Divorzio e adulterio:
due gravissime profanazioni della santità e
indissolubilità del sacramento del matrimonio
Il sacramento del matrimonio causa tra gli sposi una realtà ontologica del tutto
nuova: come dice Gesù nel Vangelo, riprendendo il celebre aforisma del libro
della Genesi, gli sposi non sono più due, ma una sola carne. Il sigillo dell’una caro viene perfezionato quando gli
sposi, dopo aver celebrato le nozze, compiono l’atto coniugale. Da quel momento
– e solo da quel momento – il matrimonio è assolutamente sigillato e non esiste
nessuna autorità umana (nemmeno il sommo Pontefice) che abbia il potere di
scioglierlo.
Gli sposi devono custodire questo legame indissolubile con una
fedeltà piena e totale, che parte dal cuore e dalla mente e termina in una
condotta illibata e casta nei confronti delle persone diverse dal proprio
coniuge. L’adulterio, in questo senso, è peccato gravissimo, in quanto
rappresenta la violazione diretta di questo sigillo ed è atto che infligge una
ferita mortale alla santità e alla stabilità del matrimonio. In tempi in cui
solo il termine “adulterio” può forse far sorridere qualche anima sciagurata -
che in mezzo a tanta corruzione abbia perso la retta percezione del bene e del
male – è bene ricordare che nei primi secoli della vita della Chiesa sorse in
campo dottrinale una questione assai spinosa, che solo il tempo fece risolvere
in senso positivo, ma che è bene evidenziare per prendere coscienza
dell’estrema gravità di questo peccato. Si discuteva, a quei tempi, se ci
fossero dei peccati che, per la loro gravità, non potessero essere rimessi in questo
mondo ma solo nell’altro, dopo una vita trascorsa a fare penitenza. Si badi che
almeno fino al V-VI secolo, il sacramento della penitenza poteva essere
celebrato una sola volta nella vita, con una cerimonia che coinvolgeva tutta la
comunità e che veniva gestita direttamente e in prima persona dal vescovo (non
dai semplici sacerdoti). Il peccato, infatti, era visto con estremo orrore e
come del tutto incompatibile con la vita dei figli di Dio e il sacramento della
penitenza come “tavola ultima” a cui aggrapparsi dopo la tragedia del
“naufragio del peccato”. Ebbene cominciò a prendere forma e corpo la dottrina
che ci fossero tre peccati che, per la loro inaudita gravità, richiedessero una
penitenza perpetua e da cui non si poteva essere assolti in questo mondo, ma
solo rimettendosi direttamente alla divina misericordia. Il primo era
l’apostasia, cioè rinnegare la fede cattolica ricominciando a vivere dai
pagani; il secondo era l’omicidio volontario, in cui, ovviamente, era compreso
l’abominevole delitto dell’aborto; il terzo era appunto l’adulterio, in quanto
considerato un orribile sacrilegio contro la santità del matrimonio, una vera e propria profanazione, un vero cataclisma, le cui devastanti conseguenze
dovevano essere riparate con una vita intera di penitenza!
Questa posizione non
divenne mai “dottrina ufficiale” della Chiesa e con l’evoluzione della prassi
del sacramento della penitenza (e anche con la possibilità di ripeterlo più
volte durante la vita) si prese coscienza che tutti i peccati, di cui si sia
realmente pentiti, possono essere rimessi dal ministro che agisce in persona Christi, obbediente al
mandato di Gesù di perdonare in suo nome i peccati. Una sua eco, tuttavia, la
si può intravedere nell’attuale disciplina canonica, che individua
nell’adulterio l’unico caso in cui è lecito
(non certamente buono e ancor meno raccomandato…) al coniuge innocente che non
riesca a perdonare subito e di cuore il tradimento subito interrompere temporaneamente la coabitazione (che è cosa diversa dal ricorrere a separazioni
legali...) per prendersi il tempo necessario a trovare la forza di riuscire a perdonare
il colpevole. Si badi che si tratta di “temporanea interruzione della
coabitazione”, nella speranza di poter procedere al più presto alla perfetta
riconciliazione col pentimento del coniuge peccatore e il perdono concesso da
quello innocente, che è caldamente raccomandato in ogni caso dalla Chiesa stessa.
La fedeltà coniugale, tuttavia, comincia prima del matrimonio. Al matrimonio
bisogna, infatti, arrivare in condizioni di perfetta castità e integrità (anche
fisica), perché il significato e i frutti del sacramento del matrimonio possano
essere perfettamente custoditi. Se il corpo di chi è chiamato al matrimonio
appartiene a chi sarà sua moglie o suo marito, è ovvio che la fedeltà comincia prima, non solo del matrimonio, ma anche
prima di aver conosciuto chi sarà colui o colei con cui si dovrà dividere e
condividere la vita. I “no” che devono essere detti con fermezza, con coraggio
e senza compromesso alcuno nel tempo del fidanzamento (o dei fidanzamenti), non
sono altro che un atto dovuto nei confronti di chi ha il diritto esclusivo di
avere e di conoscere il proprio futuro coniuge. Avere rapporti prematrimoniali o contatti sessuali anche minimi
durante il fidanzamento è condotta che si potrebbe paragonare, per analogia, a quella di un seminarista che, prima di
essere ordinato, osasse celebrare la Messa, oppure fare un battesimo o una semplice benedizione. Con la differenza che, se un seminarista si
azzardasse a fare una cosa del genere, incorrerebbe nella scomunica e potrebbe
dire addio per sempre ai sogni di diventare un giorno sacerdote; se due
fidanzati vivono come marito e moglie prima del tempo, ai nostri giorni, è cosa
considerata assolutamente normale e ci si va tranquillamente a sposare in Chiesa (e pure in abito
bianco!). Tuttavia nel cuore di non pochi fedeli, ancora giustamente rimasti ancorati alla sana dottrina cattolica, sorge una domanda: Ma è giusto? Ma Dio, di persone che fanno queste
cose con tanta leggerezza e senza alcun pentimento, cosa penserà? Quali benedizioni si possono sperare su un matrimonio costruito sulla sabbia e macchiato di impurità se non ci siano stati cammini di pentimento e conversione prima di celebrarlo? L'attuale corruzione
dilagante dei costumi e il libertinaggio sessuale ormai universalmente diffuso non hanno di certo il potere di cambiare nemmeno di una virgola l'immutabile legge di Dio. Le attuali contingenze storico-culturali rendono solo molto più difficile continuare a viverla e a rispettarla. Ma maggiore sarà anche la ricompensa di coloro che sanno essere puri e
casti in mezzo a tanta sporcizia e squallore…