Se i non credenti sono protesi verso la ricerca del piacere nell’attimo presente e tanti credenti sono animati da una sorta di ottimismo spensierato, come se la vita non dovesse mai finire, i buoni cristiani non solo pensano alla morte, ma ad essa si preparano e, sforzandosi di vivere in grazia, “predestinano” la propria anima all’eterna beatitudine.
Il mese di Novembre, per antichissima tradizione, è quello in cui la santa Madre Chiesa, nella sua premura di madre e maestra dei fedeli, li esorta a meditare e contemplare sulle realtà ultime, comunemente chiamate “novissimi”. Il mese, infatti, si apre con la celebrazione solenne di tutti i santi e i beati del Paradiso e il giorno dopo si compie la commemorazione di tutti i fedeli defunti. Nel linguaggio tradizionale, pregno di sapienza, i membri del Paradiso venivano denominati “Chiesa trionfante” o, assai meno spesso, “gaudente”, le anime del Purgatorio “Chiesa purgante”, noi viatori che ancora siamo quaggiù “Chiesa militante” o, con termine di più recente conio, “Chiesa peregrinante”. I recisi dal corpo dei salvati che è la Chiesa sono le anime dannate che, a causa della loro perdurante chiusura alla grazia e ostinazione nel peccato, si sono da se stesse autoescluse dalla possibilità di accedere alla salvezza, partecipando della terribile sorte di eterno tormento inflitta a satana e a tutti i suoi ministri. Tale differente “destinazione” delle anime avviene, secondo la tradizione della Chiesa, immediatamente dopo la morte, in quella del tutto singolare esperienza denominata “giudizio particolare” (cosa ben distinta dall’ulteriore e finale “giudizio universale”) a seguito del quale l’anima va in Paradiso, in Purgatorio o - Dio ce ne scampi e liberi - all’Inferno.
In questo articolo mediteremo sulla morte e sul giudizio particolare, che sono le porte con cui si chiude lo scenario della vita terrena e si apre quello della vita ultraterrena.
La morte corporale, dalla quale - come già ricordava il grande san Francesco d’Assisi - nessun uomo può scampare, rappresenta il termine della vita terrena ed avviene quando l’anima, per qualunque tipo di causa (morte dovuta a vecchiaia, malattia, morte violenta, improvvisa, etc.) si separa dal corpo, il quale andrà inevitabilmente incontro alla corruzione in attesa della risurrezione della carne.
Secondo il chiarissimo insegnamento della Rivelazione (cf, a titolo di esempio, Gen 3 e Sap 2), la morte è entrata nel mondo come conseguenza più grave, nonché immediata e diretta, del peccato originale commesso dall’uomo. Quella orribile corruzione che il peccato provoca nella nostra anima e la conseguente separazione di essa (in caso di peccato grave) da Dio, si riverberano nella separazione dell’anima dal corpo e nella corruzione e putrefazione di quest’ultimo. Al momento della morte si decide l’eterno destino dell’anima, perché al suo accadere lo stato in cui essa si trovava si “cristallizza” e “perennizza” in maniera irreversibile. Se stava in grazia, è senz’altro salva; se in grazia non stava, l’anima sarà dannata. Con la separazione dell’anima dal corpo, infatti, cessa il tempo della prova, del travaglio e del combattimento, nonché la possibilità, per l’uomo, di cambiare rotta e direzione di vita. Come ci trova, così ci consolida per tutta l’eternità. È cosa assai deprecabile cercare di esorcizzare il fatto futuro e certo della morte (per la verità l’unico evento futuro che abbia il sicurissimo carattere della certa ineluttabilità) con il non pensarci, il minimizzarne la drammaticità, il pensare che tanto poi tutti andranno in qualche modo a stare meglio solo per il fatto di aver dovuto affrontare il dramma - che tale è e tale resta - della morte. Alla morte sarebbe bene pensarci assai spesso e verificare, in questo senso, cosa accadrebbe se dovesse coglierci all’improvviso. Alla morte ci si dovrebbe preparare giorno dopo giorno sforzandosi di vivere in grazia e di conservarla, di stare lontani dal peccato, sempre vicini alla preghiera e ai sacramenti, sempre fedeli nell’osservanza della legge di Dio e dei doveri del proprio stato. Agire diversamente, oltre che segno di grande immaturità, è anche manifestazione di grave irresponsabilità, perché nessuna cosa è tanto deprecabile quanto non prendersi cura della nostra sorte eterna, illudendosi che la vita terrena possa non finire mai e che le povere cose di questo mondo - pur talora importanti e necessarie - possano o debbano assurgerea realtà di importanza capitale fino a farci perdere l’orizzonte e l’orientamento verso l’eternità.
Il giudizio particolare è ciò che l’anima vive quando, subito dopo morta, si trova al cospetto di Dio. Nonostante il termine “giudizio”, mutuato dalla nostra realtà umana solo per far comprendere che c’è uno “ius dicere”, cioè un “dire il giusto”, non dobbiamo pensare a questo momento come una sorta di processo in cui ci sarebbe il diavolo a far da pubblico ministero, il nostro angelo custode da avvocato e la Santissima Trinità come giudice. In realtà è il momento in cui l’anima, uscita dal corpo, viene invasa dalla luce perfetta e dalla verità assoluta che Dio è e si rivede, in un istante, in tutto ciò che ha fatto esattamente nel modo in cui la vede l’Altissimo, senza alcuna possibilità di errore, sotterfugio, scappatoia, giustificazione o altro. L’anima vede tutto il bene e il male che ha fatto comprendendone il grado di effettiva e soggettiva colpevolezza o meritorietà e immediatamente, quasi da se stessa, si colloca nel luogo dove merita di andare: Paradiso se, oltre ad aver fatto in tutto la Divina Volontà, non ha colpe, macchie o imperfezioni da purificare (cosa, per la verità, a dir poco assai rara); Purgatorio se si accorge di essere macchiata da molte scorie e elementi da purificare che la rendono incapace di comparire davanti all’Altissimo per iniziare a godere della visione beatifica; Inferno se viene sciaguratamente a comprendere di aver fatto sempre la propria volontà chiudendosi per sempre e irreversibilmente (perfino negli estremi richiami degli ultimi momenti) alle offerte di salvezza dell’Altissimo. Nel qual caso inizia, malauguratamente, quel perpetuo e infinito pianto e stridore di denti e si consuma il fallimento radicale e definitivo della propria vita: l’anima perde per sempre la possibilità di godere di quel Dio che l’ha creata ed essere eternamente felice e beata.
