Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

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Il lavoro come vocazione santificare il lavoro

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Trascrizione

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Gentili ascoltatori di Radio San Giuseppe, Maria a tutti, ben ritrovati sulle frequenze della nostra web radio. Siamo tutti quanti particolarmente gioiosi perché è iniziato il mese di marzo, ieri, mese dedicato al nostro carissimo San Giuseppe. Io ho sempre raccomandato e torno a raccomandare a tutti di avere almeno un briciolo di devozione a San Giuseppe che sarebbe secondo me da strutturare in un minimo standard di questo tipo, una preghiera quotidiana a San Giuseppe, una particolare preghiera ulteriore, santificazione del mercoledì che il giorno della settimana lui ha dedicato e una grande santificazione del mese di marzo.

Io consiglio, questo lo dico ai figli spirituali e alle persone in qualche modo, sono in contatto di cogliere l'occasione del mese di marzo per fare la recita dei 30 giorni consecutivi per il Sacro Manto. Sono 30, quindi se si comincia il primo si finisce il 30, oggi è il 2, quindi facciamo ancora in tempo, appena finisce la trasmissione, subito, a recitare il Sacro Manto per chi volesse farlo.

Sapendo che le grazie concesse da San Giuseppe per questo particolare esercizio di pietà sono grandi, e vi assicuro che sono pressoché infallibili, a meno che non ci sia proprio una determinazione ostativa della Divina Providenza, che sappia per certo che quella grazia particolare non è bene in nessun modo per il candidato, ma il resto le grazie sono concesse da questo grandissimo Santo.

Iniziamo questo mese rinnovando la nostra devozione a San Giuseppe, all'impegno quaresimale che già spero tutti stiate vivendo, impegno serio, acre, oserei dire, per una crescita nella vita di preghiera, di orazione, di santificazione, e anche una rinnovata e più tenera, filiale e profonda devozione a San Giuseppe.

Noi proseguiamo con la meditazione di San José Maria, scriva oggi il testo della meditazione, è la santificazione del lavoro, una meditazione abbastanza articolata, qui comincio subito alla lettura, non so se rimarrà del tempo e quanto ne rimarrà per meditarci sopra, comunque procediamo subito con la lettura, tanto San José Maria scriva generalmente molto chiaro nelle sue argomentazioni e formulazioni.

La santificazione del lavoro, per descrivere lo spirito dell'Opus Dei, l'istituzione alla quale ho dedicato la mia vita, ho detto che esso poggia e fa perno sul lavoro ordinario. Sul lavoro professionale esercitato in mezzo al mondo. La vocazione divina ci affida una missione, ci invita a partecipare al compimento della Chiesa, a essere testimoni di Cristo dinanzi agli uomini, ai nostri uguali, e a portare a Dio tutte le cose.

La vocazione accende in noi una luce che ci fa riconoscere il senso della nostra esistenza. La vocazione ci convince, con la luminosità della fede, del perché della nostra realtà terrena. Tutta la nostra vita. Quella presente, quella passata, e quella che verrà, acquista un nuovo rilievo, una profondità mai prima immaginata.

Tutti gli eventi e tutte le circostanze occupano ora il loro vero posto. Comprendiamo dove il Signore vuole condurci e ci sentiamo come trascinati da questa missione che Egli ci affida. Dio ci tira fuori dalle tenebre della nostra ignoranza, dal nostro brancolare in mezzo ai mille casi della storia, e ci chiama con voce potente, come un giorno chiamò Pietro e Andrea.

Seguitemi, vi farò. Pescatore di uomini, qualunque sia il posto che voi occupiate nel mondo. Chi vive della fede incontrerà difficoltà e lotta, dolore, anche amarezza. Mai però lo scoraggiamento o l'angoscia, perché sa che la sua vita è utile. Sa il perché della sua esistenza terrena.

Io sono la luce del mondo. Chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. Per me. Per evitare questa luce di Dio è necessario amare, avere l'umiltà di riconoscere il nostro bisogno di essere salvati, e dire con Pietro, Signore da chi andremo, Tue parole di vita eterna, noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Santo di Dio.

Se ci decidiamo ad agire così, se lasciamo entrare nel nostro cuore la chiamata di Dio, potremo sinceramente dire che non camminiamo nelle tenebre perché al di sopra delle nostre miserie, dei nostri personali difetti, brilla la luce di Dio. Come il sole brilla al di sopra della tempesta.

La fede e la vocazione cristiana impregnano non una parte, ma tutta la nostra esistenza. I rapporti con Dio sono necessariamente rapporti di dedizione e assumono un senso di totalità. L'atteggiamento dell'uomo di fede è di guardare alla vita in tutte le sue dimensioni con una... eh... scusate...

con una prospettiva nuova, quella che ci è data da Dio. Voi che oggi celebrate con me la Festa di San Giuseppe siete persone dedite al lavoro in varie attività professionali, formate vari focolari e appartenete a diverse nazioni, razze e lingue. Vi siete educati nelle aule universitarie o nelle fabbriche, avete esercitato per anni la vostra professione, avete intessuto rapporti di lavoro e di amicizia con i vostri compagni, avete partecipato alla soluzione dei problemi collettivi delle vostre imprese e della vostra società.

Ebbene, vi ricordo ancora una volta che tutto ciò non è estraneo ai piani divini, la vostra vocazione umana è parte importante della vostra vocazione divina. Ecco il motivo per cui dovete santificarvi, collaborando al tempo stesso alla santificazione degli altri, santificando precisamente il vostro lavoro e il vostro ambiente, cioè la professione e il mestiere che riempie i vostri giorni, che dà una fisionomia peculiare alla vostra personalità umana, che è il vostro modo di essere presenti nel mondo, e assieme al lavoro, il fuocolare, la vostra famiglia e infine la nazione dove siete nati e che amate.

Il lavoro accompagna inevitabilmente la vita dell'uomo sulla terra, assieme ad esso compaiono lo sforzo, la fatica, la stanchezza, come manifestazione del dolore e della lotta che fanno parte della nostra esistenza attuale e che sono segni della realtà del peccato e del bisogno di retenzione.

Ma il lavoro non è in sé stesso una pena, né una maledizione né un castigo. Coloro che parlano così non hanno letto bene la Sacra Scrittura. È tempo che i cristiani dicano ben forte che il lavoro è dono di Dio e che non ha alcun senso dividere gli uomini in categorie diverse secondo il tipo di lavoro.

È testimonianza della dignità dell'uomo, del suo dominio sulla creazione. Promuove lo sviluppo della sua personalità e vincolo di unione con gli altri uomini, fonte di risorse per sostenere la propria famiglia, mezzo per contribuire al miglioramento della società in cui si vive e al progresso di tutta l'umanità.

Per il cristiano queste prospettive si dilatano. Il lavoro appare infatti come partecipazione all'opera cristiana, come partecipazione all'opera creatrice di Dio, il quale, avendo creato l'uomo, gli diede la sua benedizione. Siete fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra, soggiocatela e dominatevi i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, su ogni essere vivente che striscia sulla terra.

E inoltre il lavoro, essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice. Non solo è l'ambito nel quale l'uomo vive, ma mezzo e strada di santità, realtà santificabile e santificatrice. Non bisogna pertanto dimenticare che tutta la dignità del lavoro è fondata sull'amore.

Il grande privilegio dell'uomo è di poter amare, trascendendo così l'effimio del transitorio. L'uomo può amare le altre creature, può dire un tu e un io pieni di significato, e può amare Dio che ci apre le porte del cielo, ci costituisce membri della sua famiglia, ci autorizza a dare del tu anche a lui, a parlargli a faccia a faccia.

L'uomo pertanto non deve limitarsi a fare delle cose, a costruire oggetti, il lavoro nasce dall'amore, manifesta l'amore, è ordinato all'amore. Riconosciamo Dio non solo nello spettacolo della natura, ma anche nell'esperienza del nostro lavoro, del nostro sforzo. Sapendoci posti da Dio sulla terra, amati da lui ed eredi delle sue promesse, il lavoro diviene preghiera, rendimento di grazie.

È giusto che ci si dica, sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Il lavoro è anche apostolato, occasione di servizio agli uomini per far loro conoscere Cristo e condurli al Padre, come conseguenza della carità che lo Spirito Santo infonde nelle anime.

Tra le indicazioni di San Paolo agli Efesini, perché si manifesta in loro il cambiamento prodotto dalla conversione, dalla loro chiamata al cristianesimo, vi è questa, chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare, lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità.

Gli uomini hanno bisogno del pane della terra che sostiene la loro vita e anche del pane del cielo che illumina e dà calore ai loro cuori. Con il vostro lavoro e con le iniziative che si promuovono a partire da esso, con le amicizie e le relazioni che suscita, voi potete e dovete mettere in pratica quel precetto apostolico.

Quando si lavora con questo Spirito, la nostra vita, pur nei limiti propri della condizione terrena, sarà un anticipo della gloria del Cielo, di quella comunità con Dio e con i santi, nella quale la nostra vita sarà un'anticipo della gloria del Cielo, di quella comunità con Dio e con i santi, nella quale regneranno soltanto l'amore, il dono di sé, la felicità, l'amicizia, la gioia.

Nella vostra attività professionale, ordinaria e quotidiana, troverete il materiale reale, solido e di buona qualità per realizzare tutta la vita cristiana, per rendere attuale la grazia che ci viene da Cristo. In questo vostro lavoro professionale, consapevolmente svolto di fronte a Dio, verranno esercitate la fede, la speranza e la carità.

Le diverse situazioni, i rapporti e i problemi che il vostro lavoro comporta alimenteranno la vostra preghiera, il vostro impegno di portare a compimento il vostro dovere ordinario sarà l'occasione per sentire la croce che è essenziale nella vita di un cristiano. L'esperienza della vostra debolezza e degli insuccessi, immancabili in ogni sforzo umano, vi daranno più del realismo.

Vi daranno più realismo, più umiltà, più comprensione per gli altri. I successi e le gioie saranno un invito alla gratitudine e vi faranno pensare che non vivete per voi stessi, ma al servizio degli altri e di Dio. Ecco, diciamo che in questa meditazione, come dire, traspare principalmente la spiritualità di San Josemaría Escrivá e quello anche che ha cercato di vivere e di trasmettere nella istituzione diciamo a cui lui ha dato vita che è appunto quella particolare forma, si chiama di prelatura personale che è quella dell'Opus Dei.

Coglie però, quindi è un pochino, come dire, unidirezionale, no? Diciamo che si fonda con San Giuseppe nel senso che San Giuseppe, come abbiamo ascoltato, era un lavoratore, Gesù era un lavoratore e quindi hanno santificato il lavoro e si sono santificati nel lavoro. Quindi abbiamo sentito l'espressione trasformandola in realtà redenta e redentrice.

E dal momento che questa è un'attività comune di tutti gli esseri umani, ecco, deve essere intesa come campo per la santificazione propria. Ecco, sapete che San Josemaria Escrivá accentuava la dimensione positiva del lavoro. Ora, certamente il Libro della Genesi dice che lavorerà il pane col sudore della fronte, no?

Ecco, per cui non è che sia del tutto strampalato, ecco, che ne dica insomma di concepire diciamo il lavoro come una sorta, voi capite, di castigo di Dio, perché rientra tra le conseguenze non positive del peccato originale, mangerà il pane col sudore della tua fronte e poi tornerà la polvere da questo rotolato, perché polvere sei e polvere ritornerai.

Ecco, però, quindi c'è questa dimensione, non è che non c'è, però è come quando si parla del matrimonio, no? Io sono sempre un pochino restio, cioè a tendere troppo dall'una o dall'altra parte, perché le realtà sono positive, ma sono segnate, sono segnate dal peccato, cioè il sacramento del matrimonio, per esempio, dice, qual è il motivo del sacramento del matrimonio?

Allora, se tu andavi in teologia classica ti dicevano che i fini del matrimonio sono tre, procreazione, unione e remedium concupiscentiae. Adesso vai a vedere il Catechismo e i teologi nuovi, i fini sono due, cioè procreazione e unione, e non c'è più il rimedio della concupiscenza.

Il lavoro cos'è in realtà, positiva o negativa? È un castigo del peccato originale, quindi è negativa. No, è una nobilitazione dell'uomo, è una partecipazione all'opera creativa di Dio e al suo comando di soggiogare la Terra, quindi è positiva. Sono presenti tutte e due le cose, cioè se si dimentica che il matrimonio è il remedium concupiscentiae, ve lo dico per esperienza, ma è anche il remedium concupiscentiae, non si capiscono tante cose e non si risolvono tanti problemi, con la giusta soluzione che deve essere loro data.

Ecco, così, certamente che il lavoro è una realtà nobilitante, ma è anche una realtà, cioè la fatica del lavoro, il travaglio del lavoro, il dolore del lavoro, cioè la pesantezza anche del lavoro, perché tutti i giorni noi abbiamo il suono della sveglia, quindi il rigore, diciamo così, del lavoro, la severità del lavoro.

All'ora ci si va tutti i giorni, sia che a te va, sia che non ti va, ci può essere un giorno in cui uno sta un po', che se potesse, insomma, se lo risparmierebbe molto molto volentieri, quindi in questo senso mantiene, come dire, il carattere di conseguenza non positiva della colpa d'origine, quindi in quanto fatica.

Certamente c'è anche questa grande dimensione, ecco, che va valorizzata, però perdonatemi se mi sono preso questa piccola licenza, cioè io ho sempre pensato che il cattolicesimo abbia questa grandissima risorsa, che è sempre, oltre che l'unica vera religione, questo lo sappiamo, ma è l'unica vera religione, che è la religione dell'equilibrio, cioè il cattolicesimo sta sempre sulla soglia dell'et et, mai dell'aut autonomo, cioè l'ottimismo sciocco è negativo tanto quanto il pessimismo negativo, ecco.

Quindi noi siamo fondamentalmente ottimisti, ma siamo anche realisti, cioè non dimentichiamo, che la nostra condizione terrena è segnata profondamente dal peccato che è una cosa grossa, e purtroppo è segnata dallo stato di lotta e dal tormento in continuazione che il nemico della nostra salvezza ci dona.

Quindi bisogna fare attenzione. Io oggi, ai tempi di San Josemaria Schivà, è comprensibile quello che scrive, no? Perché prima degli ultimi 50 anni c'erano state varie accentuazioni più della dimensione negativa che di quella positiva, quindi come sempre accade, quando uno si muove in un contesto storico dove si accentua una cosa, per bilanciare o viene astrologicamente accentuato al contrario.

Ecco, oggi, a mio avviso, accentuare al contrario già è ampiamente fatto, per cui bisognerebbe recuperare un po' di quello che c'era. Quindi, dentro questo orizzonte, capito, di questo, ripeto, grandissimo equilibrio che c'è dentro la santa nostra fede, la nostra fede cattolica, ecco, per cui tradizionalismo, progressismo, tutte le altre cose di cui abbiamo parlato anche in altri interventi di San Giuseppe.

Io sono sempre molto restio, e guardate che tendenzialmente, io per il carattere che ho, purtroppo, sono l'uomo della presa di posizione, cioè o bianco o nero, o destra o sinistra, ok? Capite? Però ho imparato, a mie spese, che la verità non funziona così. La verità, così come la virtù dice il buon Aristotele, si pone sempre come il giusto mezzo tra il troppo e il troppo poco, che non diventa sbiadimento o vana prudenza, ecco, ma diventa proprio fedeltà alla verità, che va sempre accolta in tutte le sue dimensioni, positive e meno positive, e integrata.

Un paio di passaggi che volevo riprendere e accentuare, ecco, è uno che mi è particolarmente a cuore, no? Ecco, chi vive della fede, rileggo, incontrerà difficoltà e lotta, dolore, anche amarezza, mai però lo scoraggiamento e l'angoscia, ecco. Voi sapete che in tantissimi interventi, presumibilmente anche su Radio San Giuseppe, io purtroppo poi ne faccio talmente tanti che non riesco a ricordare dove e come e quando ho detto alcune cose in quali circostanze concrete, però, allora, la nostra vita è una vita impegnata, è una vita di lotta.

Possiamo andare incontro a tante difficoltà. La vita del cristiano è segnalata dal dolore e dalla croce, ce l'ha detto Gesù, a volte anche dalle amarezze, nel senso di vivere o di ricevere tegole grosse che fanno male, d'accordo? Però la nostra vita è sempre gioiosa, la nostra vita è sempre gioiosa ed è sempre nella mode.

Perché l'angoscia, l'angoscia è la percezione di stare dinanzi a una cosa terrificante e del tutto negativa, oppure lo scoraggiamento, quindi il senso dice ma è tutto inutile, no, non può proprio mai in nessun modo prenderci. Se ci prende, qui c'è un problema, vedete, chi vive della fede incontrerà difficoltà e lotta, mai però lo scoraggiamento e l'angoscia.

Quindi chi ha lo scoraggiamento e l'angoscia deve andare a fare un reset profondo alla sua vita di fede che non c'è, perché la fede si fonda sull'azione di Dio, nella storia, e se Dio permette un evento, lo permette sempre a fine di bene, anche se io non lo vedo, d'accordo? Poi, che io mi senta inutile, dice, ma faccio un lavoro, ma lavoro monotono, mi sento inutile, il termine inutile per noi esiste soltanto nel senso evangelico, quando Gesù dice siete servi inutili, che non lo dice per mortificarci e dire quello che fai tu non serva a niente, ma per ammonirci da non cadere nel peccato di superbio e di presunzione, nel senso di sentire che noi siamo chissà chi o chissà che cosa, siamo unici o che la nostra azione è indispensabile o che se non ci sto io non si salva più la Chiesa o non si salva il mondo.

Solo in questo limitato senso lo dice, lo dice, il nostro Signore, no? E l'altra cosa che volevo accentuare rapidissimamente perché il tempo è ormai al limite, allora, vi ricordo che la vostra vocazione umana è parte importante della vocazione di vita, il motivo per cui dovete santificarvi, collaborando al tempo stesso alla santificazione degli altri, è proprio questo, santificando precisamente il vostro lavoro e il vostro ambiente, cioè la professione e il mestiere che riempie i vostri giorni, cioè santificarci santificando il nostro lavoro.

Ecco, santificare il lavoro vuol dire compiere il lavoro, come? Con spirito soprannaturale, quindi lo faccio come per il Signore di San Paolo e non per gli uomini, nella coscienza che sto rispondendo ad una vocazione divina anche nel lavoro, sto soggiogando la terra, contribuendo alla sua, come dire, migliore abitabilità, diciamo così, al bene del prossimo, sto bidendo addio, sto anche scontando i miei peccati per quella parte di negativo e di fatica del lavoro che mi carico, sto contribuendo al bene della mia famiglia e perché questo possa essere devo fare attenzione a fare quel lavoro nella maniera migliore possibile, quindi un lavoro qualitativamente elevato, bello, professionalmente di un certo livello, ma non perché per superbio, perché quello che faccio io deve essere chissà che cosa, ma perché facendo questa cosa per volontà di Dio e come missione divina, a Dio si dà il massimo e si dà il meglio di sé e quindi cerco di dare il mio meglio anche e soprattutto nel lavoro, che è la dimensione prioritaria della mia vita personale cristiana.

Il tempo a nostra disposizione purtroppo è scaduto, per cui vi do appuntamento, se credete, alla prossima settimana con una nuova puntata qui su Radio San Giuseppe, dedicata al nostro grandissimo Santo, alla mia benedizione, Ave Maria.

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