I "novissimi hominis" e i "novissimi mundi"
Ci occupiamo in questo articolo di un importantissimo tema, trattandolo, come di consueto, alla luce del Magistero autentico della Chiesa: l’escatologia (“discorso sulle ultime cose”), ossia la dottrina sulle cose che ci attendono dopo la vita terrena e dopo la consumazione di questo mondo. E’un capitolo molto ampio, conosciuto con il termine tradizionale (di derivazione latina) di “novissimi”(“cose ultime”) e che nei manuali tradizionali di dogmatica era distinto in due parti: i “novissimi hominis”, consistenti in ciò che attende ogni singolo uomo al termine della vita terrena e distinti in morte, giudizio, Inferno e Paradiso, con i necessari corollari di Purgatorio e Limbo; i “novissimi mundi”, ossia ciò che attende tutta l’umanità alla fine della storia: la Parusia (il ritorno di Gesù nella gloria), la risurrezione dei morti o della carne, il giudizio universale, l’eterna condanna o glorificazione dell’umanità ricostituita nella pienezza del suo essere, l’eterno regno nella gloria della Nuova Gerusalemme per i beati pienamente partecipi della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. L’ordine che seguirò in questo argomento è fondamentalmente quello cronologico. Questo criterio è a mio parere molto importante, perché ci fa comprendere come anche il male (in questo caso l’eresia) concorra, grazie alla divina onnipotenza, al bene. Sono state, infatti, le eresie ad occasionare i momenti di riflessione ecclesiale su importanti temi dogmatici e quindi ad offrire alla Chiesa la possibilità di puntualizzare, specificare e definire la sana dottrina cattolica condannando gli errori e le eresie. Su questo tema specifico ha causato molti danni una trasposizione impropria di alcune idee del platonismo in ambito cristiano. L’operazione, che ha visto in Origene uno dei più importanti (anche se non l’unico) fautori, ha causato una non corretta comprensione dell’importanza della “carne”nell’opera della salvezza (in Occidente si svilupperà, in reazione, l’adagio: “caro cardo salutis”, “la carne è il cardine della salvezza”) ed una non sufficiente comprensione della malvagità irreversibile degli spiriti cattivi e decaduti, che non può essere conciliabile con la visione ottimistica e spiritualistica di certe idee platoniche e neoplatoniche. I primi due grandi errori che la Chiesa dovette fronteggiare sono una concezione “spiritualista”della risurrezione ma, soprattutto, il grande errore origeniano dell’apocatastasi. La prima dottrina affermava che la risurrezione sarebbe avvenuta in una sorta di “carne aerea”, che non poteva avere in nessun modo nulla a che fare con la carne che abbiamo avuto in questa vita, in quanto essa - idea tipicamente platonica - sarebbe irreversibilmente cattiva e segnata dal male. L’altra dottrina affermava, interpretando (come sempre) malauguratamente e sciaguratamente un difficile passaggio paolino sulla ricapitolazione finale di tutte le cose in Cristo (1Cor 15,23-25), che alla fine tutti, anche i demoni e i dannati, si sarebbero pentiti e sarebbero stati accolti nella nuova Gerusalemme, negando in questo modo l’eternità dell’Inferno e l’irreversibilità della ribellione degli angeli cattivi. La Chiesa reagì risolutamente a questi gravissimi errori. Contro l’apocatastasi il primo atto ufficiale porta la firma dell’imperatore Giustiniano (non stupisca ciò, se si considera che a quei tempi gli imperatori - tutti cristiani - addirittura poterono convocare qualche Concilio!!!) e fu successivamente ratificato dal secondo, terzo e quarto Concilio di Costantinopoli (553, 680 e 869) nonché dal secondo Concilio di Nicea (787). Ecco il testo:
“Se qualcuno dice o sostiene che il castigo dei demoni e degli empi è limitato nel tempo, e che esso in un momento stabilito avrà fine, ritenendo che possa avvenire per i demoni o per gli empi una restituzione alla condizione precedente [apocatastasi], sia anatema”(Denz 411). Contro la prima delle dottrine sopra menzionate tuonò risolutamente l’undicesimo Sinodo di Toledo del 675, con queste parole: “confessiamo che sull’esempio del nostro Capo Gesù Cristo avverrà un’autentica risurrezione della carne di tutti i morti. E crediamo che risorgeremo non in una carne aerea o in qualsivoglia altra (come vaneggiano alcuni), ma in questa stessa carne nella quale viviamo, esistiamo e ci muoviamo. Costituito il modello di questa santa resurrezione, lo stesso Signore e Salvatore nostro, salendo al cielo, tornò alla casa del Padre, dalla quale mai, con la sua divinità, si era allontanato”.
Risorgeremo dunque con la nostra carne, la vera carne che abbiamo avuto in questa vita. E la sentenza che riceveremo subito, nel giudizio particolare, è irriformabile. Se è di dannazione, la carne seguirà l’anima nell’eterna condanna. Senza nessuna possibilità di cambiamento. Nè di fine. Come disse il Vate: “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. E come ha sempre insegnato santa Madre Chiesa.
