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Omicidio suicidio aborto e eutanasia

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Gravi violazioni del Quinto Comandamento sono l’aborto, il suicidio e l’eutana- sia. Nel primo caso si sopprime una vita innocente, mentre negli altri due ci si arroga il diritto di decidere quando porre fine alla propria vita, dimentichi che la vita è sempre un bene indisponibile, di cui spetta disporre soltanto a Dio. di Don Leonardo M. Pompei A bbiamo cercato di deli- neare nella precedente puntata l’oggetto formale del Quinto Comandamento, preci- sando che esso si specifica di- rettamente e primariamente nella tutela della vita umana dal punto di vista fisico, ma aggiungendo che il suo ambito si estende alla tutela della vita umana in senso largo, proiben- do ogni forma di indebita vio- lazione della dignità della per- sona. Prima di iniziare la disa- mina delle singole fattispecie concrete che cadono sotto l’oggetto del Quinto Coman- damento, è bene ricordare la Verità di fede che lo anima e lo informa: Dio è vita, è l’Autore della vita, è il Creatore della seconda puntata n. 30 - 29 luglio 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 14 - Il Settimanale di Padre Pio - 29 luglio 2012 - n. 30 dell’acqua viva, la Grazia che santifica, la vita nuova in Lui, l’essere nuovo, l’elevazione ontologica dell’essere umano alla Vita stessa di Dio. Possiamo leggere e rileggere i Vangeli da capo a fondo, ma troveremo a ogni pagina che Gesù conserva e manifesta di continuo il suo stile di Maestro. Parte da co- se comuni, visibili, palpabili, e sale con volo d’aquila al- le Verità essenziali, alle Realtà soprannaturali ed eterne. Il vertice del suo Magistero, il punto più alto della sua Rivelazione, Gesù lo manifesterà al discorso d’ad- dio, o meglio di “arrivederci” nell’Ultima Cena, la sera prima del suo patire, quando dirà: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Questa Vita nuova, Vita divina, è la dimora di Gesù vivo, e con Lui del Padre e dello Spirito Santo, nel- l’anima che ha aderito alla sua Persona divina. Gesù di- rà ancora, in preghiera, al Padre: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola perché il mondo creda che tu mi hai mandato... Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità» (Gv 17,21-23). La “novità di vita” è dunque essere una cosa sola con Gesù, con la Trinità Santissima, la Vita in Dio. Questa è la carità Alla scuola di Gesù, siamo stati affascinati, illumi- nati, introdotti fino al suo intimo più profondo, fino al suo Cuore e al Cuore di Dio. Alla scuola di Gesù appren- diamo che la carità, così come Lui l’intende e ce la do- na, è null’altro che la sua Vita divina, la Grazia santi- ficante, Lui stesso vivo in noi, la Vita trinitaria di Dio nella nostra vita. Questa è la “carità”, come somma virtù teologale. Questa è la fede che si espande nella carità: Gesù vivo, il divino Vivente in noi, che ci abilita ad amare Dio e i fratelli, così come Lui li ama, con il suo essere stesso e il suo stile: la vita offerta come dono d’amore. Succede dunque che “i novatori”, i “neoterici” han- no torto marcio quando intendono la carità come ricer- ca degli ultimi, come servizio ai poveri, come volonta- riato, con la pretesa che questo copre una moltitudine di peccati del “libero amore”, del matrimonio profana- to, di famiglie distrutte dall’egoismo, di innocenti crea- ture private del loro genitori veri in “famiglie allarga- te”, così come si usa dire. Queste cose tanto diffuse nel mondo d’oggi, non solo sono peccato grave, ma sono “stato, condizione di peccato”. Sono rottura della cari- tà, sono negazione della carità, così come la intende Gesù, il divino Maestro. Sono demolizione della vita della Grazia santificante in noi, sono stato di rottura con Dio. La carità, la vita divina della Grazia, non può esistere con lo stato di peccato grave e mortale. Non è lecito a nessuno, fosse anche vescovo, affer- mare: “Il tale fratello convive con una donna, ma che carità grande ha e Dio lo salverà”. Chi convive o com- pie cose simili, ha rotto la carità, ha spezzato lo stato di grazia con Dio. Per essere gradito a Dio e salvarsi l’anima, non è lecito cambiare morale; occorre cambia- re vita, convertirsi, ripristinare la vita divina nel penti- mento, nel ritrovare la giusta via, nella riparazione, nella Confessione e nel proposito fermo di perseverare secon- do Gesù Cristo. Una volta era chiaro, anche ai semplici. Ora abbia- mo confuso le carte con i nostri sofismi, negando l’obbe- dienza e il culto a Dio, per piacere all’uomo, per “piacer- ci” tra noi. Che dire allora dello stupendo inno alla carità che san Paolo apostolo innalza nella sua prima lettera ai Co- rinzi (13,1-13)? Leggiamola: «Se anche parlassi le lin- gue degli angeli e degli uomini, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tin- tinna [...] E se anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova», con quel che segue. Questa pagina bellissima, per essere capita nella sua pienezza, va letta così: “Se anche parlassi tutte le lin- gue... ma non avessi la vita della Grazia divina, il Cristo in me, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna... e se anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri (quindi il massimo del volontariato) e dessi il mio corpo per essere bruciato (se morissi per una nobile causa) ma non avessi la vita della Grazia divina, il Cristo in me, niente, proprio niente mi giova”. Ed è proprio questa carità, questa vita della Grazia, il Cristo vivo in me che, mentre tutto verrà meno, essen- do più grande di tutto, rimarrà in eterno. Mio Dio, in eter- no saremo uniti, in eterno ci ameremo. 

vita ed è l’unico Signore della vi- ta, Colui che solo ha il diritto di darla e di toglierla come vuole, quando vuole e a chi vuole. Tutti gli enti creati ricevono da lui, che solo li possiede per essenza e in forma piena e perfetta, l’essere e l’esistenza e alcuni fra di essi (le creature intelligenti, cioè gli an- geli e gli uomini) ricevono anche l’immagine e somiglianza con il Creatore, che rende le loro vite sacre e preziose e, in quanto tali, assolutamente indisponibili ad ogni forma di aggressione, viola- zione e arbitraria manipolazione. La prima grave violazione del Quinto Comandamento av- viene con i gravissimi peccati dell’omicidio e del suicidio, at- traverso i quali un uomo toglie a un suo simile o a se stesso la vita senza una giusta e gravissima motivazione. Precisiamo subito che mentre in presenza di alcune giuste cause (legittima difesa o esercizio corretto delle funzioni di pubblica sicurezza o dell’atti- vità militare) l’omicidio perde il carattere di peccaminosità, per il suicidio, secondo l’opinione più comune, ci possono solo essere circostanze che diminuiscono agli occhi di Dio la responsabilità morale del suicida, ferma restan- do l’intrinseca e irreversibile pec- caminosità dell’atto. È per questo che, fino a qualche tempo fa, la Chiesa proibiva la celebrazione delle esequie del suicida e oggi le consente solo qualora sia chiaro che esso sia avvenuto in presenza di circostanze che possano far presumere uno stato di dispera- zione o comunque di gravissima instabilità e disagio psico-emoti- vo della persona e non quando questo sia stato perpetrato con coscienza lucida in spregio della Morale cattolica (si pensi, tanto per fare un esempio molto noto, alla giusta negazione delle ese- quie in seguito al caso di Pier- giorgio Welby, al quale nel 2006 fu praticata l’eutanasia con il suo pieno e deliberato consenso). Strettissimamente connessi con queste prime due fattispecie sono gli esecrandi delitti del- l’aborto e dell’eutanasia. Il primo, infatti, altro non è se non un gra- vissimo omicidio aggravato ulte- riormente da due circostanze ed il secondo non è nient’altro che un suicidio che, pur ammantato di “nobili motivazioni e fini”, non è nient’altro che un’usurpazione del diritto, spettante a Dio solo, di sta- bilire la fine della vita umana. Che l’aborto fosse un abomi- nevole delitto, come giustamente lo definiva già la Costituzione pa- storale del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes nel 1965 (cf GS 51), era oltremodo chiaro alla co- scienza della Chiesa primitiva, che considerava l’aborto uno dei peccati in assoluto più gravi (in- sieme all’apostasia e all’adulte- rio) fino al punto che più di qual- che autore, anche molto ragguar- devole, metteva in dubbio la pos- sibilità che potesse essere assolto in questa vita. È abominevole per- ché colpisce un essere umano (un vero essere umano, come la vera e onesta scienza conferma, e non un ammasso di cellule come alcuni pseudo-scienziati si sforzano di far credere) assolutamente indife- so (prima circostanza aggravante) attraverso la persona alla cui cu- stodia e protezione quest’essere è affidato e che, per compiere un at- to tanto grave e spregevole, deve vincere un istinto naturale fortissi- mo presente anche nelle specie più efferate di mammiferi (secon- da circostanza aggravante). No- nostante tali evidenze, è stato ne- cessario ribadire la grave pecca- minosità intrinseca del delitto di aborto attraverso un intervento magisteriale forte e preciso da parte del beato papa Giovanni Paolo II, che nella lettera encicli- ca Evangelium Vitae (1995) scris- se a chiare lettere: «Con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi – che a varie ripre- se hanno condannato l’aborto e che nella consultazione preceden- temente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina – dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano in- nocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed inse- gnata dal Magistero ordinario e universale» (EV 62). Subito dopo il beato Pontefice aggiunge, rin- carando ulteriormente la dose: «Nessuna circostanza, nessuna fi- nalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uo- mo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa» (ibidem). L’eutanasia, dal canto suo, come abbiamo accennato, non può non essere annoverata tra le forme di vero e proprio suicidio volontario. Nell’enciclica appena citata, il Papa, dopo aver operato gli opportuni distinguo tra euta- nasia e accanimento terapeutico, precisando che «la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzio- nati non equivale al suicidio o al- l’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte» (EV 65), afferma senza esitazione: «Fatte queste distinzioni, in con- formità con il Magistero dei miei Predecessori e in comunione con i Vescovi della Chiesa Cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione delibe- rata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è tra- smessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magiste- ro ordinario e universale. Una ta- le pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia pro- pria del suicidio o dell’omicidio» (EV 65). È quanto mai necessario che i cattolici siano ben formati su queste delicatissime ed attualissi- me dottrine ed abbiano il corag- gio di annunciare senza timore e senza esitazioni il Vangelo della vita, in modo tanto più urgente e chiaro quanto subdole e reiterate continuano ad essere le aggres- sioni dei nemici di Dio, che dopo essere riusciti a legalizzare l’aborto vorrebbero fare altret- tanto con l’eutanasia, che peral- tro già è legge in alcuni Stati eu- ropei. La vita è bene indisponibi- le, sempre e comunque. Non si tema di alzare la voce per gridar- lo ai disgraziati uomini del no- stro tempo.  n. 30 - 29 luglio 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 17 16 - Il Settimanale di Padre Pio - 29 luglio 2012 - n. 30

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