Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2021-05-10

Temperanza e castità

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Tra i suoi vari aspetti, la temperanza si oppone anche al vizio capitale della lussuria che, come rivelò la Madonna a Fatima, è causa di dannazione per molte anime. Tratteremo dunque in questo articolo della virtù della castità per poi passare a quelle della pudicizia e della verginità.



Tra le parti della temperanza rientrano anche le virtù ordinate alla regolazione dei piaceri venerei, il cui vizio opposto, come è noto, è la lussuria. Si tratta delle distinte e complementari virtù della castità, pudicizia e verginità, che ci accingiamo ad analizzare. Vi rientrerebbe, per la verità, anche la continenza, quantunque san Tommaso (a mio avviso assai opportunamente) la consideri anche in relazione alla capacità di dominare i moti dell’ira.
Il termine castità deriva da castigo, che etimologicamente significa “rendere casto, puro” (dal latino “castum agere”). Indica, infatti, il “castigo”, cioè il lavoro di controllo e di purificazione in vista della corretta ordinazione, che la retta ragione infligge al desiderio dei piaceri venerei, come farebbe un padre con un bambino capriccioso. I piaceri venerei, infatti, sono i più intensi e violenti e quando si godono, soprattutto se in modo disordinato, sconsiderato ed eccessivo, fanno perdere completamente all’uomo il dominio e la padronanza di sé e dei suoi atti, avvicinando la sua condizione a quella degli animali che sono completamente mossi e dominati dai loro istinti. Generalmente si identifica la castità con la verginità o con la continenza: niente di più fuorviante, perché la castità consiste nell’esercizio ordinato della sessualità in base al proprio stato di vita, a differenza della verginità (che appunto è uno stato o condizione di vita) e della continenza (che è la capacità di sapersi dominare). Esistono pertanto tre tipi di castità: anzitutto la castità delle persone che pur vivendo nel mondo non hanno la vocazione al matrimonio e si mantengono celibi o nubili. Per loro  la castità va vissuta nella continenza, che consiste non solo nella doverosa rinuncia - obbligatoria per tutti i cristiani (a qualunque stato di vita appartengano) - a tutte le forme sempre e intrinsecamente illecite di ricerca del piacere venereo (quali sono gli atti impuri solitari, la sodomia, l’oralità e qualunque altra forma di esercizio della sessualità turpe, spregevole e degradante), ma anche alle forme lecite di esercizio della sessualità proprie di chi è unito dal sacramento del matrimonio.   Le persone che, rimaste vedove dopo aver contratto matrimonio, intendono rimanere tali in spirito di penitenza e sublimando oltre la morte la fedeltà al proprio coniuge, devono anch'esse vivere la castità nella continenza. Viene poi la seconda forma di castità che è la verginità consacrata (sia nel celibato che nella vita religiosa), che consiste nell'offerta a Dio del proprio corpo in purezza perfetta, ricercando in Dio solo la dimensione sponsale e affettiva e dilatando il cuore ad un amore puro, castissimo, aperto e accogliente verso tutti i propri fratelli e sorelle. Infine c’è la castità coniugale, argomento di cui oggi poco si parla, con gravissimo danno dei fedeli, che ordina la sessualità sponsale (di per sé lecita e degna) al suo retto fine, che è quello unitivo insieme a quello procreativo. è in nome della castità coniugale che nella coppia cristiana deve essere anzitutto bandita ogni forma di contraccezione; ed è sempre in nome della castità coniugale, come insegna la Chiesa nella Gaudium et Spes[1], che nell’esercizio degli atti coniugali i coniugi devono comportarsi in modo squisitamente umano, di modo che essi siano vissuti come linguaggio di amore tenero, sincero, intimo e delicato e non solo come ricerca di mutua soddisfazione di un piacere egoistico. La morale cattolica classica ha approfondito non poco questa tematica, dando anche dei chiari criteri di orientamento e discernimento ai pastori in cura di anime e ai confessori, perché aiutassero i fedeli nel delicato compito di santificare questo aspetto costitutivo della vita sponsale. Basta, tuttavia, riflettere sulla parola “umano”, per comprendere molte cose senza bisogno di scendere, almeno in questa sede, in ulteriori particolari. La tradizione della Chiesa ha unanimemente sottolineato l’importanza di questo punto, che puntualmente san Tommaso d’Aquino ribadisce nel trattare questo argomento. Gli atti coniugali devono, dunque, essere compiuti dignitosamente e umanamente, perché anche quest’aspetto della vita umana - oggi per la verità idolatrato e assolutizzato fino all’inverosimile - redento dalla grazia legata al sacramento del matrimonio, possa essere indirizzato al fine retto di cooperare con Dio alla procreazione e di alimentare, in modo  umano e degno, l’affetto coniugale. I figli di Dio non hanno bisogno di “educazione sessuale”, di cui oggi tanto si parla; ma piuttosto di “educazione all’amore”, perché anche questa delicata materia, foriera spesso di tanto male e dolore e che - come la Madonna rammentò a Fatima - è ingente “serbatoio” di anime per la dannazione, tramite la grazia del sacramento del matrimonio possa concorrere all’edificazione e alla gioia dei coniugi, a gloria di Dio e a scorno del nemico dell’umana salute.




[1] “Questo amore è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dall'esercizio degli atti che sono propri del matrimonio. Ne consegue che gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli sposi stessi” (GS 49).

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.