Riprendiamo il commento dei canoni del secondo Concilio di Costantinopoli, che sono dei veri piccoli trattati di Teologia cristologica, ove è tratteggiata e puntualizzata senza possibilità di confusione la dottrina dell’Incarnazione del Verbo.
Proseguiamo nell’analisi e nel commento dei canoni del secondo Concilio di Costantinopoli (553).
6) «Se qualcuno afferma che la santa gloriosa e sempre vergine Maria solo in un senso improprio e non veritiero è madre di Dio, o che Ella lo è secondo la relazione, come se fosse nato da Lei un semplice uomo e non il Verbo di Dio che si è incarnato in Lei, perché, secondo loro, la nascita di questo uomo si deve riferire al Verbo Dio in quanto unito all’uomo al momento della sua nascita; e se egli accusa il santo sinodo di Calcedonia di chiamare madre di Dio la Vergine nel senso empio immaginato da Teodoro; o se qualcuno la chiama madre dell’uomo o madre di Cristo, come se Cristo non fosse Dio, e non la proclama in senso proprio e secondo verità madre di Dio, dal momento che il Verbo Dio, generato dal Padre prima dei secoli, si è incarnato in Essa in questi ultimi tempi, e non riconosce che è con questo sentimento di venerazione che il santo sinodo di Calcedonia l’ha proclamata madre di Dio, costui sia anatema».
È evidente che in queso canone viene ripresa e ribadita la condanna di Nestorio e del nestorianesimo, di cui il citato Teodoro (di Mopsuestia) sappiamo essere stato un sostenitore. Essa, come ormai sappiamo, concepisce l’Incarnazione come unione (morale) tra la persona del Verbo di Dio e la persona umana (che in realtà non esiste) Cristo Gesù, stravolgendo il dogma dell’unione ipostatica. Abbiamo già a suo tempo spiegato che solo una vera Incarnazione produce l’irreversibile assunzione di una natura umana come la nostra, dando la possibilità di compiere una vera redenzione dell’uomo e di tutto l’uomo. Per cui non è il caso di dilungarsi ulteriormente su questo punto.
Vediamo ora brevemente il canone numero sette.
7) «Se qualcuno, dicendo «in due nature», non confessa che nella divinità e nell’umanità si deve riconoscere il solo Signore nostro Gesù Cristo, così che con questa espressione si indica la diversità delle nature, nella quale si è realizzata l’ineffabile unità senza confusioni, senza che il Verbo passasse nella natura della carne e senza che la carne si trasformasse nella natura del Verbo (l’uno e l’altra, infatti, rimangono ciò che sono per natura anche dopo che si è realizzata l’unione secondo l’ipostasi); ma se costui intende tale espressione come una divisione in parti nel mistero di Cristo; o se, pur ammettendo nello stesso ed unico Signore nostro Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, la pluralità delle nature, non accetta solo in teoria la differenza dei principi da cui è costituito, che l’unione non sopprime (perché uno è da due, e due in uno), ma si serve della pluralità delle nature per sostenere che esse sono separate e con una propria ipostasi, costui sia anatema».
La doppia natura di Cristo (umana e divina), come sappiamo dal Concilio di Calcedonia, trova il suo soggetto unico nella Persona Divina del Verbo, unico soggetto di attribuzione degli atti dell’una e dell’altra. E pur essendo unite in quest’unica Divina Persona, ciascuna delle nature ha conservato (e conserva) del tutto integre e distinte le proprie qualità e facoltà, senza produrre alcuna confusione, mescolanza, trasformazione, trasferimento di funzioni o separazione. Onde qualunque ambiguità in merito a ciascuno di questi punti deve essere considerata come eretica e tale è ribadita da questo canone.
8) «Se uno confessa che è avvenuta l’unione delle due nature, divina e umana, o parla di una sola natura incarnata del Verbo di Dio, ma non intende queste espressioni secondo il senso dell’insegnamento dei santi padri, cioè che, avvenuta l’unione secondo l’ipostasi della natura divina e della natura umana, ne è risultato un solo Cristo; e anzi con questa espressione tenta introdurre una sola natura o sostanza della divinità e della carne di Cristo, costui sia anatema. Dicendo, infatti, che il Verbo unigenito si è unito alla carne secondo l’ipostasi, noi non affermiamo che si sia operata una reciproca confusione delle nature, ma piuttosto che il Verbo si è unito alla carne pur rimanendo l’una e l’altra natura ciò che sono. Di conseguenza, uno è anche il Cristo Dio e uomo, consustanziale al Padre secondo la divinità, consustanziale a noi secondo l’umanità. Per questo la Chiesa di Dio rigetta e condanna sia coloro che introducono una separazione o una divisione in parti, sia coloro che provocano confusione nel mistero della divina incarnazione di Cristo».
Il bersaglio principale del canone ottavo è senza dubbio Eutiche e il monofisismo che, come si ricorderà, concepiva la natura umana unita alla divina come una goccia nell’oceano, affermando la dissoluzione della sua consistenza e sussistenza a favore della divinità e di fatto riducendo ad una le due nature di Cristo. Specularmente opposta a questa eresia è quella di chi separa nettamente le due nature creando una sorta di “doppio Cristo”. La sana e santa dottrina cattolica afferma la sussistenza di un solo Cristo, che è la seconda persona della Santissima Trinità, eterno Verbo e Figlio di Dio, che realmente si è incarnato nel seno della Vergine, unendo alla sua natura divina la natura umana creata nel grembo della Vergine Santissima nell’unico soggetto della sua Divina Ipostasi (o Persona), risultandone una sola Persona (divina) con due integre nature distinte (l’umana e la divina) che lo rendono al tempo stesso consustanziale a Dio e consustanziale a noi.
