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Secondo comandamento Dio e il suo nome

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agisce e provvede a tutte le cose (noi sappiamo che per Dio basta un movimento del- la volontà per creare o modi- ficare qualunque cosa); come derivante dal verbo aethein (ardere), in riferimento al fat- to che Dio è un «fuoco divo- ratore» (Dt 4,24; Eb 12,29) come afferma la Scrittura e come ci attesta la prima gran- de epifania di Dio di cui tra breve parleremo: con ciò si alluderebbe all’incendio eter- no di amore che caratterizza la vita intima della divina Es- senza; infine come derivante dal verbo theaomai (vedere), che rimanda al fatto che Dio vede chiaramente e simulta- neamente tutte le cose. Que- st’ultima significazione trova conferma dall’etimo derivante dal sanscrito thieu, che signifi- ca luce. Da questo breve e sin- tetico excursus emergono già chiaramente alcuni caratteri di questo “essere supremo che tutti chiamano Dio” (volendo chiosare le celebri espressioni adoperate da sant’Anselmo e san Tommaso d’Aquino), qua- li l’assoluta ed istantanea po- tenza, l’ineffabile ed eterno amore, il supremo controllo e l’infallibile e simultanea cono- scenza di tutto lo scibile, rea- le o potenziale. Basterebbe questo per prendere coscienza del timore e tremore con cui tutte le creature dovrebbero acco- starsi a questo su- premo Ente. Ma Dio, nella sua infi- nita bontà, ha voluto anche rivelare il suo Nome proprio nella celebre teofania del ro- veto ardente che ebbe come spettatore il suo servo Mosè (cf Es 3,1-15). In que- sto episodio Dio, dopo es- sersi mostrato attraverso l’im- magine del ro- veto che ardeva senza consumarsi (chiara allusione alla grande simbologia legata al fuoco); dopo aver esortato Mosè a togliersi i sandali (detta- glio molto importante e dall’alta valenza significa- tiva, dato che scalzi andava- no fin da allora gli schiavi, ov- vero coloro che erano assoluta- mente privi di ogni diritto e proprietà); dopo aver ricordato la sua primitiva rivelazione co- me Dio personale ed in rap- porto personale con gli uomini sue creature («Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe»: Es 3,16), si rivela finalmente co- me «Io sono Colui che sono» (Es 3,14). Purtroppo una simi- le straordinaria affermazione, magistralmente spiegata da san Tommaso d’Aquino e oltremo- do adeguata per farci appren- dere una qualche cognizione, certamente misteriosa ma al tempo stesso vera e profonda di chi è Dio, a noi uomini del XX secolo, figli del nichilismo e della postmodernità, potreb- be sembrare banale o forse pri- va di senso o addirittura in- comprensibile. Invece con questa sublime espressione vengono affermate, in modo assoluto, tre proprietà che ap- partengono a Dio e a Dio solo: 1) l’identità tra essere ed es- senza; 2) l’eternità; 3) l’immu- tabilità. Nessuno si spaventi di- nanzi all’apparente difficoltà della prima affermazione. Co- sa significa che in Dio l’essere s’identifica con l’essenza? Una cosa che Gesù, nel Vangelo, spiega in termini per noi certa- mente più comprensibili, di- cendo: «Io sono [non “io ho”] la Vita» (Gv 11,25). Nel senso che mentre per ogni ente crea- to, la vita non è affatto una re- altà necessaria (io posso pen- sare ad un cane senza che ne- cessariamente questo debba esistere) ed è comunque sem- pre contingente (ogni creatura ha una data di nascita ed una di morte), in Dio vale il contrario: l’essenza di Dio, ciò che fa di I l Secondo Comandamento proibisce di nominare invano il Nome del Signore nostro Dio. Come abbiamo già avuto modo di osservare, questo precetto (co- me tutti) contiene e veicola anzi- tutto un valore importante ed es- senziale da riconoscere, perse- guire e tutelare: in questo caso la santità del “Nome” di Dio e il ri- spetto e l’adorazione a Lui dovu- ti come Essere Supremo, Sommo ed Eterno. Nella Sacra Scrittura il nome designa sempre l’essenza e l’i- dentità profonda della persona. Ciò che vale per i nomi di molti idiomi, vale per tutti i nomi ebrai- ci: sono sempre intrisi di un si- gnificato molto profondo che è un po’ come l’identikit di colui che porta quel dato nome. Pensia- mo, solo per fare qualche esem- pio, al significato del nome di Gesù (Jahvèh salva), a quello dell’arcangelo Michele (Chi è co- me Dio?), a quello del profeta Elia (Dio è Jahvèh). Il nome indi- vidua dunque la persona, la ra- gione profonda del suo essere ed anche il contenuto della sua mis- sione. Si pone a questo punto pe- rentoria una domanda: Dio ha un nome? E cosa significa il termine “Dio”? Come afferma san Tommaso d’Aquino nella Summa Theolo- giae (I, q. 13), riferendo il pen- siero di san Giovanni Crisosto- mo, la possibile etimologia del termine “Dio” (in greco theòs) è triplice: come derivante dal ver- bo theein, che significa “corre- re”, ad indicare la rapidità, o me- glio l’istantaneità con cui Dio prima puntata di Don Leonardo M. Pompei Il Secondo Comandamento, proibendo di invocare il Nome di Dio invano, ne impli- ca il rispetto e l’adorazione, in quanto indica – come si comprende più chiaramen- te dal testo ebraico – l’essenza intima dell’Essere Supremo, Eterno e Immutabile. n. 11 - 18 marzo 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 14 - Il Settimanale di Padre Pio - 18 marzo 2012 - n. 11

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