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Settimo comandamento introduzione peccati gravissimi
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E fa’uscire dall’Egitto il mio po- polo, gli Israeliti!». Mosè allora, confuso e titubante, chiese al Si- gnore di manifestargli il suo no- me, per poterlo rivelare al popo- lo d’Israele. Allora Dio disse a Mosè: «Io sono Colui che sono! Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi!» (Es 3,4-14). Dio dicendo: «Io sono Colui che sono», cioè «Io sono l’Essere per eccellenza, l’Essere sommo, perfettissimo», ha detto di se stes- so tutto ciò che poteva dire ad un uomo: ma ha rivelato chiaramen- te ed in modo indiscutibile la sua Unità. Così in molti altri passi della Scrittura vediamo affermata la stessa verità. Una volta Dio, parlando al suo popolo, disse: «Ascolta Israe- le: il Signore è il nostro Dio, il Si- gnore è uno solo» (Dt 6,4). Un’altra volta ancora: «Io so- no il Signore e non c’è alcun al- tro; fuori di me non c’è dio» (Is 45,5). A Mosè sul Monte Sinai, il Signore disse: «Io sono il Signo- re, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condi- zione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,2-3). Gesù Cristo, più volte affer- mò esplicitamente ch’Egli era una stessa cosa col Padre e sug- gellò la verità di questa afferma- zione coi più strepitosi miracoli. San Paolo, poi, afferma: «Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5). L’Unità di Dio è confermata anche dalla nostra ragione, la quale ci dice che Dio è necessa- riamente il Bene sommo, l’Esse- re infinito, che contiene in sé tut- te le perfezioni. Ora, se per ipote- si vi fossero più dèi, è chiaro che vi sarebbero anche più Esseri in- finiti. Ma è possibile questo? L’infinità dell’uno non distrugge- rebbe l’infinità dell’altro? Se vi fossero più divinità, vi dovrebbe essere qualche cosa che le distingua l’una dall’altra; l’una cioè dovrebbe avere qualche cosa che l’altra non ha: quindi a cia- scuna di queste divinità manche- rebbe qualche cosa; quindi non avrebbero tutto l’essere, non sa- rebbero più infinite, non sarebbe- ro più Dio. Inoltre, se vi fossero più dèi, allora o questi vari dèi sarebbero indipendenti gli uni dagli altri, o no. Nel primo caso, nessuno di essi sarebbe onnipotente, perché non potrebbe impedire agli altri di fare ciò che vogliono. Nel se- condo caso, invece, nessuno di essi sarebbe Dio, perché è proprio di Dio essere indipendente. E così si deve dire di tutte e singole le perfezioni divine. In breve, distruggere l’Unità di Dio è lo stesso che distruggere tutte le perfezioni di Dio, è lo stes- so quindi che distruggere la sua medesima essenza ed esistenza. L’Unità di Dio è anche volu- ta dalla necessità dell’ordine mo- rale. Se noi guardiamo lo stato dell’antica società pagana e ido- latra, osserviamo subito che, no- nostante la sua progredita civiltà, vi erano completamente scosse le basi dell’ordine morale e vi re- gnava l’egoismo più brutale e la dissolutezza più sfrenata. Cia- scun uomo, si può dire, si forma- va allora una morale a sé, secon- do i propri gusti. E non poteva essere diversa- mente. Tolta di mezzo l’idea di un Dio unico da cui emana un’unica Legge pura, santa, per- fetta, invariabile, era naturale che scomparisse ogni principio asso- luto di morale, e che questa ca- desse in balia dell’arbitrio uma- no. Distrutto il concetto del Dio vero e infinitamente perfetto, non restava agli uomini che fabbri- carsi essi stessi le proprie divini- tà, e fabbricarsele quindi a pro- pria immagine e somiglianza, se- condo i propri gusti, i propri bi- sogni e i propri capricci. Quindi ecco il pullulare di un numero in- finito di dèi, uno più strano, uno più mostruoso dell’altro; ecco il bisogno di attribuire a questi dèi le passioni stesse e i vizi degli uomini per soffocare la voce na- turale della coscienza; ecco legit- timata la soddisfazione di ogni passione più malvagia, giustifi- cato qualunque delitto. I l Settimo Comandamento è or- dinato alla retta amministra- zione del denaro e dei beni mate- riali ricevuti in dono da Dio. Co- me afferma il grande san Tomma- so d’Aquino, ogni precetto della Legge di Dio tutela qualche bene prezioso per l’uomo: i primi tre hanno come oggetto il bene som- mo, ovvero Dio; il Quarto il bene della famiglia; il Quinto il bene della vita; il Sesto la santità del corpo; il Settimo i beni materiali; l’Ottavo il bene morale dell’ono- re e della veracità, come vedre- mo. Si tratta di un Comandamen- to molto importante, che coinvol- ge tante questioni delicate: il pro- blema della proprietà privata, la destinazione universale dei beni, la virtù cardinale della giustizia, i rapporti con lo Stato in ordine al- la tassazione, ecc. Di tutti questi argomenti si occupa la Dottrina sociale della Chiesa, una branca del Magistero che ha assunto una sua configurazione propria e au- tonoma da quando il grande pon- tefice Leone XIII con l’enciclica Rerum Novarum (1891) ebbe mo- do di trattare, nel merito e nei particolari, le nuove problemati- che suscitate dalla Rivoluzione industriale e dalla questione ope- raia, che era stata monopolizzata e strumentalizzata dal movimento comunista. Prima di entrare nel merito e nel dettaglio del Settimo Coman- Il Settimo Comandamento non ci vieta in modo assoluto il possedimento di beni ma- teriali. È necessaria un’equilibrata consapevolezza che i beni sono doni di Dio, e che il peccato consiste in uno scorretto uso di questi. di Don Leonardo M. Pompei 16 - Il Settimanale di Padre Pio - 11 novembre 2012 - n. 44 prima puntata n. 44 - 11 novembre 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 17
L o strano nome “Ipapante” viene diretta- mente dal verbo composto greco “upo-pan- téo”, che significa “andare incontro”. Qual è l’incontro celebrato tradizionalmente dai cri- stiani greci con questo titolo? È l’incontro del tempio, ovvero di Cristo che viene offerto al Padre come maschio primogenito da parte di Maria Santissima e di san Giuseppe (cf. Lc 2,22-40). Ma l’incontro cosa specifica? Che ti- po di incontro è? Si potrebbe pensare, secondo l’accezione tradizionale, all’incontro del primo- genito offerto a Dio perché secondo la legge di Mosè era “sacro al Signore” (cf. Es 13,2.12- 13). Gesù però effettivamente non aveva biso- gno di questa offerta perché era già santo nel grembo della Madre come aveva detto l’Ange- lo Gabriele (cf. Lc 1,31-32). Si potrebbe pensa- re allora all’altro aspetto di questa celebrazione: la purificazione della madre del bambino dopo il parto, come era tradizione tra gli israeliti (cf. Lv 12,2-8). Ma anche qui, come fa notare Esi- chio di Gerusalemme, dotto sacerdote del V se- colo, non c’era la necessità di purificarsi per La Presentazione al tempio unisce la prima offerta di Gesù a quella di Maria. Immolazione che giunge al culmine sul Calvario, dove il Figlio e la Madre si trovano in perfetta unione, facendo di due una sola ed unica Offerta sacrificale. di Padre Luca M. Genovese, FI 18 - Il Settimanale di Padre Pio - 11 novembre 2012 - n. 44 pensi soprattutto agli episodi del giovane ricco, del ricco Epulone e del ricco stolto che pensa ad ammassare i beni su- perflui e non sa di morire la notte seguente) ammonisce solo dal pericolo che le ric- chezze rappresentano per chi non sa farne un uso benedetto da Dio, ma non condanna la ricchezza in se stessa. Si ricor- di, tra l’altro, che il suo mi- gliore amico era Lazzaro, fi- glio di Teofilo che era il gover- natore della Siria e pertanto certamente non appartenente alla categoria dei poveracci o nullatenenti... Il secondo punto da evi- denziare è che la proprietà pri- vata è lecita e corrisponde ai disegni di Dio sulla destina- zione dei beni. In questo senso bisogna guardarsi e stare sem- pre e con rinnovata attenzione alla larga dal gravissimo erro- re dei comunisti che, insieme ad altre scellerate idee (in pri- mis quella dell’ateismo), rite- nevano la proprietà privata co- me un male gravissimo da abolire definitivamente nel- l’utopica società socialista (con l’unico effetto, come l’esperienza dell’Unione So- vietica ha dimostrato, di anda- re a ingrossare il patrimonio dei vertici e dei membri più in- fluenti del partito attraverso i vari espropri proletari...). Si legge al riguardo nel Catechi- smo della Chiesa Cattolica: «L’appropriazione dei beni è legittima al fine di garantire la libertà e la dignità delle perso- ne, di aiutare ciascuno a soddi- sfare i propri bisogni fonda- mentali e i bisogni di coloro di cui ha la responsabilità. Tale appropriazione deve consenti- re che si manifesti una natura- le solidarietà tra gli uomini» (n. 2402). Il terzo ed ultimo punto è la destinazione universale dei beni. Dio, infatti, crea e distri- buisce beni e ricchezze non certo perché siano appannag- gio di pochi eletti per i loro egoistici bisogni e interessi. In questo senso l’uomo ricco deve considerarsi (e tale è realmen- te) una sorta di “amministrato- re delegato” della divina Prov- videnza: quello che ha ricevuto in sovrappiù deve essere da lui, liberamente e gioiosamente (e non tramite forzati espropri proletari...), amministrato per sovvenire i bisogni e le neces- sità di chi è privo del necessa- rio. Vedremo a suo tempo che è proprio questo principio mora- le a rendere legittima la tassa- zione (purché sia equa!!!) da parte degli Stati, in base a cui si prelevano parte dei beni dei cittadini per redistribuire equa- mente e per fini buoni redditi e ricchezze. Torneremo su que- sto punto a suo tempo. È bene evidenziare anche quest’ultimo principio con una nuova cita- zione del Catechismo della Chiesa Cattolica che, al riguar- do, è quanto mai chiaro ed elo- quente: «Il diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in giusto modo, non elimina l’ori- ginaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei be- ni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio. “L’uomo, usan- do dei beni creati, deve consi- derare le cose esteriori che le- gittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unica- mente a lui, ma anche agli al- tri” [GS 69]. La proprietà di un bene fa di colui che lo possie- de un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttifi- care e spartirne i frutti con gli altri e, in primo luogo, con i propri congiunti» (CCC 2403- 2404). damento occorre operare, co- me del resto abbiamo fatto an- che per gli altri Comandamen- ti, delle precisazioni e delle considerazioni introduttorie di importanza capitale, per foca- lizzare alcuni punti chiave del- l’insegnamento di Dio, tra- smesso dalla Chiesa, sui beni temporali e il loro uso. Anzitutto occorre dire, con chiarezza e forza, che i be- ni temporali sono “beni”, non mali. Non si tratta di una ovvia e inutile tautologia; non è in- fatti infrequente incontrare, anche in non pochi ambienti ecclesiali, chi pensa che la ric- chezza sia sempre in qualche modo o in qualche forma qual- cosa di negativo, da fuggire come invisa a Dio o come ne- cessariamente foriera o appor- tatrice di corruzione, malaffa- re o disonestà. Le ricchezze (e con ciò si intende il denaro e i beni materiali) di per sé sono doni di Dio che devono servi- re al giusto ed equo soddisfa- cimento dei bisogni materiali propri e altrui. Nulla di più e nulla di meno. Se è vero infat- ti che non si deve vivere per i soldi, non è tuttavia meno ve- ro che senza soldi non si vi- ve... La Chiesa, in questo sen- so, ha condannato reiterata- mente nel corso della storia l’eresia del pauperismo, sem- pre in qualche modo latente e strisciante, la quale affermava, appunto, che le ricchezze sono un male di per sé e che quindi chiunque non avesse abbrac- ciato la povertà volontaria avrebbe, ipso facto, commesso peccato. Si badi che al tempo dei grandi movimenti mendi- canti medievali, solo France- scani, Domenicani e Carmeli- tani sfuggirono alla condanna ecclesiale, mentre molti altri (tra cui Valdesi, Albigesi e Ca- tari, solo per fare qualche no- me) incorsero in questo fatale errore. Gesù nel Vangelo (si n. 44 - 11 novembre 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 19
n. 46 - 25 novembre 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 15 14 - Il Settimanale di Padre Pio - 25 novembre 2012 - n. 46 come per analogia nulla perde il sole col mandare i suoi raggi di luce vivificatori sopra la terra. Come possiamo notare, l’im- magine del sole materiale e crea- to non ci spiega il mistero trinita- rio, ma ce ne offre un’immagine sia pur vaga e indeterminata. Sant’Agostino e san Tom- maso d’Aquino hanno trovato anche un’analogia tra il procede- re del concetto dalla nostra men- te e il procedere del Verbo dalla mente di Dio. Quando noi pen- siamo a noi stessi facciamo pro- cedere dalla nostra mente un concetto che ci rappresenta per- fettamente. Quando Dio pensa a se stesso fa procedere da sé un’immagine spirituale, un’idea, un concetto, un verbo (cioè una parola) assolutamente identica a Lui. Questo Verbo è l’immagine perfettissima di Dio. Però il con- cetto che procede dalla nostra mente non è della nostra stessa sostanza, perché mentre noi sia- mo fatti di carne e ossa, il concet- to che noi abbiamo di noi stessi non è fatto di carne e ossa. Inve- ce in Dio il concetto che procede dalla sua mente è spirituale come è spirituale Dio. Lo Spirito Santo è la Terza Persona della Santissima Trinità, perché procede per via di spira- zione dal Padre e dal Figlio (cf. CCC 245). San Tommaso d’Aqui- no ha portato luce anche su questo argomento. Egli ha fatto notare che dall’amore procede una spe- cie di impulso, di inclinazione verso la persona amata. Questo impulso, o inclinazione, è qualco- sa di equivalente al concetto che procede dalla mente che pensa. Come cioè dalla mente che pensa procede il concetto, o idea, così dalla volontà che ama procede questo impulso, o inclinazione. Il termine spirazione, oltre al sospi- ro, che si richiama all’amore, fa pensare anche al soffio di vento che spinge, piega e inclina. Il Padre, contemplando da tutta l’eternità il Figlio, lo ama con un amore infinito, e il Figlio da tutta l’eternità ricambia il Pa- dre con lo stesso amore. L’Amo- re che intercorre tra il Padre e il Figlio è la Terza Persona della Santissima Trinità. re sole, cioè da quando fu creato da Dio. E il sole non ha mai ces- sato di mandare i suoi raggi. Continua a mandarli anche ora. Il Padre è Padre del suo Fi- glio Divino, fin da quando fu Pa- dre, ossia da tutta l’eternità; come per analogia il sole manda i suoi raggi di luce, fin da quando co- minciò ad essere sole. La diffe- renza sostanziale è che il sole non è eterno e che il raggio di luce non è un altro sole, mentre il Fi- glio di Dio è Dio come il Padre, perfettamente uguale al Padre. Il Padre, per aver generato il Figlio, non gli è anteriore di tem- po; come il sole non è anteriore di tempo ai suoi raggi. E il Padre non ha mai cessa- to di generare il Figlio. La gene- razione è sempre in atto, come è sempre in atto la derivazione dei raggi dal sole. La differenza so- stanziale è che il Padre è eterno, dunque anche la generazione è eterna, mentre il sole non è eter- no e la derivazione dei raggi di luce dal sole non è eterna. Per questa generazione il Pa- dre generante non ci perde nulla; I l Settimo Comandamento tute- la, come abbiamo visto nella puntata precedente, la legittima proprietà dei beni materiali e im- pone la giustizia e l’onestà nel- l’uso del denaro che, come dice san Paolo, quando diventa occa- sione di avarizia, diventa la «ra- dice di tutti i mali» (1Tim 6,10). Vediamo come si contravviene a questo Comandamento comin- ciando dai peccati in assoluto più gravi. Ben due delle quattro specie dei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio sono oggetto del Settimo Comandamento. Si tratta della mancata corresponsio- ne della giusta mercede (o del giusto salario) agli operai e del- l’oppressione dei poveri. Con la prima fattispecie si intende anzi- tutto lo sfruttamento della mano- dopera altrui, sottopagando chi si guadagna il pane con il sudore stizia umana, ma sappia che do- vrà rendere rigoroso conto a quel- la divina. Al riguardo san Giaco- mo apostolo ammonisce con toni severi: «Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che han- no mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti» (Gc 5,4). Purtroppo si è diffusa al gior- no d’oggi una pessima prassi, quella di non pagare gli operai per tempo, ovvero, a seconda de- gli accordi contrattuali (anche non scritti...), alla fine o agli inizi del mese. Anche questa ipotesi non ricorre, ordinariamente, nei setto- ri della grande industria o impren- ditoria, ma in tutta quella serie (numerosissima) di piccole attivi- della fronte. Questa eventualità, negli attuali ordinamenti giuridici dove, grazie a Dio, è ampiamente diffusa la contrattazione colletti- va e la tutela sindacale, è general- mente riscontrabile nell’ambito del cosiddetto “lavoro in nero”. Ora, prescindendo momentanea- mente dall’ordinaria illiceità di questa prassi, si deve comunque affermare che il datore di lavoro di un operaio “a nero”, davanti a Dio, ha esattamente gli stessi e identici obblighi che avrebbe nei confronti di un lavoratore rego- larmente assunto: giusta retribu- zione, riposo settimanale, orario di lavoro umano, ferie, permessi, malattia, ecc. Qualora mancasse a uno solo di questi obblighi, abu- sando del fatto che il malcapitato lavoratore, privo di contratto, non potrebbe agire legalmente per la tutela dei suoi diritti, potrebbe forse farla franca davanti alla giu- Molti sono gli atteggia- menti scorretti che in- vestono il Settimo Co- mandamento, soprat- tutto nell’ambito del la- voro, quando si tratta di pagamenti mancati o, peggio, di vessazione, sfruttamento dei poveri lavoratori. Facciamo attenzione a simili com- portamenti che suscita- no lo sdegno di Dio. di Don Leonardo M. Pompei seconda puntata
16 - Il Settimanale di Padre Pio - 25 novembre 2012 - n. 46 n. 46 - 25 novembre 2012 - Il Settimanale di Padre Pio - 17 di Padre Luca M. Genovese, FI P oco si conosce del vescovo Antipatro della cit- tà di Bostra, in Siria, del V secolo. Si sa con certezza che partecipò al Concilio di Calcedonia (451), voluto dal papa san Leone Magno per riaffer- mare la perfetta coesistenza delle due nature (divi- na e umana) nell’unica Persona di Cristo, contro l’eresia monofisita che affermava la sola natura di- vina in Cristo. Ci ha lasciato splendide omelie ma- riane sulla preparazione al Natale, alcune ancora inedite, testimonianza della presenza, già subito do- po il Concilio di Calcedonia, del periodo di Avven- to nella Liturgia, quasi una ripetizione della divina attesa che Maria visse in relazione al Figlio divino. In questa attesa ci inserisce il vescovo Antipatro con l’interpretazione profetica del canto del Magni- ficat: «Quando dunque lo Spirito Santo in uno stes- so tempo e in uno stesso luogo fu visto operare in due donne distinte, nella sterile cioè, e nella Vergi- ne; ma la sterile, dato che aveva concepito il Precur- sore, andava avanti proclamando Beata la Madre di Dio, la Vergine invece che aveva concepito Colui che era annunciato veniva dopo di lei. Uno stesso artista pulsava come fossero due cetre le anime del- le sante donne: Elisabetta proclamava Beata la Ver- gine. E Maria diceva: “L’anima mia magnifica il Si- gnore” (Lc 1,46)»1. Lo Spirito Santo, dice il nostro Autore, è il ve- ro protagonista della gioia dell’Incarnazione. È Lui che plasma Gesù nel seno di Maria, e prima aveva fatto sì che anche Elisabetta concepisse da sterile; è Lui che ispira parole di lode sulla bocca di Maria, ed infine la soprannaturale esultanza della Vergine (Magnificat) nella lode del suo, e per Lei anche no- stro, Signore. «Innanzitutto, dicendo: “L’anima mia magnifi- ca il Signore” mostra di credere a ciò che le era sta- to detto con quel: “Beata te che hai creduto nel- l’adempimento delle parole del Signore”; poi non ricambia la beatitudine, per non mettere su uno stesso piano i due eventi tanto distanti tra loro. Qua- le ravvicinamento infatti vi può essere tra il servo ed il Padrone, la persona di un soldato e la dignità del Re? Perciò Lei vien detta Beata, ma a sua volta fa risalire la sua gloria al Signore [...]. Dice: anche se Dio opera cose prodigiose nel mio corpo, come tà im- prenditoria- li o commer- ciali dove è mi- nore il controllo e la pressione sindacale. Il li- bro del Levitico, con- tro questo pes- simo modo di procedere, tuona: «Il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mat- tino dopo» (19,13). Guai dunque a chi abusa di questo e toglie di bocca il giusto salario a chi per so- pravvivere ha bisogno dello stipendio, frutto del suo one- sto lavoro. Vorrei aggiunge- re, data l’analogia, una paro- la sul costume assai biasime- vole di ritardare e dilaziona- re i pagamenti dinanzi a beni o servizi ricevuti. Ritengo personalmente tale compor- tamento assai grave, in quan- to, di fatto, si tratta di usare come una sorta di “banca” (a costo zero...) persone che hanno impiegato mezzi e la- voro per fornire beni e servi- zi. Se il salario del braccian- te non deve restare presso la casa del padrone fino all’alba del giorno dopo, è evidente che nemmeno il corrispettivo di beni e servizi ricevuti può essere arbitrariamente tratte- nuto nel caso di lavori ese- guiti, collaudati e consegnati. Ho conosciuto aziende che hanno rischiato di fallire e di chiudere i battenti per com- messe di lavori eseguiti e consegnati (su cui ordinaria- mente si deve tra l’altro pa- gare l’I.V.A. al momento dell’emissione della fattura e non a pagamento percepi- to...), che sono stati pagati con un ritardo di mesi e talo- aggirarsi nei pressi o al di sotto della soglia di povertà, forse an- che in forza di qualche incauto provvedimento legislativo. Le norme dello Stato non devono mai essere cieche, ma tenere conto di queste situazioni che, come ogni sacerdote in cura di anime sa, in alcuni casi rasenta- no il limite della disperazione e non devono per nessun motivo essere onerate di pesi e carichi che non possono e non debbono sostenere. I poveri, lungi dall’essere oppressi, devono essere oggetto di attenzione particolare non solo da parte della Chiesa (che sempre, sull’esempio del suo Signore, ha avuto per essi una cura speciale e un occhio di profondo riguardo), ma anche da parte delle autorità civili e di tutti coloro che, per aver avuto in sorte una maggiore disponi- bilità di beni materiali, non per questo possono abusarne, ma anzi, come abbiamo accennato nella precedente puntata e come vedremo meglio in seguito, so- no tenuti a supplire con la loro abbondanza all’altrui indigen- za. La Sacra Scrittura, il profeta Amos in particolare (si vedano soprattutto i capitoli 4 e 8), è particolarmente severa con chi opprime i poveri. È vero che purtroppo, in alcuni settori del- la Chiesa e soprattutto da alcu- ne correnti teologiche relativa- mente recenti, questo tema è stato ipertrofizzato come se unico compito della Chiesa fos- se quello di “servire” i poveri o “rivendicare” (anche con mezzi non sempre evangelicamente corretti...) i loro diritti. Ma, re- spinte fermamente tali esacer- bazioni unilateralistiche e al li- mite dell’eterodossia, resta il fatto che i poveri sono nel cuo- re di Dio e chi li opprime, li vessa, li sfrutta o li maltratta do- vrà vedersela (anche su questa terra) con i rigori della sua divi- na Giustizia. ra anche di anni... Agire in que- sto modo non è forse rubare? Si potrebbe obiettare: forse non aveva i soldi per pagare. Allora o si evita di chiedere il lavoro oppure si chiede un prestito alle banche, accollandosene gli one- ri e non facendola pagare, come “banca forzata”, a chi ha lavora- to... Purtroppo questi comporta- menti, tanto disinvoltamente ab- bracciati da più di qualcuno (tant’è vero che c’è anche l’afo- risma ironico: «Per morire e per pagare c’è sempre tempo»...), sono oltremodo diffusi. Ma co- stituiscono gravi peccati contro questo Comandamento e sono certo che saranno severamente trattati dalla divina Giustizia. L’altro peccato che grida vendetta al cospetto di Dio è l’oppressione dei poveri. Si trat- ta di tutte quelle situazioni in cui chi è nell’abbondanza pone in essere comportamenti atti ad an- gariare, sfruttare od opprimere chi è privo del necessario, abu- sando e approfittando della con- dizione di bisogno e indigenza del povero. Anche in questo ca- so, l’attuale legislazione giusla- voristica e le tutele garantite ai lavoratori salariati dall’azione sindacale pongono un argine non indifferente al dilagare del- l’iniquità che altrimenti, come la storia ha ampiamente dimo- strato, non tarderebbe ad appari- re e manifestarsi. Rimangono tuttavia, anche in questo caso, le aree del “sommerso”, dove pos- sono ingenerarsi situazioni di abuso oppressivo, tipo l’appro- fittarsi della situazione di indi- genza o di bisogno di qualcuno per costringerlo a prestazioni sottopagate, oppure sommini- strandogli beni o servizi a costi che non può permettersi. Qui, per la verità, massima attenzio- ne devono porla anche legislato- ri e governanti dal momento che, purtroppo, specie nell’at- tuale congiuntura economica, sono numerose le persone ad Il Magnificat è l’eterna lode che la Bea- ta Vergine canta al suo Dio e Sposo di- vino, che opera nelle sue creature gran- di meraviglie . Ella parla per se stessa, eletta dall’Altissimo, e a nome di tutte le creature postere d’ogni secolo; un can- to eterno d’amore al Dio dell’amore.