), a cui faremo riferimento nella trattazione di questo peccato, che è più ampio e più complesso di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Cominciamo da ciò che è più o meno da tutti conosciuto e che potremmo chiamare bestemmia in senso stretto, ovvero l’ingiuria ri- volta contro il nome di Dio. Que- sto peccato, scrive il santo Curato, è così orribile che i cristiani non dovrebbero avere il coraggio di commetterlo. Significa infatti de- testare e vomitare fango e veleno contro una Bellezza infinita, ed in- giuriare villanamente e volgar- mente Colui che è causa solo del bene. La bestemmia è dunque, ad un tempo, atto di somma ed estrema superbia e irriverenza, commesso verso Colui che, se vo- lesse, potrebbe istantaneamente fulminare il bestemmiatore e pre- cipitarlo nell’inferno (cosa che non fa solo per la sua infinita mi- sericordia, e non per debolezza e impotenza); atto che esprime l’estrema stupidità dell’uomo, che ingiuria l’Unico che è sempre e comunque suo Amico, anzi l’unico Amico che è sempre fedele e che mai sbaglia; ed infine atto che esprime la somma maleducazione, grossolanità e volgarità dell’uomo, 16 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 aprile 2012 - n. 15 n. 15 - 15 aprile 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 17 Peccato contro il Se- condo Comandamen- to è la bestemmia, os- sia l’ingiuria proferi- ta contro Dio, come pure l’attribuirgli o il negargli titoli che gli convengano o il rite- nerlo responsabile dei mali dell’umanità o di eventi infausti.

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