Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2020-04-16

Bando a turpiloquio e volgarità

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“Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4,29)




Diciamocelo francamente: siamo dinanzi ad una vera e propria invasione. Turpiloquio, volgarità di ogni genere, insulti e dileggi fanno parte del carico quotidiano di cui sono invasi a tappeto e senza alcun ritegno, tutti i mezzi di comunicazione: televisione, radio, social networks... e, purtroppo, anche le reali comunicazioni sociali. La cosiddetta "parolaccia" è diventata parte del linguaggio ordinario, sembra quasi che a non dirla ci si debba sentire menomati o mezzi disadattati, fuori dal mondo odierno o "puritani" e bigotti che "ancora si scandalizzano per queste cose", quando ciò che è importante è ben altro... Confessare le parolacce (sarà peccato oppure no? E poi... veniale o mortale?...) è ritenuta, per lo più, cosa da bambini ed è materia generalmente estranea dall'esame di coscienza degli adulti; e qualora, per qualche salutare anche se soffocato richiamo interiore, vi dovesse entrare sarebbe relegata frettolosamente tra le piccole cose di poco conto: una parolina fuori posto, una parola crassa, un'espressione sconveniente. Dunque: tutto normale?...
A mio modestissimo avviso, no. Proprio no. Decisamente no. È anzitutto la Sacra Scrittura a indirizzarci ad una decisa messa al bando di questo quanto meno maleducato, fastidioso e odioso vezzo, che non può e non deve essere con infausta e veloce premura, relegato tra le "cose di poco conto". Il sottotitolo di quest'articolo è già alquanto emblematico di quanto vedremo emergere dalla Rivelazione: nessuna parola cattiva deve uscire dalla nostra bocca, ma parole buone che giovino all'edificazione. Se si può senz'altro concedere che l'Apostolo voglia in questo testo raccomandare alla comunità degli Efesini che il parlare deve giovare all'edificazione di chi ascolta e quindi deve essere un parlare che mostri il bene e sia costruttivo (e quindi non si tratterebbe di una condanna esplicita della volgarità e del turpiloquio), è tuttavia altrettanto indubitabile che alcune espressioni turpi e volgari siano gravemente e direttamente offensive del prossimo. Mandare a quel paese qualcuno, può forse rientrare nella categoria delle parole buone ed edificanti? Offendere qualcuno con un insulto volgare significa forse ottemperare all'esortazione di non far uscire nessuna parola cattiva dalla nostra bocca? 
Prima di procedere con alcune ulteriori raccomandazioni dell'Apostolo delle genti, apriamo un'importante parentesi evangelica. Ci sono (almeno) tre passi del Vangelo utili per fare discernimento su questa tematica. Gesù dice espressamente: "Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5,21-22). È noto che "il fuoco della Geenna" è espressione con cui Gesù designa l'Inferno. Quindi dire che chi dice pazzo al fratello sarà sottoposto al fuoco della Geenna significa affermare che un insulto gravemente offensivo è peccato mortale, non peccatuccio veniale. E se al posto di "pazzo" il fratello viene "mandato a quel paese" o lo si epiteta con note espressioni volgari (che non posso, non voglio e non debbo nominare, ma di cui facilmente ci si può fare un'idea) forse che il peccato diventerà veniale? Pensiamo con attenzione: a noi fa più male sentirci dare del "pazzo" o vedere offesa noi e nostra madre appellandoci come presunti figli di una sciagurata donna che come lavoro svolgerebbe il mestiere più antico del mondo?
In un altro passo, sempre del Vangelo di Matteo, Gesù afferma: "Di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio" (Mt 12,36). La traduzione della C.E.I. del 2008 ha tradotto (meglio) con "vana" il termine greco "argòn" che nella traduzione del 1974 veniva tradotto con "infondata". In realtà il termine greco letteralmente significa "non operoso, che non lavora", tant'è vero che nella vulgata troviamo il termine "oziosa". Si tratta delle parole inutili, ossia che non producono nulla di bene. Di ognuna di esse, dice il Signore, dovremo rendere conto. E se si dovrà rendere conto anche di una parola che non produce nulla di bene, forse delle parole "cattive" che producono male nel cuore e nella mente di chi le ascolta, non si dovrà forse, e a maggior ragione, rendere conto (e che conto!)?
Infine Gesù va alla radice di ciò che esce dalla nostra bocca, che nient'altro è che ciò che abbiamo nel cuore. “Non c`è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6,43-45). Ciò che esce dalla nostra bocca, è ciò di cui è pieno il nostro cuore. Se il nostro cuore è pieno di Dio, di carità, di amore, di virtù, di purezza ("beati i puri di cuore, perché vedranno Dio"), potrebbe mai proferire volgarità e turpiloqui, senza letteralmente inorridirne?
Torniamo un attimo all'Apostolo delle genti, che, sempre nella lettera agli Efesini, scrive: “Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie!" (Ef 5,3-4). Come è chiaro dal testo, San Paolo accosta esplicitamente le volgarità, le trivialità e le "insulsaggini" (meglio si potrebbe tradurre con "discorsi sciocchi") ai gravissimi peccati di fornicazione, impurità e cupidigia, che sono indubbiamente peccati mortali. Si tratterebbe di "cose sconvenienti", ma anche qui andando a fare bene attenzione al verbo greco ("aneko") si potrebbe (o meglio si dovrebbe) tradurre con "cose che non ci appartengono". Ossia tale modo di parlare semplicemente non appartiene allo stile dei figli di Dio e dei discepoli di Gesù. Ed è un'impurità della lingua del tutto analoga all'impurità degli atti di fornicazione e impurità e alla grande impurità del cuore che è la cupidigia.
Penso che questi semplici e brevi esempi (altri se ne potrebbero addurre) siano quanto mai eloquenti. Tutto ciò che è volgare e triviale evoca il mondo perverso dell'impurità. Se si pensa e si fa attenzione alle cosiddette "parolacce", la stragrande maggioranza di esse evoca organi genitali, attività sessuali, impurità di ogni genere e lo fa in termini assolutamente volgari, sguaiati, maleducati, inudibili e inaccettabili alle orecchie e ai cuori dei figli di Dio. Né giova obiettare che Gesù ha frustato i mercanti del tempio ed ha epitetato i farisei con pesanti attributi (quali "serpenti, razza di vipere o sepolcri imbiancati"). Anzitutto perché essi, pur essendo indubbiamente pesanti, non hanno alcunché di volgare; in secondo luogo perché Gesù, in quanto Dio e perfetto conoscitore dei cuori, poteva dire con verità quelle cose e, sempre in quanto Dio, discernere se esse andavano realmente adoperate per cercare di scuotere coscienze impenetrabili; ed infine perché l'autorità che Lui ha (in quanto Dio e giudice di ogni cuore), nessun essere umano (ma proprio nessuno) può vantarla o attribuirsela, in nessun modo e in nessun caso.
Un figlio di Dio si chiama semplicemente fuori da questo mondo perverso e da questo giro perverso: non gli appartiene. Anche se tutti le dicono, egli non le dice, e senza eccezione alcuna. La lingua e il cuore non possono e non devono mai e per nessuna ragione sporcarsi in questo modo tanto basso e turpe. Qualora non bastassero le quanto mai eloquenti considerazioni suesposte basate esplicitamente su passi del Nuovo Testamento, proviamo, in coscienza davanti a Gesù, a chiederci: "mi sembra una cosa fatta bene che sulla stessa lingua che ha proferito volgarità e turpiloqui, ci vada tranquillamente a lasciar deporre l'Ostia santa facendo la santa comunione? Mettiamo Gesù sulla stessa lingua che ha proferito trivialità, turpiloquio e volgarità? È una cosa normale e tranquilla? Posso in coscienza pensare o immaginarmi che Gesù o Maria si siano mai espressi durante la loro vita terrena con termini volgari e turpiloqui? Posso immaginare che san Francesco mandasse a quel paese chi non volesse ascoltare la sua predicazione? Come reagisco quando mi capitasse - Dio non voglia! - di sentire un'espressione volgare da un sacerdote, dal mio parroco, dal mio confessore, da un sacerdote di cui ho stima e che magari apprezzo?". Come sempre, il cuore e la coscienza, debitamente sollecitati e ascoltati, ci daranno la risposta inequivocabile e inappellabile. Che è la risposta di Dio a tali quesiti. E ad essa, come sempre, dovremo attenerci. Senza cercare improponibili giustificazioni ad altri comportamenti, che sarebbero solo (come dicevano i santi) ragionamenti dell'amor proprio e speciosi pretesti per tacitare la coscienza. Che continuerà comunque ad ammonirci, dicendo: "Non si può! Non si deve! Dio non vuole! Non è comportamento degno di un suo figlio! È peccato!"


"La bocca parla dalla pienezza del cuore" (Lc 6,45)

"Benedirò il Signore in ogni tempo: sulla mia bocca sempre la sua lode!" (Sal 33,2)









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