Audio · Radio San Giuseppe
San Giuseppe e la presentazione al tempo di Gesù
Trascrizione
Trascrizione automatica — possono esserci imprecisioni. Tocca un passaggio per ascoltarlo dal punto esatto.
Gentilissimi ascoltatori di Radio San Giuseppe, ben ritrovati a tutti sulla nostra web radio e Ave Maria. Siamo giunti alla antivigilia della festa del patrono di questa nostra web radio e anche della Chiesa. Oggi è 17 marzo, domani sera già la Chiesa in festa celebrerà i primi vestiti della festa di San Giuseppe che poi, a Dio piacendo, celebreremo mercoledì.
Una piccola comunicazione che mi è stata comunicata dalla redazione di Radio San Giuseppe è che i tempi a disposizione della Catechesi di lunedì sera sono dimezzati, circa 20 minuti, quindi questo chiaramente comporterà un leggero cambio di stile alle mie conversazioni. Io mi adego a quello che mi viene detto dalla redazione.
Come mi fu detto, insomma, direttamente. Regolarmi entro questi tempi, quando fui chiamato a svolgere questo ministero e adesso mi sono attenuto, così mi atterrò a queste nuove indicazioni. Diciamo che il contenuto e anche la forma delle nostre conversazioni sarà un pochino più limitata.
Fondamentalmente sarà in questo tempo, adesso una lettura. E' tranquilla e con qualche piccola notazione, meno ampia rispetto a prima, di ciò che il testo scrive. Il Beato Bartolo Longo oggi ci accompagna a meditare con San Giuseppe e su San Giuseppe, ovviamente sempre con Maria Santissima.
Stiamo comprendendo che questi due grandi santi, grandissimi santi, sono un po' inscendibili l'uno dall'altro. Quanto hanno vissuto insieme il loro itinerario di santità. Lo contempliamo quindi oggi nell'episodio della presentazione al Tempio. Vi ricordate che la settimana scorsa invece abbiamo visto la santità straordinaria di Giuseppe e di Maria in occasione delle vicende legate alla nascita di Gesù.
Ecco in tutti quanti i disagi e le contrarietà verificatisi in quella circostanza. Passo rapidamente la parola al Beato Bartolo Longo. E cominciamo la lettura. Erano trascorsi 40 giorni dalla notte in cui gli angeli avevano fatto udire i loro meridiosi cantici e durante quel tempo Maria e Giuseppe avevano profondamente meditato quei misteri divini.
Era il secondo giorno di febbraio quando Giuseppe e Maria abbandonarono il luogo dove quei 40 giorni erano passati rapidamente come una visione celeste. La santa famiglia si avvia al Tempio. Il primo Tempio, con tutte le sue ricchezze e le sue magnificenze, non aveva mai avuto niente da fare.
Non aveva mai veduto un giorno come quello che cominciava ora a spuntare sul Tempio di Erode. Vi ricordo che il Tempio di Erode non era il primo Tempio ma era la ristrutturazione del secondo. Ecco, riedificato dopo la distruzione del Tempio nel 520 avanti Cristo dai tempi di Esdra e Nemia.
E poi riconsacrato, diciamo così, e risanato dai Maccabei dopo le profanazioni. E infine, diciamo così, ristrutturato e riabellito da Erode il Grande. Da cui preso appunto il nome di Tempio di Erode. Era il Signore che entrava nella propria casa. Riprendo la lettura. Gesù volle essere portato sulle braccia di San Giuseppe per essere offerto quell'olocausto, vittima celeste ed unica, sostituita a tutte le antiche vittime della terra.
Sopraggiunse in quel punto, mosso dallo Spirito di Dio, al nostro sacerdote, il santo vecchio Simeone. Il quale benedisse solennemente i due sposi e con voce profetica annunziò che quel fanciullo messo a rovina e a risurrezione di molti sarebbe esposto alla perversità degli uomini.
E che il dolore trafiggerebbe l'anima a sua madre come la punta acuta di una spada. San Giuseppe, silenzioso e rassegnato, considerando la predizione di un avvenire così doloroso, chinò il suo venerabile capo alla volontà dell'Altissimo. Colui che Dio aveva onorato del nome dei diritti dei padri, offrì con fede ed amore due giovani.
Come era ordinato dalla legge. Maria e Giuseppe fecero l'offerta dei poveri, avendo essi distribuito agli indigenti i ricchi doni che avevano ricevuto dai re Magi. Come ebbe San Giuseppe udito il santo vecchio Simeone predire a Maria che il suo divin figlio crescerebbe per essere sacrificato, tutta la passione del Salvatore con le mini particolarità di essa si impresse nella candida anima di lui il più santo tra i patriarchi.
E il suo cuore paterno fu inondato da un mare di afflizioni. Tanto per la loro natura, quanto per la loro intensità. Dal celeste splendore di Betlemme, Giuseppe si trovò improvvisamente trasportato fra le tenebre del Calvario. Da quel momento tutte le azioni di Gesù erano per lui occasione di dolore.
Ogni sorgente di gioia, un oceano di amarezza. Ogni suo sguardo sopra Gesù, ogni movimento, ogni parola del Divino Fanciullo. Tutto muoveva ed aumentava il suo dolore. Quello che forma la consolazione degli altri padri. Si mutava per lui in tormento. Se Gesù gli porgeva le sue mani innocenti, gli pareva di vederle cariche di catene, o trapassate dai chiodi che dovevano configgerlo all'infame patibolo.
Se gli sorrideva, se fissava sopra di lui i teneri sguardi, se cercava carezze, lo immaginava con gli occhi spenti e moribondi, col viso coperto di sangue e di sputi, col corpo fragellato. Se nella bottega vedeva con le mani gentili e tenerissime prendere il martello o premere qualche ferro, egli vi ravvisava il martello della crucifissione, e i chiodi e gli strumenti.
Che un dì avrebbero trapassato le mani innocenti del Figlio divino. Era un supplizio cessante che tutto servì a rinnovare e che il suo amore soltanto poteva farli sopportare. L'attesa certa e la previsione di un mare inevitabile è sovente più insopportabile del mare stesso. Quello che accresceva ancora il dolore di Giuseppe era il non poter parlarne con Maria, temendo di aumentare con le sue pene quelle che già riempivano il cuore della desolata Maria.
Gesù era una vittima che egli doveva conservare per il sacrificio. Quale ufficio per un padre? Eppure quella vittima sarebbe disconosciuta e insultata da molti, anzi occasione di rovina per loro. Non aveva Giuseppe il sollievo delle lacrime se non in segreto e durante la notte. Una salutare lezione possiamo un'entrare dal dolore di San Giuseppe.
I patimenti, le umiliazioni, gli obrobri, che sono supplizi per le anime nemiche della croce del Calvario, formano la delizia dell'anima veramente interiore il cui amore è crocifisso. Questo amore è una virtù divina che tramuta le spine in fiori e i più acuti dolori in veri piaceri.
Non dimenticate, o anime interiori, che lo sposo alle cui nozze aspirate è uno sposo di sangue e che non vuole contrarre alleanza se non sopra il Calvario. Egli promette nozze eterne in cielo, ma siccome prima di essere rivestito di gloria ha dovuto coprirsi con la porpora del suo sangue, è follia lusingarsi di avere altra sorte.
Non occorre sperare altro, per meritare la veste nuziare occorre imporporarsi del sangue della croce. Non pretende da voi che laceriate il corpo ma il cuore. Il suo amore non richiede altro che contempliate le piaghe, i patimenti, la morte, la croce e ascoltiate la voce del sangue di Abele.
Questo è il testo del Beato Bartolo Longo su cui adesso torniamo velocemente per trarre qualche spiegazione. Grazie. Questo è il punto di meditazione sulla grandezza della figura del santo ed anche per trarne qualche esempio edificante quindi considerando anche San Giuseppe come esempio e modello da imitare oltre che da pregare per quanto concerne la nostra santificazione personale.
Praticamente il senso del discorso del Beato è questo. Nel momento della presentazione al tempio, gesto sacrificale che era secondo l'interpretazione dei santi padri una mistica anticipazione del sacrificio del Golgotha tra l'altro vissuto da Gesù che aveva già l'uso del libero arbitrio in maniera perfettamente consapevole quindi figlio di Dio pur essendo ancora in forme nella sua natura umana però con la sua mente divina ed anche con la sua mente umana già attiva e già con la sua volontà e già piena di grazia cominciava da quel momento a fare la sua offerta liturgica al padre offerta che sarebbe culminata nel sacrificio della croce che è come sapete l'unica vera messa.
Noi celebriamo tante messe ma di messa in realtà ce n'è stata soltanto una che è quella del venerdì santo. Quando noi andiamo a messe e quando il sacerdote sale sull'altare non fa altro che rinnovare sacramentalmente anche se ovviamente realmente non simbolicamente il sacrificio della croce.
La chiesa usando un'espressione tecnica chiama questo la ripresentazione sacramentale del sacrificio del Golgotha cioè come il sangue e il corpo di Gesù si sono separati l'uno dall'altro quando lui pativa e moriva per noi sulla croce così sull'altare attraverso la distinta consacrazione del pane e del vino separati l'uno dall'altro vedete che si rinnova esattamente, si ripresenta la scena che accade il venerdì santo.
Quindi la messa non è altro che questo. Non è altro che la rinnovazione di quell'unica messa del venerdì santo così come l'ultima cena ne è stata la prima ed unica anticipazione ma il cuore è sempre il calvario. Ora attraverso le parole del santo vecchio Simeone San Giuseppe attenzione non la Madonna è venuto a conoscenza delle future sofferenze del figlio di Dio chiaramente anche almeno stante la lettura che ne dà il veato Bartolomeo attraverso una luce interiore.
Perché San Simeone non ha parlato né di croce né di chiodi né di spino o cose di questo genere ha parlato semplicemente di una spada che avrebbe trafitto l'anima di Maria. Noi sappiamo da tutti gli altri scritti per esempio dalla Venerabile Maria da Greda, da Maria Valtorta che Maria Santissima non ha saputo in quel momento che Gesù avrebbe sofferto.
Maria Santissima l'ha sempre saputo e ha detto di si alle future e attuali sofferenze di suo figlio non che al suo personale sacrifico di corredentrice fin dall'istante dell'incarnazione. Quindi le parole di Simeone per la Madonna sono state semplicemente un memento. Ricordati ciò che già sai.
Ma per San Giuseppe le hanno aperto lo spiraglio della conoscenza poi completata da un infusione particolare dello spiraglio. Santo, delle future sofferenze di quel bambino che lui era chiamato appunto a custodire, a far crescere e allevare proprio perché arrivasse all'età adulta in cui compiere il motivo per cui era venuto al mondo, per offrirsi in sacrificio sulla croce come nostro Redentore. E qui comincia poi l'elaborazione della meditazione del Beato e su quello che questo avrebbe comportato, diciamo questo cambiamento interiore nei rapporti tra San Giuseppe e Gesù, nel senso che tutte le vicende più liete sarebbero state sempre vissute sotto questa ombra dolorosa dell'incalzare, dell'avvicinarsi sempre di più dei momenti della passione, cosa che ovviamente ha addolorato San Giuseppe e però questo è il grande mistero.
Il mistero del dolore cristiano, il mistero della teologia della croce è un dolore sempre misto a gioia, si direbbe un dolce dolore o un dolore dolce, come noi preferiamo, o addirittura se uno vuole proprio andare oltre, un dolore gioioso e una gioia dolorosa. Ecco, l'immagine che descrive benissimo quella che è la vita cristiana in questo mondo, è l'immagine della rosa, che non è un caso che sia il fiore della Madonna, no?
Vedete che è senz'altro la rosa il fiore della Madonna, perché la rosa è il fiore più bello, probabilmente il più significativo, molto profumato, ma è anche il fiore pieno di spine, quindi c'è questa duplice polarità della morte e della risurrezione, del dolore e della gioia, degli eventi lieti, degli eventi prosperi, che nella vita cristiana si interseca così in maniera completamente inscindibile, no?
Questo mistero è stato tra l'altro dalla Madonna con una creazione sua particolare reso attraverso l'immagine, l'immagine che è il retro della medaglia miracolosa di Ludebach che la Madonna stessa ispirò e che tra l'altro ho scoperto recentemente, sono venuto a conoscenza di un nuovo oggetto devozionale.
Che è lo scapolare di San Giuseppe, impressionante, dove su questo scapolare vengono rappresentati tre sacri cuori, due li sappiamo come sono rappresentati, perché abbiamo la tradizione quello di Gesù con la croce e con le spine, quello della Madonna con le rose e con la spada e quello di San Giuseppe cosa c'è impresso sopra?
Il retro della medaglia miracolosa, cioè la M incastrata con la I, quindi incastronata con la I e sormontata dalla croce, bellissimo. Unificabile unione tra Gesù, Maria e il mistero della croce, a cui San Giuseppe chiaramente è diventato realmente e veramente partecipe, incarnando così perfettamente la logica e lo stile del Vangelo, di Gesù che ha sempre parlato chiarissimamente, se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua, e ha sempre prospettato i suoi discepoli.
Quindi non certo la fine di ogni fastidio e di ogni sofferenza terrena, ma che seguendo lui oltre ai comuni fastidi e sofferenze che la vita pone comunque dinanzi a ogni essere umano, sia che conosca la teologia della croce, sia che non la conosca, ce ne sta qualcuno in più, perché ci sono quelli dovuti alle persecuzioni perché siamo fedeli al Vangelo, ci sono quelli dovuti al fatto che il demonio si arrabbia e ci tormenta di più perché siamo dalla parte della verità e della parte dell'amicizia di Cristo, eccetera, eccetera.
Quindi, e questo volevo lasciare alla vostra attenzione, al termine di queste brevi considerazioni, non ci capiti mai, e vi assicuro che questo è, ve lo dico da prete, è proprio di molti fedeli, di pensare che siccome sono diventato un pochino più vicino, mi sono avvicinato un po' di più, magari vado a messa tutti i giorni, dico qualche rosario in più, le cose dovrebbero andarmi umanamente meglio, meglio uguale, senza sofferenze, senza affanni, senza problemi e senza tribolazioni.
Questa è una forma veramente, a mio avviso, di perversione mentale, chiaramente in senso da ben comprendere, no? Perversione vuol dire che è proprio strafoggere completamente il nucleo e il cuore del Vangelo e della vita cristiana e del messaggio di Gesù. Anche la Madonna all'Urde a Santa Bernardina.
Dette gli disse, io sono venuto a prometterti certamente qui sulla terra la gioia, ma non la felicità piena, perché la felicità piena ce l'avrete in paradiso. E alcuni grandi santi, a noi tanto cari, santi e mistici, dicevano che praticamente se uno volesse stabilire una relazione tra la vita terrena e la vita celeste, la vita terrena e la vita celeste ci sono due cose che sono in comune, che è la carità.
E' l'amore, l'amore di Dio e l'amore del prossimo, come spiega San Paolo nel memorabile Inno alla Carità, che è la cosa più grande di tutti e ciò che resterà per tutta l'eternità è l'amore, quindi ciò che abbiamo fatto per l'amore di Dio e per l'amore del prossimo. Solo che c'è una differenza, che qui su questa terra l'amore assume la forma crocifissa, quindi amando si soffre, o meglio, si ama soffrendo, mentre in paradiso la croce scompare, quindi scompare ogni forma di sofferenza di qualunque tipo, fisica, psichica, morale, spirituale, sostituita dal godimento, dalla visione beatifica.
Quindi qui su questa terra vale la regola patire amando, in paradiso varrà la regola godere amando, oppure amare godendo, oppure in questa terra amare soffrendo. Quindi c'è questo minimo conflitto. C'è un denominatore che rimane immutato, che se in paradiso viene vissuto con maggiore pienezza e con maggiore intensità, e invece c'è l'altra dimensione che una riguarda la vita terrena e una riguarda la vita celeste.
Quindi questo però non è per noi un messaggio di Gesù mio, quante sofferenze dovrò portare, quanta tristezza, quanto affanno e quante cose. C'è indubbiamente una dimensione reale e profonda del dolore, ma ricordiamo sempre, il dolore vissuto come croce, quindi come obbedienza alla volontà di Dio, che questo ci chiede in questo mondo, necessariamente è vissuto nella pace, necessariamente, non nel turbamento, e nella gioia.
Non pensiamo adesso, dopo le cose che abbiamo ascoltato, che la vita di San Giuseppe era tutto il giorno accigliata, o angosciata, o cose di questo genere. C'è indubbiamente una relazione. È reale, no? Noi non siamo come i mondani che vanno dietro la stolta allegria, insomma, che stanno sempre a pensare a mangiare bene e a divertirsi, no?
Sappiamo essere riflessivi, sappiamo anche lasciarci penetrare dalla spada del dolore, ma senza che questo porti mai né tristezza, né angoscia, né disperazione, che sono comunque disposizioni e sentimenti che non hanno avuto niente a che fare né con il cuore di San Giuseppe, né con il cuore di Maria Santissima, né con il cuore di nessuno dei discepoli di Gesù.
Io vi lascio, vi saluto e vi do la mia benedizione e il mio, se credete a risentirci, alla prossima puntata. Ave Maria. Grazie.