Insieme alla castità, le altre virtù complementari ordinate alla regolazione dei piaceri veneri sono la verginità e la pudicizia. Si fa sempre più urgente la necessità di riscoprire la dignità del corpo umano quale tempio dello Spirito Santo per apprezzare e praticare tali pregiate virtù
Distinta dalla castità, che coinvolge a differente titolo
tutti i fedeli di Cristo a qualunque condizione e stato di vita appartengono, è
la verginità, che è uno stato di vita eccellente che coinvolge
solo alcuni dei membri del popolo santo di Dio e rappresenta la forma più sublime
di vita raggiungibile da un essere umano segnato dalla colpa d’origine. La
verginità consiste nella rinuncia totale all’esercizio dell’attività sessuale,
anche nelle sue forme buone o lecite, non certo per una sorta di idiosincrasia
congenita verso questo mondo o, peggio, di malata “sessuofobia”, ma in nome di
un amore più grande e perfetto, a detta di Gesù non da tutti comprensibile (cf
Mt
19,11), che ha come destinatario diretto Dio come
sommamente amato e che apre le braccia in un casto abbraccio potenzialmente
capace di accogliere il mondo intero. L’amore verginale, da sempre considerato
dalla Chiesa una forma più perfetta ed eccellente di amore (cf LG 42), è stato,
non senza ragione, vissuto e praticato anzitutto da Gesù e Maria Santissima,
nonché dal grande San Giuseppe, indubbiamente il più santo tra le creature
appartenenti alla razza umana. A prescindere dalle possibili ulteriori e
profonde motivazioni e implicazioni che tale scelta potrebbe rivelare, è indubbio
che l’amore verginale libera l’amore umano di ogni minimo residuo - anche
naturale e involontario - di egoismo (inesorabilmente insito, per forza di
cose, in ogni atto sessuale, anche se buono e lecito), sublimando la capacità umana
di amore ed elevandola ad un livello superiore (la vita verginale è chiamata,
nella tradizione della Chiesa, “vita angelica”), al contrario dell’abbrutimento
ed abbassamento in cui la lussuria sfrenata fa precipitare l’uomo, degradandolo
non solo al livello degli animali bruti, ma talora addirittura al di sotto di esso. Si tratta di una vocazione
sublime, che deve continuare ad essere ritenuta in altissima considerazione
nella vita della Chiesa e che deve essere custodita e preservata educando senza
paura i giovani al valore della verginità, non avendo nessun timore di
opporsi con forza, coraggio e sante motivazioni alla “sessolatria” dominante e
ricordando che la verginità è custodia non solo di un’eventuale futura scelta
di vita consacrata, ma anche della santità dei matrimoni, che hanno la pienezza
della divina benedizione solo quando entrambi gli sposi, dominandosi, sanno
portare all’altare il giglio della verginità, donando l’uno all’altra proprio
questa perla preziosissima: l’illibatezza di un corpo inviolato, illibato,
incontaminato, che da nessun altro sarà conosciuto se non da chi diventerà per
sempre una cosa sola col coniuge. Cosa ci può essere di più bello, di più desiderabile,
di più autentico di un tale (vero) amore? Che prima di dire il “sì” per sempre,
ha saputo custodirlo con tanti “no”, anche a costo di non poche rinunce e
sacrifici?
Diversa dalla verginità è la pudicizia, che consiste
nella capacità di mantenere la decenza e il pudore in tutti gli atti della
persona, non solo in quelli a contenuto direttamente sessuale, ma anche in
tutti quelli che, in qualche modo evocano questo mondo. Il pudore spinge a
trattare il proprio corpo con “santità e rispetto” (1Ts 4,4) e non come oggetto
da ostentare per provocare, sedurre ed eccitare, come purtroppo ormai quasi
dovunque vediamo accadere. Sia la donna che l’uomo hanno il dovere di non
indurre le altre persone al peccato ostentando in maniera maliziosa il proprio
corpo, evitando vesti indecenti o inappropriate, così come qualunque artificio
che in qualche modo possa suscitare o risvegliare la concupiscenza nel
prossimo. In questo campo ha grandissima importanza l’educazione, tanto più quanto
maggiormente i costumi contemporanei sono scivolati verso un’immodestia
pressoché generalizzata, che non poche volte scade in volgarità o addirittura
oscenità, che a loro volta sono tanto più gravi quanto più disinvoltamente e
provocatoriamente ostentate ai quattro venti. La Rivelazione, nel suo
linguaggio parco e sobrio, è tuttavia quanto mai chiara: dopo la colpa d’origine
l’uomo e la donna, accorgendosi di essere nudi e sapendo di non poter
sopportare innocentemente tale vista, si coprirono. Il che significa che senza
(ovviamente) cadere in fanatismi o esagerazioni, in inutili anacronismi o in
estremismi controproducenti, è necessario riscoprire il rispetto del proprio e
dell’altrui corpo, una sana e santa eleganza nel vestirsi, il sentirsi a
proprio agio (da parte delle donne) nella loro sacrosanta e benedetta
femminilità, il riscoprire la vera dignità del corpo umano, tempio dello
Spirito Santo e abitazione terrena dell’anima immortale, destinato ad essere
rivestito e coronato di gloria nella misura in cui in questa vita avrà concorso
alla santità di ogni singola persona, sarà stato custodito con dignità e
rispetto, sarà stato trampolino di elevazione, abbellimento e nobilitazione
dell’uomo e non strumento per la sua degradazione, avvilimento e abbassamento.
