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Sesto comandamento unioni civili e libere convivenze
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Adige, Toscana, Emilia Roma- gna e Liguria), mentre nel Cen- tro, pur prevalendo i Matrimoni religiosi, le cifre sono abbastanza ravvicinate (24.173 religiosi con- tro 19.466 civili). Le libere con- vivenze, nel 2007, si attestavano ad una percentuale del 12,5%, ma se si fa attenzione, il numero dei matrimoni (sia religiosi che civili) è in netto calo, il che signi- fica che le libere convivenze so- no in aumento tendenziale. Le unioni civili, per quanto siano da molti scelte senza ren- dersi conto dell’estrema gravità che ciò significa per un battezza- to, costituiscono un esecrabile ol- traggio al sacramento del Matri- monio che, come insegna la Chie- sa, è la via unica e normale di ce- lebrazione delle nozze per un fe- dele di Cristo. La gravità di tale scelta è ribadita dalla disciplina canonica della Chiesa che non consente la “regolarizzazione” della posizione dei fedeli coniu- gati solo civilmente, senza che prima sia istruita una procedura (obbligatoria) di verifica delle di- sposizioni dei nubendi e del loro pentimento, verifica che sfocia in una relazione da presentare al Ve- scovo diocesano che deve auto- rizzare espressamente la celebra- zione delle nozze. I parroci in cu- ra d’anime sanno, per esperienza, la sorpresa e lo sbigottimento che manifestano le coppie che si pre- sentano tranquillamente a chiede- re il Matrimonio religioso dopo aver contratto quello civile. Tutta- via tale disciplina, giustamente severa, contribuisce, se non altro, a far prendere coscienza della gravità del peccato commesso, da chi, sia pur indirettamente, di- sprezza il sacramento del Matri- monio, come se l’unione coniuga- le non avesse bisogno della bene- dizione di Dio e, ancor più, della grazia di Dio, per essere santa, stabile e feconda. Una simile disciplina, peral- tro, non si applica alle libere con- vivenze, stante il carattere flut- tuante e instabile che le caratteriz- za. A parere di chi scrive, tuttavia, pur essendo vero che in una libe- ra convivenza non si reca un vero e proprio “oltraggio formale” al Sacramento (mancando la cele- brazione “alternativa” davanti al- l’autorità civile), esse comunque costituiscono, al pari delle unioni civili, un pubblico scandalo per la comunità cristiana, a cui, inoltre, si unisce sovente l’estrema irre- sponsabilità di chi vuol vivere co- me marito e moglie senza pren- dersi alcuna responsabilità, né verso l’altro, né, spesso, verso eventuali figli. Pur nella loro pec- caminosità, infatti, le unioni civili rappresentano un’assunzione di precise responsabilità (anche pa- trimoniali), almeno su un piano civile, che pongono tale tipologia di “famiglia” in una situazione di tutela giuridica almeno sul piano civilistico di alcuni diritti fonda- mentali, suscettibili di esecuzione coatta tramite l’autorità giudizia- ria, nel caso di una loro eventuale lesione e inosservanza. Tutto que- sto in una libera convivenza non c’è, mentre permane il pubblico scandalo e la grave immoralità degli atti e dei comportamenti, anche sessuali, vissuti in questo stato di vita. A questo punto, purtroppo, dovrò aprire nuovamente una pa- rentesi provocatoria, perché una simile diffusione di tali gravissi- mi mali non sarebbe stata possi- bile senza connivenze o compli- cità molteplici. Anzitutto, da par- te della famiglia di origine dei “conviventi” o degli “sposati ci- vilmente”. Chi scrive si chiede: è giusto o, quanto meno, è educati- vo o opportuno che un genitore vada tranquillamente al matri- monio civile del proprio figlio? È giusto che un genitore non faccia Non si stabilisce alcun legame, non esiste alcuna famiglia, senza il sigillo di Dio. È un fondamentale compito dei genitori verso i figli in procinto di spo- sarsi: spingerli all’unione religiosa. Ci vuole coraggio, sì… ma Dio viene pri- ma di tutto! di Don Leonardo M. Pompei C ontinuando l’analisi dei peccati impuri che colpi- scono direttamente la santità del Matrimonio, ci apprestia- mo ad analizzare altre due grandissime piaghe, purtroppo diffusissime ai nostri giorni: le unioni civili e le libere convi- venze. In attesa dei risultati del censimento del 2011, che fotograferà la situazione reale del fenomeno, i numeri di cui è possibile reperire notizie al riguardo (aggiornati al 2009 per le unioni civili, al 2007 per le libere convivenze) sono quanto mai allarmanti. Nel 2009 sono stati celebrati 144.384 matrimoni religiosi e 86.475 civili. Nel 2008 furono 156.031 i matrimoni religiosi e 90.582 i civili. Significa che più di un matrimonio su tre viene oggi celebrato davanti al sindaco e non davanti a Dio. Inoltre, nel 2009, in di- verse regioni del Nord Italia, i matrimoni civili hanno supe- rato quelli religiosi (Friuli Ve- nezia Giulia, Trentino Alto terza puntata n. 35 - 9 settembre 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 19 18 - Il Settimanale di Padre Pio - 9 settembre 2012 - n. 35
alcuna re- sistenza alla scelta di un figlio di andare a convivere e ri- conosca tale “pseudo-fami- glia” come se nulla fosse? Dico questo perché c’è, grazie a Dio, una sparuta minoranza di geni- tori coraggiosi che sono stati capaci di non andare alla ceri- monia civile del matrimonio del figlio o di compiere qualche gesto profetico nei confronti di un figlio che si è impuntato nel voler andare a convivere contro la loro volontà (per esempio non accettando inviti a pranzo o a cena in casa dei conviventi prima che la situazione si rego- larizzasse...). È ovvio che un genitore, come abbiamo visto trattando del Quarto Comanda- mento, non ha il potere di im- porre “obbedienze”, in senso stretto, a un figlio adulto, ma ha comunque il sacrosanto dovere di ricordargli che Dio e l’osser- vanza della sua Legge vengono al primo posto. Non ha forse detto Gesù che «chi ama il fi- glio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37)? Non ha detto anche che chi non odia il figlio, o la figlia non può es- sere suo discepolo (cf Lc 14,26)? L’eroismo richiesto ai genitori in tali circostanze estreme si potrebbe tranquilla- mente leggere alla luce di que- sti forti, ma quanto mai chiari, mo- niti evangelici. Anche la comuni- tà ecclesiale, tuttavia, e spesso anche alcuni pastori, hanno manifestato una bontà e uno spirito di accoglienza e di com- prensione talora alquanto inop- portuni e che rischiano di poter essere intesi come una sorta di connivenza con l’errore. Mi chiedo: è possibile celebrare un matrimonio di due conviventi senza chiedere loro un minimo segno di penitenza anche ester- na (quale l’interruzione della convivenza prima della cele- brazione del Matrimonio)? E ciò sia per riparare lo scandalo dato alla comunità cristiana, sia per fugare il sospetto, in chi vi partecipa, che questa possa es- sere una variante tranquilla- mente ammissibile, data l’as- senza di conseguenze per chi ha sbagliato e non essendoci al- cuna differenza di trattamento con chi si sposa essendosi pre- parato come Dio vuole? Non è ridicolo vedere spose, che cele- brano il Matrimonio dopo anni di convivenza e con figli, pre- sentarsi all’Altare con l’abito bianco? Non è ancora più grave celebrare il Battesimo di un fi- glio, nato da una convivenza, durante la celebrazione del Ma- trimonio, con tanto di applauso finale (cosa che, grazie a Dio, alcune diocesi cominciano espressamente a vietare)? La- scio ai lettori il giudizio su que- ste provocazioni. A qualcuno potrebbero sembrare inficiate da rigidità eccessiva; ma di cer- to non si può continuare ad as- sistere a questi spettacoli senza aprire bocca. La saggezza po- polare ha sentenziato: “Chi ta- ce, acconsente”. Penso che non pochi fedeli – e forse anche qualche pastore – farebbero be- ne a ricordarlo... 20 - Il Settimanale di Padre Pio - 9 settembre 2012 - n. 35 P ochi altri come sant’Ambrogio hanno saputo individuare le ra- gioni profonde della permanenza di Maria sotto la Croce del Figlio divi- no. Ovviamente non si tratta sempli- cemente di penetrare le motivazioni psicologiche di un tal gesto, senz’al- tro sostenute dalla natura stessa del- la maternità, incline a partecipare a tutte le esperienze, liete e tristi, del frutto del proprio grembo, una dote che non eleverebbe Maria al disopra del resto dell’umanità e della femmi- nilità più pura. La permanenza di Maria sotto la Croce è anche un dato di Padre Luca M. Genovese, FI Sul Calvario, per la prima volta nel Vangelo, Gesù chiama la Vergine con il termine “Madre”. Non è solo l’affetto per Lei, ma anche la rivela- zione della sua Missione: Ella è nostra vera Madre per i santi meriti del suo Cuore trafitto. n. 35 - 9 settembre 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 21