Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2017-09-23

Caro cardo salutis (\"la Carne è il cardine della salvezza\")

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Convocato per controbattere le proposizioni eretiche di Nestorio, Eutiche e dei loro seguaci, il secondo Concilio di Costantinopoli offre una mirabile sintesi del Credo cattolico riguardo alla Fede sulla Santissima Trinità, sulla doppia nascita del Verbo di Dio e sul dogma dell’Incarnazione.



Nonostante i primi quattro Concili avessero contribuito enormemente a chiarire ed approfondire il mistero del Verbo incarnato, anche dopo lo splendido Concilio di Calcedonia continuarono ad imperversare vari errori, eresie e travisamenti di questo grandissimo mistero, che è il mistero salvifico per antonomasia. Mai si dimentichino i due adagi della patristica: “caro cardo salutis” (“la carne è il cardine della salvezza”) e “quod non est assumptum non est sanatum” (“ciò che non è stato assunto [dal Verbo] non è stato sanato”). Contro di essi ogni eresia cristologica, astutamente pilotata dal serpente infernale, si è sempre direttamente o indirettamente scagliata. Ecco perché, anche grazie all’opera solerte e sollecita dell’Imperatore Giustiniano (482-565), dovette essere convocato un nuovo Concilio ecumenico nel 553 a Costantinopoli, con l’incarico esplicito di sopprimere tutti gli attacchi diretti contro il santo Concilio di Calcedonia provenienti dai sostenitori di Nestorio ed Eutiche, tra cui Teodoreto di Ciro, Teodoro di Mopsuestia e l’autore della lettera a Mari, tutti esplicitamente menzionati nel Concilio, nonché di proclamare apertamente e chiaramente la verità condannando senza mezzi termini l’empietà. Le formulazioni del Concilio si condensano nei quattordici anatematismi (Denz 422-438) che dobbiamo passare in rassegna e commentare uno alla volta.
1) «Chi non confessa che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno una sola natura o sostanza, una sola virtù e potenza, poiché essi sono una Trinità consostanziale, una sola divinità da adorarsi in tre ipostasi o persone, sia anatema. Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose».
Il primo canone è una splendida sintesi di cattolicissima dottrina trinitaria: le tre persone divine hanno una sola natura (fùsis) o sostanza (ousìa), che è quella divina, pienamente partecipata da Ciascuno dei Tre nelle loro distinte ma unite persone (o ipostasi). Da notare anche le “preposizioni tecniche” che identificano le operazioni proprie (ad intra e ad extra) delle tre Divine Persone: dal Padre, infatti, ha origine la Divinità e ogni operazione; per mezzo o mediante il Figlio nella Trinità spira lo Spirito Santo e tutte le azioni e operazioni vengono compiute fuori della Trinità; nello Spirito Santo sono il Padre e il Figlio nella Santissima Trinità, ed il medesimo Spirito è il principio di sussistenza di ogni ente creato.
2) «Se qualcuno non confessa che due sono le nascite del Verbo di Dio, una prima dei secoli dal Padre, fuori dal tempo e incorporale, l’altra in questi nostri ultimi tempi, quando Egli è disceso dai cieli, s’è incarnato nella santa e gloriosa Madre di Dio e sempre Vergine Maria, ed è nato da Essa, sia anatema».
In questa meravigliosa affermazione è racchiusa la verità di Fede circa la doppia nascita del Verbo di Dio, una eterna e incorporale come Dio da Dio, Luce da Luce e Dio vero da Dio vero, per la quale è vero Dio in tutto e per tutto; ed una temporale e corporale, come vero Uomo nato da Maria Vergine. Di modo che dal Padre è generato come Verbo e dalla Madre riceve la vera natura umana che unisce alla Sua Divina Persona.
3) «Se qualcuno afferma che il Verbo di Dio che opera miracoli non è lo stesso Cristo che ha sofferto, o che il Dio Verbo si è unito col Cristo nato da donna [cf. Gal 4,4], o che Egli è in Lui come un essere in un altro essere; e non confessa invece un solo e medesimo Signore nostro Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, al quale appartengono sia i miracoli che le sofferenze che volontariamente ha sopportato nella sua carne, costui sia anatema».
Questo terzo anatematismo è evidentemente diretto a riaffermare l’unità di un solo Gesù Cristo contro le letture nestoriane del dogma dell’Incarnazione. Per l’unità della Persona è possibile l’interscambio delle proprietà che rende attribuibili al Verbo eterno atti e operazioni umane (possiamo e dobbiamo dire che Dio ha respirato, che Dio ha dormito, che Dio ha mangiato, che Dio ha sofferto non meno di quanto affermiamo che Dio ha operato miracoli, ha scacciato i demoni, ha risuscitato i morti, leggeva cuori e coscienze). È da bandire ed escludere qualunque lettura che interpreti l’Incarnazione come un’unione morale e accidentale (e non ontologica ed essenziale) tra un presunto Gesù nato dalla Vergine e il Verbo di Dio, sia che la si interpreti come unione morale, sia che la si intenda come semplice presenza del Verbo in Gesù. Si ribadisca che se questo fosse disgraziatamente vero nessuno degli atti di Gesù potrebbe considerarsi atto divino in senso stretto, ma solo atto umano, certamente dotato di santità immensa, ma in ogni caso limitato e non avente pertanto nessuna caratteristica degli atti divini (che sono eterni, immensi, infiniti, onnipotenti e onniveggenti) e quindi non intrinsecamente salvifico. In questa lettura Gesù sarebbe stato il più grande santo mai esistito, ma non il Salvatore del genere umano. E ben sappiamo e fermamente crediamo che così non è.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.