Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2020-06-04

Accostarsi alla Santa Comunione: come, quando, quanto

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"Cosa insegna la Sacra Scrittura. Cosa dice la Chiesa. Cosa pensano i santi. Come deve regolarsi la nostra coscienza"


"Io sono il pane vivo disceso dal Cielo. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno. E il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita. Colui che mangia di Me, vivrà per Me". Queste parole, tolte dal discorso sul pane del Cielo tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao (Gv 6,22-58), rappresentano sicuramente la più bella descrizione del dono inestimabile e necessario alla nostra salvezza che il Signore ci ha fatto donandoci l'eucaristia come cibo spirituale che dà vita alla nostra anima. Un alimento necessario alla nostra santificazione quanto il cibo materiale lo è al sostentamento della vita corporale. Chi dunque trascura l'eucaristia, disprezza tale divino alimento, diserta l'assemblea eucaristica e rimane a lungo senza accostarsi alla santa comunione, non può certamente ritenersi esente da peccato, anzi giunge a mettere in serio repentaglio la salvezza della propria anima. Proprio per questo motivo la legge della Chiesa, tuttora vigente, prescrive ai battezzati due circostanze in cui è obbligatorio accostarsi alla santa comunione: a Pasqua o almeno nel tempo pasquale (dopo, ovviamente, aver confessato tutti i propri peccati: cf CCC 1389) e in prossimità dell'avvicinarsi della morte, attraverso quella peculiare e stupenda forma di amministrazione dell'ultima comunione terrena che è il santo viatico.
Da tempo immemorabile, tuttavia, la Chiesa, appoggiandosi su inequivocabili affermazioni della Sacra Scrittura, ha annoverato l'eucaristia tra i sacramenti "dei vivi": ci si può ad essa lecitamente accostare solo se si è in grazia di Dio. Il paragrafo 1385 del Catechismo della Chiesa Cattolica, cita un severo passo di San Paolo che ammonisce circa il pericolo di trasformare il sacramento della vita eterna in fonte della propria condanna e ribadisce l'antichissima dottrina cattolica circa il doveroso esame di coscienza che deve precedere l'accostarsi alla santa comunione:
“Per rispondere a questo invito [del Signore, ad accostarci alla mensa del suo Corpo] dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo. San Paolo esorta a un esame di coscienza: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11,27-29). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione” (CCC 1385).
Dunque, già da queste prime battute, comprendiamo come l'atto stesso di accostarsi alla santa comunione - pur essendo vivamente auspicato dalla Chiesa, che esorta i fedeli ben disposti ad accostarsi alla santa comunione ogni qualvolta partecipino alla santa Messa, definendo tale cosa come "partecipazione più perfetta alla Messa" (CCC 1388) - non è un obbligo né un diritto assoluto e incondizionato del fedele, ma la risposta ad un invito del Signore (ribadito e fatto proprio dalla Chiesa) che esige un esame di coscienza: anzitutto poter lecitamente presumere di essere in grazia di Dio; ed inoltre verificare la perdurante osservanza di alcune vigenti disposizioni esteriori, quali il digiuno eucaristico di un'ora e un "atteggiamento del corpo (gesti, abiti) che esprima il rispetto, la solennità, la gioia di questo momento in cui Cristo diventa nostro ospite" (CCC 1387). Si faccia attenzione a quel che la Chiesa raccomanda circa l'atteggiamento del corpo: in particolare i gesti e gli abiti adatti e convenienti all'Ospite divino. La coscienza, pertanto, oltre a esaminare lo stato di grazia, deve anche necessariamente chiedersi: posso accostarmi alla santa comunione essendo vestito in questo modo (e prima ancora: posso entrare in Chiesa vestito in questo modo)? E inoltre: quali sono i gesti esteriori migliori per accostarsi alla santa Comunione? Quanti fedeli fanno attenzione a tutto questo prima di alzarsi per andare a ricevere la santa Comunione? I gesti del corpo, a detta del Catechismo, devono dunque essere quelli che, secondo la coscienza del fedele (nell'osservanza, ovviamente, delle norme della Chiesa), esprimono al meglio il rispetto, la solennità e la gioia di questo divino incontro.
La tradizione della Chiesa, come è noto, ha avuto una progressiva evoluzione, circa il riguardo e il rispetto verso l'eucaristia, che è andata sempre più crescendo nel corso del tempo. In particolare, dopo i primi secoli, cominciò ad affermarsi l'uso (poi diventato legge della Chiesa) di ricevere la santa comunione direttamente in bocca dalle mani del sacerdote e in ginocchio (per approfondire tale tematica, mi permetto di consigliare la lettura del recentissimo lavoro del Reverendo Federico Bortoli "La distribuzione della Comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali", con prefazione del Cardinal R. Sarah, Edizioni Cantagalli, disponibile anche in formato digitale, cliccare qui). Le motivazioni di questo uso impostosi nella Chiesa e rimasto normativo (e unico) per quasi 1500 anni sono molto semplici: distinguere l'eucaristia dal cibo comune (quest'ultimo lo prendiamo con le nostre mani, ma il pane del cielo lo riceviamo dalle mani del sacerdote) e l'espressione - anche esteriore - dell'adorazione dovuta a Colui che nell'eucaristia è realmente, sostanzialmente e personalmente presente. Nel corso della storia tale senso di adorazione e di riverenza dovuti all'eucaristia andò sempre più aumentando, fino a diventare opinione diffusa nella Chiesa, che solo ciò che fosse consacrato col crisma (oggetti sacri e mani) potessero entrare in contatto con l'eucaristia. Nel tredicesimo secolo tale opinione era assai consolidata, tant'è vero che era fermamente tenuta anche da teologi del calibro di san Tommaso d'Aquino e dal grande san Francesco d'Assisi (per leggere i testi di riferimento clicca qui). 
Come tutti sanno, a seguito della riforma liturgica, la forma ordinaria per accostarsi alla santa comunione nel rito latino, è divenuta quella fatta in forma processionale (in piedi) ricevendo la particola direttamente in bocca. Dal 1989, tuttavia, anche in Italia è stata consentita la distribuzione della santa comunione sulla mano, a seguito dell'indulto concesso dalla Santa Sede su iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana. Da quel momento la legge della Chiesa - che tuttavia ancora prevede la ricezione della sacra particola in bocca come norma ordinaria - consente (attenzione: non prescrive, né raccomanda, ma solo permette) ai fedeli che lo preferiscono di ricevere la santa comunione sulla mano. Circa le modalità assai travagliate (e molto discutibili) con cui questa prassi sia progressivamente entrata nella Chiesa e i pericoli ad essa connessi (soprattutto quelli concernenti la possibile dispersione dei frammenti), rimando al lavoro di don Bortoli per approfondire. Il fatto però che la legge della Chiesa consenta ai fedeli che lo desiderano questa modalità di accostarsi alla santa comunione esclude che essa possa essere considerata "peccato" o "sacrilegio", anche se non significa affatto che essa sia la forma migliore con cui accostarsi alla santa comunione. Personalmente - fermo restando il rispetto per chi avesse altre posizioni, nonché l'osservanza della vigente legislazione della Chiesa - ho sempre ritenuto e continuo fermamente ad essere convinto, che accostarsi alla santa comunione in ginocchio ricevendo la sacra particola in bocca, sia la forma migliore di esprimere la propria adorazione, la propria devozione e il proprio amore verso Gesù eucaristia. Si badi tuttavia che il Decreto della C.E.I. del 19 Luglio 1989 (puoi scaricare il testo qui) impone al fedele che sceglie di comunicarsi sulla mano di "fare attenzione di non lasciar cadere nessun frammento" (nr. 4). Aggiunge anche che "le ostie devono essere confezionate in maniera tale da facilitare questa precauzione" (ibidem). Dal che si può agevolmente dedurre che qualora il sacerdote si accorgesse che le Ostie non sono ben confezionate ma facili a sbriciolarsi e a frammentarsi, per evidente riguardo verso l'Eucaristia potrebbe, anzi probabilmente dovrebbe, negare (in questa circostanza) di deporre la particola sulla mano del fedele. Circa la permanenza di Gesù anche nei frammenti (ovviamente visibili, anche se piccolissimi) dell'eucaristia, scrisse a suo tempo la Congregazione per la dottrina della fede: "Dopo la sacra Comunione, non solamente le ostie che restano e le particelle di ostia che si sono staccate e che conservano l'aspetto esteriore del pane devono essere conservate o consumate rispettosamente, a motivo del rispetto dovuto alla presenza eucaristica del Cristo, ma anche per gli altri frammenti d'ostia si devono osservare le prescrizioni riguardanti la purificazione della patena e del calice" (CDF, Dichiarazione riguardante i frammenti d'Ostie consacrate, 1972, per il testo intero cliccare qui).
Non tutti sanno, tuttavia, che, anche nell'attuale normativa della Chiesa, rimane possibile (anzi è un vero diritto del fedele, che non può essere negato) accostarsi alla santa comunione in ginocchio. Al riguardo un intervento della Sacra Congregazione del Culto Divino del 2002 parla in modo assai chiaro: "Anche ove la Congregazione abbia approvato norme sulla posizione del fedele durante la Santa Comunione, in accordo con gli adeguamenti ammessi alla Conferenza Episcopale dall'Institutio Generalis Missalis Romani 160 comma 2, ciò è stato fatto colla clausola per cui su tale base non si potrà negare la Santa Comunione ai comunicandi che sceglieranno di inginocchiarsiE fattivamente, e come sua Eminenza Card. Joseph Ratzinger ha recentemente sottolineato, la pratica d'inginocchiarsi per la Santa Comunione ha in suo favore una tradizione secolare, ed è un segno particolarmente eloquente di adorazione, completamente adeguato alla luce della presenza vera, reale e sostanziale di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate" (1 Luglio 2002, pubblicato su Notitiae, Novembre - Dicembre 2002. Per leggere la versione integrale del documento, clicca qui). Tutti ricorderemo come Papa Benedetto XVI, volendo ribadire che tale forma di accostarsi alla santa Comunione rimane la migliore (ferma restando la liceità delle altre), cominciò a distribuire la santa Comunione con l'inginocchiatoio, deponendo la particola consacrata solo sulla lingua del fedele (per leggere il documento dell'ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie con cui fu resa pubblica questa decisione del Papa clicca qui).
Questa è la vigente disciplina della Chiesa, che deve essere conosciuta e ritenuta tutta (e per intero) e come tale da tutti osservata. Alla luce di ciò, il modo più consono di accostarsi alla santa Comunione per ciò che concerne gli aspetti esteriori e i gesti del corpo, spetta in maniera non sindacabile né violabile, alla coscienza del singolo fedele, verso la quale non si può e non si deve esercitare nessuna indebita forma di violenza o costrizione, in nessuna direzione. Un sacro ministro, quando distribuisce la comunione deve quindi semplicemente prendere atto della scelta del fedele e distribuire la santa comunione come questi mostra di volerla ricevere, ossia: in piedi, ricevendo la sacra particola sulla lingua; in piedi, ricevendo la comunione in mano; in ginocchio, ricevendo la santa ostia in bocca; e infine in ginocchio, ricevendola sulla mano. Per ragioni di completezza occorre, peraltro, evidenziare che l'unica forma di accostamento alla santa comunione su cui il celebrante potrebbe lecitamente intervenire in caso di possibili pericoli è solo la comunione sulla mano, non altri modi di comunicarsi. Si legge, infatti, nell'istruzione Redemptionis Sacramentum (testo integrale qui) della Sacra Congregazione per il culto divino (2004): "Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli" (RS 92).
Tutto quanto abbiamo sopra descritto, è norma vigente in tempi ordinari. Tuttavia, come tutti dolorosamente sappiamo, in questo anno 2020 abbiamo conosciuto due fenomeni certamente inediti e atipici: primo, il "lock down" delle celebrazioni con il popolo, che ha in un certo modo "costretto" i fedeli a riscoprire e valorizzare quell'antico strumento ascetico di perfezione che è la comunione spirituale, in quanto unico modo possibile per accostarsi a Gesù e alla sua grazia durante i circa due mesi di sospensione delle celebrazioni; secondo, le particolari norme igienico-sanitarie vigenti nel momento della ripresa delle celebrazioni che, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno prescritto forme del tutto peculiari, eccezionali e atipiche di distribuzione dell'eucaristia e di accostamento alla santa comunione. Tali eventi del tutto straordinari e causati dalle drammatiche circostanze della pandemia - fatti su cui è bene non giudicare perché noi non possiamo sapere cosa ci sia dietro certe scelte che sicuramente sono state molto sofferte oltre che ponderate da parte dei pastori - hanno tuttavia innescato una serie di problematiche e turbamenti di ogni genere; in particolare la ricerca di "soluzioni" (spesso proposte in forma esplicita da più di qualcuno con punte estreme sia da un lato che dall'altro) circa il problema se accostarsi o non accostarsi alla santa comunione (ed eventualmente anche come) dinanzi alle transitorie (ma comunque vincolanti) disposizioni vigenti.
Personalmente ritengo che nessuno, fuorché la coscienza del singolo fedele - ferma ovviamente restando l'ubbidienza alle leggi della Chiesa - possa o deva orientarsi e scegliere la cosa più opportuna circa il da farsi. In tutto quello che ho finora cercato di sintetizzare ci sono già più o meno tutti i criteri necessari per fare un adeguato discernimento, nel silenzio, nella preghiera e davanti al Signore. Essi possono così sintetizzarsi:
1. In circostanze ordinarie, la santa comunione è un bene inestimabile a cui è cosa ottima ricorrere con la massima frequenza, anche tutti i giorni, previo tuttavia un esame di coscienza circa lo stato della propria anima; 2. In circostanze straordinarie (e questo lo abbiamo compreso nel tempo del "lock down") vige il principio (da sempre insegnato nella Chiesa) che Dio, che ordinariamente usa i sacramenti per comunicare la grazia (e nessuno può dispensarsene di proprio arbitrio), non è però ad essi legato, nel senso che può trovare forme e modi a Lui solo noti per trasmettere le medesime grazie ordinariamente concesse in via sacramentale; 3. La santa comunione è il più grande strumento di santificazione che il Signore ci ha donato, ma la sua ricezione è obbligatoria - per i fedeli - solo una volta l'anno e in punto di morte; 4. Non è semplicemente "fare la comunione" (né tanto meno farla ad ogni costo) che santifica l'anima, ma farla bene; 5. Nell'ambito dei vari modi leciti di accostarsi alla santa comunione, spetta alla coscienza del fedele decidere quale sia la forma per lui migliore: se non si può pertanto tacciare di peccato o, peggio, sacrilegio chi ritiene opportuno e buono ricevere la santa comunione sulla mano, è anche vero che non si può tacciare di fanatismo, fondamentalismo o - addirittura - di mancata comunione con la Chiesa (!) chi avvertisse problemi di coscienza con questa prassi e intendesse comunicarsi nei modi che maggiormente esprimono la sua adorazione e il suo amore al Signore; 6. La comunione spirituale ben fatta produce enormi effetti di santificazione, più di molte comunioni sacramentali che - pur lecitamente ricevute - non producono grandi frutti di santificazione perché ricevute senza adeguata preparazione, senza il dovuto rispetto e attenzione e senza il doveroso successivo ringraziamento. L'insegnamento dei maestri di spirito e di innumerevoli santi al riguardo è assai chiaro e inequivocabile.
Qualora un fedele avesse insormontabili difficoltà di coscienza a comunicarsi con le disposizioni attualmente vigenti nella propria diocesi (che - si badi - non sono esattamente le medesime in tutte le diocesi dipendendo dai singoli decreti dei vescovi diocesani) non può, a mio modesto avviso, affatto essere tacciato di disobbedienza, perché non c'è nessuna trasgressione di nessuna norma - né divina né della Chiesa - nel comportarsi in questa maniera. E deve essere rispettato nelle sue decisioni intime, così come parimenti lo deve chi ritiene opportuno comportarsi diversamente nel tempo transitorio in cui vigeranno tali disposizioni restrittive. Se lo si ritenesse opportuno, un fedele può umilmente e con rispetto, chiedere un filiale colloquio a cuore aperto con il proprio pastore per manifestare, dolcemente e umilmente, le proprie difficoltà e verificare se e come possano essere possibili eventuali aggiustamenti della normativa vigente in diocesi, tenuto conto della molteplicità delle soluzioni proposte dai vari decreti e dei vari pareri (anche da parte del mondo scientifico) in merito che non vanno tutti univocamente in una sola direzione (uno, tra i tanti esempi, lo si trova cliccando qui). Fatto questo confronto, tuttavia, qualora non venissero considerate e autorizzate da parte dei legittimi pastori soluzioni compatibili con la propria coscienza, rimane l'obbligo di obbedire (e il divieto di trasgredire e disattendere) a quanto disposto dalla legittima autorità. Obbligo che vige sia per i sacerdoti, che per i fedeli, a prescindere dai loro pareri e opinioni personali. Un decreto episcopale, infatti, in forza della potestà propria, ordinaria ed immediata del vescovo diocesano sulla sua diocesi, ha forza vigente di legge ecclesiastica; e le leggi ecclesiastiche, condivise o no che siano, devono essere da tutti rispettate, a meno che non siano impugnate presso le legittime autorità competenti. Nella Chiesa esiste il dovere dell'obbedienza all'autorità legittima. E questa si prova soprattutto quando ciò che è chiesto di fare non è quello che noi vorremmo o quello con cui non saremmo d'accordo (salva sempre, ovviamente, la remota ipotesi in cui venisse comandato un male o un peccato oggettivo).
Nella sequenza del Corpus Domini, scritta dal grande san Tommaso d'Aquino, celebre per il suo ferventissimo e angelico amore verso la Santissima Eucaristia, si legge: È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l'esito"! Ma soprattutto, riguardo l'amore il culto dovuto a questo sacramento, il Dottore Angelico scrive: "Impegna tutto il tuo fervore: egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno".

Due ultimi e decisivi criteri di discernimento da ricordare potrebbero essere questi: 1. Qualunque cosa io faccia per amore sincero e vero a Gesù eucaristia, anche se - Dio non voglia - non dovesse essere quella più giusta, non può non essere da Lui accettata né produrre in me grandi frutti di santità, proprio perché fatta per amore di Lui: Gesù sempre accetta e ricambia tutto ciò che è fatto per puro amore di Lui; 2. Nel dubbio, in questa come in tutte le situazioni, è sempre bene farsi la grande domanda: come agirebbe la Madonna al mio posto? Come si regolerebbe? Cosa farebbe? Se non voglio sbagliare, farò come mi sembra poter ragionevolmente presumere che farebbe Lei.

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"Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi. Amen!" [conclusione della sequenza del Corpus Domini]


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