Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2020-03-31

Dio castiga, corregge o semplicemente... ama?...

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"Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà" (Ger 31,3). 
Considerazioni sull'agire e la pedagogia divina nella storia dell'umanità



"Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore. Chi sta nell'amore dimora in Dio ed Egli dimora in lui" (1Gv 4,16). Questa frase dell'apostolo prediletto del Signore, di colui che meglio degli altri undici ha conosciuto e compreso i segreti reconditi del Cuore di Gesù, su cui ebbe il privilegio di reclinare il capo nell'ultima Cena, è una delle più ardite e significative di tutta la Sacra Scrittura. Dire infatti che "Dio è amore" significa azzardare una definizione di quella divina essenza che, per definizione, ci trascende e non può essere da noi (almeno in questo mondo) perfettamente conosciuta. Eppure, come già insegnava Aristotele, dire "Questo è questa cosa" (ossia usare la frase soggetto, verbo essere più parte nominale) significa appunto definirla, ossia esprimerne l'essenza. L'essenza inconoscibile e non perfettamente comprensibile di Dio, trascendente e imperscrutabile e che formerà la delizia e la felicità dei beati è dunque il suo essere intrinsecamente e assolutamente amore. L'amore è dunque l'unica legittima chiave di lettura di tutto ciò che Dio è e di tutto ciò che Egli fa, sia dentro la Santissima Trinità (ad intra) che fuori di essa (ad extra). Tutti i divini attributi (che confluiscono come uno solo nella semplicità assoluta della divina essenza) vanno compresi sempre dentro l'orizzonte dell'amore. La santità di Dio è dunque santità d'amore, l'onnipotenza di Dio è amorevole (ossia esercitata sempre con amore e per amore), la stessa giustizia di Dio non è altro che espressione del suo amore. 
Perché Dio ha creato l'universo? Per amore. Perché ha creato l'uomo? Per comunicare la sua intima felicità e vita beata a qualcuno, fuori di sé, che fosse capace di conoscerla, viverla e goderne. Quanto ha a cuore, Dio, una singola anima, anche una sola persona? Come se fosse l'unica cosa a cui ha da pensare, come preziosissima pupilla del suo occhio, come perla preziosa. Le parabole evangeliche della perla preziosa (cf Mt 13,45-46) e della pecorella perduta (cf Lc 15,4-7) non ci ricordano forse, soavemente e teneramente, questa consolante verità?
Tutto ciò che fa, il nostro Dio, è sempre (e non potrebbe essere altro) espressione di ciò che è. Ossia di amore. Purtroppo, nelle creature intelligenti (a partire da quelle a noi superiori, ossia gli angeli), un giorno sorse il "non amore", ossia il rifiuto di credere che quel che Dio vuole, chiede e fa sia sempre e solo nient'altro che amore; si verificò l'incredibile e assurdo rifiuto di scegliere questo amore come ragione unica del proprio vivere, raggiungendo in questo modo una piena felicità immediata e una perfetta felicità eterna. Questo, nient'altro che questo, fu "il peccato" degli angeli come quello degli uomini: uno scioccante, sbalorditivo, folle "no" all'amore. Un tentativo di respingere Dio nella solitudine di un amore lasciato inerte perché non accolto, non stimato e non voluto. Ma - e questa è la cosa che più ha ferito il cuore di Dio - ciò significa il suicidio delle creature intelligenti, un precipitare nella più totale e disperata infelicità, questo significa far sorgere il male in tutte le sue forme, quel male che, inevitabilmente, ricade su chi lo ha commesso seminando dolore, distruzione, pianto, disperazione e morte.
Dinanzi a tale follia, Dio cosa fa? Diventa uomo per assumere su di sé tutte le conseguenze del male prodotto dalla libertà delle creature intelligenti, restituendo la possibilità di riallacciare quei legami di amore perduto che sono l'unica fonte della Vita e della Felicità.
E l'uomo come ha risposto a questa nuova "divina follia" di Dio? Assai spesso continuando ad opporre dei desolanti e lancinanti "no", continuando a pensare che solo facendo da sé, facendo sempre quel che vuole avrebbe trovato vita, gioia, pace e felicità. Una menzogna antica, ma incredibilmente sempre facilmente creduta. E attuata.
Dentro questo contesto, devono situarsi gli interventi correttivi di Dio, ben noti alla Sacra Scrittura, e chiamati talora col termine (oggi per molti indigesto, ma perché spesso frainteso) di "castigo" oppure "correzione" oppure "rimprovero". Vediamone una breve rassegna.
Il libro dell'Apocalisse mette in bocca a Gesù in persona queste parole: "Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo" (Ap 3,19). Nella liturgia delle Ore della Chiesa, il Martedì della prima settimana del salterio, si recita lo splendido cantico di Tobia che recita: "benedetto Dio che vive in eterno... Egli castiga e usa misericordia, fa scendere negli abissi della terra, fa risalire dalla grande perdizione e nulla sfugge alla sua mano" (Tb 13,2). Se si cerca nella Bibbia il termine "castigo" ricorre (nella traduzione italiana) per ben 73 volte. Una delle più significative ricorrenze è quella del quarto canto del servo del Signore, che la liturgia della Chiesa applica esplicitamente a Gesù Crocifisso: "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui. Dalle sue piaghe noi siamo stati guariti. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Is 53,5). 
Il termine correzione ricorre nella Sacra Scrittura (sempre versione italiana) per 30 volte. Eccone alcune ricorrenze significative. Nella lettera agli Ebrei si legge esplicitamente: "Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non perderti l'animo quando sei ripreso da lui. È  per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, allora siete degli illegittimi, non dei figli! In verità, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che sono stati addestrati per suo mezzo" (Eb 12,5.7-11). Il profeta Isaia afferma chiaramente: "Signore, nella tribolazione ti abbiamo cercato; a te abbiamo gridato nella prova, che è la tua correzione" (Is 26,16). Nel libro di Giobbe si legge: "Felice l'uomo, che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell'Onnipotente" (Gb 5,17). Nel secondo libro dei Maccabei troviamo scritto: "Se per nostro castigo e correzione il Signore vivente si adira per breve tempo con noi, presto si volgerà di nuovo verso i suoi servi" (2Mc 7,33).
I libri sapienziali, a loro volta, sono quelli nei quali maggiormente ricorre il termine "rimprovero" (23 in tutta la Bibbia). Essere rimproverati è una grazia o una disgrazia? Mettiamoci anche qui in ascolto della Parola. "Chi rifiuta la correzione disprezza se stesso, chi ascolta il rimprovero acquista senno" (Pr 15,32). "Chi odia il rimprovero segue le orme del peccatore, ma chi teme il Signore si convertirà di cuore" (Sir 21,6). "Hai fatto questo e dovrei tacere? forse credevi ch'io fossi come te! Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati" (Sal 49,21).
L'elenco dei testi è, inevitabilmente, esemplificativo e non esaustivo: ma c'è quanto basta per poter tentare una lettura ragionevoli di ciò che accade nella storia, anche nelle drammatiche e dolorose circostanze attuali che stiamo vivendo in questo delicato momento.
C'è chi teme di affermare che "Dio castiga" perché ha una visione giuridico-punitiva (non affatto biblica) di tale termine: il castigo sarebbe una punizione, un "farla pagare" al colpevole, espressione del carattere retributivo della giustizia. Un castigo così inteso, evidentemente urterebbe contro il mistero di Dio amore e quindi, frettolosamente, a volte si afferma tout-court: "Dio non castiga". Ma abbiamo visto (e avremmo potuto continuare) che la Rivelazione afferma esattamente il contrario. Il libro dell'Apocalisse ci dà, tuttavia, una chiave di lettura risolutiva: "quelli che amo, li rimprovero e li castigo". "Rimprovero e castigo" sono dunque, in realtà atti di amore ed è proprio della cristiana sapienza imparare a decifrarne le delicate carezze anche in mezzo ai dolori della prova e della tribolazione. C'è anche chi, pur con la lodevole intenzione di togliere Dio dal banco degli imputati (dove, purtroppo, troppo spesso e troppo frettolosamente lo mettono tanti poveri figli che sembrano ricordarsi di lui solo quando devono metterlo sotto processo), afferma che Dio non c'entra niente con gli eventi della storia, che essi dipendono da forze e agenti del tutto indipendenti e che non bisogna dunque prendersela con Dio quando accadono sciagure, flagelli, malattie o quant'altro. Ma quest'altra affermazione stride inesorabilmente con la primaria verità di fede che Dio è causa prima di tutte le cose e che tutte sono da Lui governate e controllate. Lo stesso cantico di Tobia, già citato sopra, ci ha ricordato che "nulla sfugge alla sua mano". Quindi non si può affermare con verità che Dio non ha niente a che fare con quel che accade. Ma solo che noi non siamo capaci di comprendere perfettamente come anche la prova, il lutto, il dolore e la tribolazione siano in realtà atti di amore con cui Dio cerca di portare l'uomo, nel rispetto della sua libertà, verso quel bene sommo per cui è stato creato, perso il quale si perde tutto.
Durante la liturgia della veglia pasquale, che quest'anno sarà celebrata in condizioni di emblematica ed eloquente solitudine nelle Parrocchie, risuonerà la parola di Isaia: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il Cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i mie pensieri sovrastano i vostri pensieri" (Is 55,8-9). Questo brano è, a mio avviso, quello definitivamente risolutivo per poter concludere: Dio castiga? (In senso biblico), certamente sì. Dio corregge? Sì. Dio rimprovera? Sì. Ma in realtà cosa fa? Ci ama. Anche se noi non siamo in grado di comprenderlo pienamente, né di percepirlo, né - disgraziatamente - di recepirlo. 




"Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta e io non la comprendo" (Sal 138,6). 
"Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28). 



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