Legate alla purezza, vi sono le virtù della continenza e della modestia. Per quest’ultima, specialmente per quanto riguarda l’abbigliamento, è opportuno fare un discorso più particolare, visti i tempi in cui viviamo.
Prima di chiudere il discorso sulle virtù connesse con la
temperanza legate alla purezza, occorre spendere qualche parola sulla
continenza, che, come già accennato, è un’unica virtù con due campi di azione:
la moderazione dei disordini della nostra concupiscenza e il freno alle
intemperanze dell’irascibilità. Dovremo anche dire qualcosa sulla modestia
(anch’essa virtù dai molti campi di azione), in relazione alla sua funzione di
moderare l’indecenza e l’inverecondia nel vestire.
Due sono dunque le accezioni comuni già del termine (prima ancora che della virtù) “continenza”: capacità della volontà di dominare gli impulsi relativi ai piaceri sessuali (in questo caso è una specie della virtù della castità), oppure controllo della volontà sui moti impetuosi e violenti delle altre passioni (specie l’ira). Si esercita in tutti quegli atti comunemente chiamati “freni inibitori”, che impediscono alle passioni di dominare sulla ragione. La differenza che c’è tra la continenza e la temperanza è che quest’ultima assoggetta totalmente l’appetito sensitivo, mentre la continenza ne frena solo il disordine e la veemenza. Simile discorso vale per ciò che concerne il rapporto tra continenza e castità: la castità, infatti, serve a indirizzare al bene tutto il patrimonio affettivo e corporeo dell’essere umano, affinché serva al suo fine, che è sempre l’amore e, nel caso del matrimonio, anche la cooperazione con Dio nella trasmissione della vita. La continenza, invece, è il mero controllo delle pulsioni, che vengono frenate ed inibite quando esplodono ,semplicemente per evitare di cadere in qualche peccato mortale.
Due sono dunque le accezioni comuni già del termine (prima ancora che della virtù) “continenza”: capacità della volontà di dominare gli impulsi relativi ai piaceri sessuali (in questo caso è una specie della virtù della castità), oppure controllo della volontà sui moti impetuosi e violenti delle altre passioni (specie l’ira). Si esercita in tutti quegli atti comunemente chiamati “freni inibitori”, che impediscono alle passioni di dominare sulla ragione. La differenza che c’è tra la continenza e la temperanza è che quest’ultima assoggetta totalmente l’appetito sensitivo, mentre la continenza ne frena solo il disordine e la veemenza. Simile discorso vale per ciò che concerne il rapporto tra continenza e castità: la castità, infatti, serve a indirizzare al bene tutto il patrimonio affettivo e corporeo dell’essere umano, affinché serva al suo fine, che è sempre l’amore e, nel caso del matrimonio, anche la cooperazione con Dio nella trasmissione della vita. La continenza, invece, è il mero controllo delle pulsioni, che vengono frenate ed inibite quando esplodono ,semplicemente per evitare di cadere in qualche peccato mortale.
Leggermente più articolato, anche in considerazione dei
tempi in cui viviamo, deve essere il discorso sulla modestia nell’abbigliamento. Desidero cominciare citando le indicazioni date già a suo tempo da sant’Ambrogio e fedelmente
riportate da san Tommaso nella sezione della Summa Theologiae
dedicata a quest’argomento, che mi sembrano equilibrate ed
appropriate: “Abbigliamento
non affettato, ma naturale; semplice e più trascurato che ricercato; corredato
di vesti non preziose e sgargianti, ma ordinarie: sicché non manchi nulla
all’onestà ed alla necessità e nulla venga
aggiunto alla bellezza”. E’ affettato l’abbigliamento derivante da cura eccessiva delle proprie
vesti, oltre le necessità della cura del decoro; in altre parole quando si esagera
nella pur doverosa cura ad esso dovuto, tale da ingenerare stili “caricati” o
atti ad attirare l’attenzione, cosa che non è mai indice di buon gusto (oltre
che di santità). La semplicità implica il contentarsi di ciò che
capita, salva la doverosa e sobria bellezza ed eleganza, mentre è proprio della
ricercatezza lo scegliere accuratamente gli abiti da indossare, perdere molto tempo nello stabilire accoppiamenti, fogge,
colori, etc. L’ordinarietà non esagera nelle
spese, acquistando vesti preziose o in numero eccessivo e non attira l’attenzione indossandone di sgargianti. Si può essere
splendidamente vestiti anche con abiti non di lusso, tenendo sempre presenti i
canoni della bellezza santa, che sono sintetizzabili nello slogan: modestia ed
eleganza.
Per le donne andrebbe curata la femminilità, mentre per gli uomini una certa cura e dignità (cose in cui tendono talora ad essere mancanti). In altre parole: per osservare la modestia nell’abbigliamento è necessario non eccedere i limiti del necessario, sia nella quantità di vesti posseduti, sia nella qualità di esse, sia infine nell’eccesso di cura nello sceglierle ed indossarle; non andare in niente al di sopra dell’onesto (che è di per sé bello), in modo tale che nulla venga aggiunto alla bellezza, che deve rimanere il più possibile “naturale”. Evidentemente grande deve essere il discernimento su questa materia e non si possono dare norme o schemi rigidi: lo stato di vita, la condizione di vita, il tipo di lavoro esercitato, gli ambienti da frequentare, le altre circostanze sono sempre fattori da considerare quando si deve valutare come vestirsi. Due sono i tipi di vizi opposti (per eccesso e per difetto), entrambi catalogabili sotto il vizio dell’ostentazione: per quanto riguarda l’eccesso ricadono sotto la fattispecie dell’ostentazione sia l’uso di vesti preziose superiori alla propria condizione, sia l’uso di vesti troppo raffinate e ricercate, sia la troppa sollecitudine nella cura del vestiario (tutti eccessi causati dalla vanagloria). In difetto si danno i casi di chi trascura la cura e l’attenzione necessarie a conservare il decoro (“trasandatezza”), oppure di chi, mediante un atteggiamento affettato, simula con vesti estremamente misere una parvenza esteriore di inopportuna e appariscente santità: difetti causati dall’indolenza il primo e dalla vanagloria il secondo.
Riguardo il trucco e le acconciature esterne delle donne,
i santi Padri (S. Agostino, S. Cipriano e S. Ambrogio) davano indicazioni molto severe. S. Tommaso opta
per una maggiore moderazione (a mio avviso condivisibile), consentendo alle donne sposate di curare la bellezza esteriore, avendo però come fine
quello di piacere al marito. Il campo della vanità, purtroppo, che oggi scende
spessissimo al basso livello dell’inverecondia e, spesso, anche della pubblica
oscenità, è certamente una delle “croci" dell’universo femminile. Bisogna a mio avviso stare attenti a non esagerare in
nessun modo, avendo
attenzione alle usanze e alle
circostanze concrete di tempo e di luogo, evitando comportamenti estremi che
possano apparire come anacronistici o fuori luogo. Il discernimento è sempre la regola principale! Alcuni
punti però sono da tenere presenti: la cura eccessiva del proprio corpo
finalizzata a suscitare l’altrui sensualità è ovviamente peccaminosa; l’uso eccessivo di gioielli e oggetti preziosi è certamente
contrario alla modestia (e, in
qualche caso, anche alla giustizia); l’abuso, l’eccesso o il cattivo gusto nell’uso
dei cosmetici è una forma di alterazione vana della bellezza naturale, su cui i
Padri sono molto severi; è bene sempre farne un uso moderato, evitando tinte e
colorazioni troppo forti, ma preferendo delicatezza, sobrietà e, mi si lasci
dire, un pochino di “classe”, oggi, ahimè, spesso latente.Per le donne andrebbe curata la femminilità, mentre per gli uomini una certa cura e dignità (cose in cui tendono talora ad essere mancanti). In altre parole: per osservare la modestia nell’abbigliamento è necessario non eccedere i limiti del necessario, sia nella quantità di vesti posseduti, sia nella qualità di esse, sia infine nell’eccesso di cura nello sceglierle ed indossarle; non andare in niente al di sopra dell’onesto (che è di per sé bello), in modo tale che nulla venga aggiunto alla bellezza, che deve rimanere il più possibile “naturale”. Evidentemente grande deve essere il discernimento su questa materia e non si possono dare norme o schemi rigidi: lo stato di vita, la condizione di vita, il tipo di lavoro esercitato, gli ambienti da frequentare, le altre circostanze sono sempre fattori da considerare quando si deve valutare come vestirsi. Due sono i tipi di vizi opposti (per eccesso e per difetto), entrambi catalogabili sotto il vizio dell’ostentazione: per quanto riguarda l’eccesso ricadono sotto la fattispecie dell’ostentazione sia l’uso di vesti preziose superiori alla propria condizione, sia l’uso di vesti troppo raffinate e ricercate, sia la troppa sollecitudine nella cura del vestiario (tutti eccessi causati dalla vanagloria). In difetto si danno i casi di chi trascura la cura e l’attenzione necessarie a conservare il decoro (“trasandatezza”), oppure di chi, mediante un atteggiamento affettato, simula con vesti estremamente misere una parvenza esteriore di inopportuna e appariscente santità: difetti causati dall’indolenza il primo e dalla vanagloria il secondo.
