IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO
DOTTRINA DEL CONCILIO DI FIRENZE
(1438-1445)
Veniamo finalmente al sacramento del
matrimonio, al riguardo del quale il Concilio di Firenze presenta una dottrina chiara
e molto puntuale.
“Settimo è il sacramento
del matrimonio, simbolo dell'unione di Cristo e della Chiesa, secondo le parole
dell’Apostolo: “Questo mistero è grande; lo dico riferendomi a Cristo e alla
Chiesa” (Ef 5, 32). Causa efficiente del matrimonio è il mutuo consenso, di
regola espresso a parole e di persona. Al matrimonio
si assegna un triplice ordine di beni. Primo, la prole da riceversi e da
educare al culto di Dio; secondo, la fedeltà che un coniuge deve osservare nei
confronti dell'altro; terzo, l’indissolubilità del matrimonio, in quanto
significa l’indissolubile unione di Cristo e della Chiesa. Benché poi per
motivo di fornicazione sia lecito separarsi, però non si può contrarre un altro
matrimonio, perché il vincolo di un matrimonio legittimamente contratto è
perpetuo” (Denz. 1327).
Si afferma chiaramente la sacramentalità del
matrimonio e il motivo principale per cui Gesù ha voluto elevare un istituto
già presente tra gli uomini alla dignità di sacramento: renderlo simbolo
dell’unione tra Cristo e la Chiesa, che è unione totale, esclusiva,
indissolubile, casta e feconda. L’adagio che sarebbe poi divenuto classico
nella terminologia di questo sacramento (“consensus
facit matrimonium”: “il consenso fa il matrimonio”), è formulato
definendolo appunto “causa efficiente” del matrimonio, in quanto è il consenso
tra i nubendi liberamente espresso a parole ciò che fa sorgere il vincolo
sacramentale perpetuo e indissolubile tra i coniugi. Perché tale vincolo sorga
validamente – e, quindi, una volta sorto sia assolutamente inscindibile da
qualunque autorità umana – è necessario che il consenso abbracci e comprenda i
tre “beni” del matrimonio. Anzitutto l’accettazione e l’educazione della prole;
in secondo luogo la mutua e fedele unione; infine l’indissolubilità che, pur
essendo radicata già nel diritto naturale (già ad Adamo ed Eva Dio disse: “i
due saranno una carne sola”), è tuttavia sigillata, perfezionata e
radicalizzata dal vincolo sacramentale. Il Concilio conclude citando la causa
“classica” che rende lecita la separazione, individuandola nella
“fornicazione”, ossia nell’adulterio di uno dei coniugi, ferma restando
l’impossibilità di contrarre un nuovo matrimonio se il precedente era valido.
Per comprendere bene l’altezza e la dignità
di questo sacramento occorre quanto mai insistere su un punto chiave. Una volta
che i coniugi si scambiano lecitamente il consenso matrimoniale, dal punto di
vista fenomenologico, empirico, rimangono due individui distinti; ma, dal punto
di vista ontologico, sono non più due ma “ma una sola carne”, in un’unità
cementata dal “collante divino dello Spirito Santo” (ci si passi quest’espressione),
che è radicalmente indissolubile. Succede una cosa non molto dissimile da
quando un sacerdote consacra le sacre specie. Dopo la consacrazione, la
presenza viva e reale di Gesù è legata alla sussistenza delle apparenze del
pane e del vino e rimane integra fino a quando queste ultime sono materialmente
presenti. La presenza di Gesù cessa solo se e quando le specie vengono
consumate o, in altro modo, completamente distrutte. Nessuno, neanche il Papa, potrebbe
“sconsacrare” un’ostia consacrata; e se – per assurdo – si azzardasse a farlo,
quell’atto non produrrebbe il benché minimo effetto. Similmente, quando due
sposi contraggono validamente il sacramento del matrimonio, si determina una
forma di appartenenza totale e reciproca che solo il venir meno (con la morte)
di uno dei due può far cessare; diversamente, se uno osasse sciogliere questo
vincolo, commetterebbe solo un orribile sacrilegio, che dal punto di vista
sostanziale e ontologico non produrrebbe alcun effetto o mutamento di fatto.
Ecco perché il sacerdote, dopo lo scambio del consenso, cita testualmente le
parole di Gesù stendendo la propria mano su quelle degli sposi ancora unite:
“non osi separare l’uomo ciò che Dio
unisce”. Cioè non si azzardi minimamente a fare una cosa del genere, perché un
tale atto sarà completamente privo di effetti, salvo quello (gravissimo) di
costituire delitto di attentato al matrimonio. Quando, peraltro, la Chiesa
parla di giusta causa di separazione individuandola nell’adulterio di uno dei
due (peccato gravissimo perché lede il sigillo esterno di quella mistica
unione), la intende sempre come separazione di
fatto e momentanea, perché il matrimonio è e resta
valido e l’unica soluzione possibile – anche di un problema così grave – è la
riconciliazione e la ricostituzione dell’unione matrimoniale. Ecco perché, a
mio modestissimo parere, nel caso in cui un matrimonio entri in crisi ed uno
dei coniugi voglia la separazione legale,
nell’attuale ordinamento giuridico che fa seguire automaticamente il divorzio ad
istanza di una delle parti decorsi tre anni (ancora per poco…) dalla
sentenza di separazione, non bisogna mai
concedere la separazione consensuale ed opporsi con tutti gli strumenti, anche
legali, alla pronuncia della separazione giudiziale. Diversamente si
aprirebbero, anche se involontariamente, le porte al gravissimo delitto del
divorzio che lede direttamente la volontà di Gesù e la dignità di questo
sacramento e che nessuna legge umana né improbabili “soluzioni pastorali” (suggerite
da qualche audace settore della Chiesa), potranno mai e in nessun modo
attenuare o, peggio, legittimare.
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Dopo aver chiarito che il consenso degli
sposi sigilla indissolubilmente e per sempre il vincolo sacro del matrimonio,
il Concilio di Firenze, con non minore chiarezza e incisività, evidenzia i tre beni del matrimonio: la prole da accogliere ed educare; la
fedeltà reciproca dei coniugi, ovvero il loro amore unico ed esclusivo; e
l’indissolubilità del sigillo matrimoniale.
E’ bene spendere qualche parola a proposito
dei primi due beni, che nella mente e nel cuore di non pochi fedeli oggi sono
tutt’altro che chiari. Bene (e fine) assolutamente primario del matrimonio è ricevere (non fare se e quando si vuole…) i figli ed educarli al culto di Dio. Come sempre accade nei
documenti della Chiesa il linguaggio è molto preciso e ad esso va posta la
debita attenzione. Si parla di ricevere,
non di fare i figli, cosa che vuol
far capire che il figlio è anzitutto un dono di Dio e non un diritto della
coppia; che è inoltre un dovere essere aperti alla ricezione di questo dono e non
si ha per nulla la facoltà (che sarebbe arbitrio) di decidere se fare i figli, quando avere figli e quanti figli
fare. I coniugi che non comprendono questo e pensano che il tema “vita” sia
nella loro piena disponibilità, nel senso che sono loro a decidere se, come,
quando e quanti figli fare – e magari, se non vengono, forzare la natura con
inseminazioni o fecondazioni, omologhe o (peggio) eterologhe – sono in
gravissimo errore e non possono affatto illudersi di andare esenti da peccato
mortale. In questo senso gli sposi devono ben comprendere la ragione prima ed
ultima della loro unione ed anche l’unica causa che giustifica la relazione
sessuale: trasmettere la vita, cooperando con Dio (grandissimo onore, ma anche
impegnativo onere) alla grande opera della creazione. La contraccezione, in
questa prospettiva, sia che la si attui con i moderni mezzi chimici o
farmaceutici, sia che si ponga in essere al modo con cui peccava il biblico
personaggio Onan (cf Gen cap. 38) “disperdendo il seme per terra” (sic), sono
sempre e gravemente illeciti e impediscono, se non ci si pente col proposito di
non più peccare, sia di essere assolti in sede di confessione sia di poter
ricevere la santa comunione. Ugualmente il fine e il bene della procreazione
detta le regole e le coordinate della castità coniugale, per cui sono leciti
(anche nel matrimonio) solo quegli atti che sono idonei a trasmettere la vita,
esclusa ogni altra forma di ricerca del piacere venereo, qualunque essa sia.
Anche su questo argomento la formazione delle coppie, oggi, lascia non poco a
desiderare.
Una parola va detta, infine, sui cosiddetti
“metodi naturali”, troppo frettolosamente adoperati (spesso in buona fede)
anche da coppie di fedeli devoti e praticanti ben al di là dei limiti
consentiti. L’Humanae Vitae, al
riguardo, dice testualmente: “Se dunque per distanziare
le nascite esistono seri motivi,
derivanti dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi, o da circostanze
esteriori, la chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi
naturali immanenti alle funzioni generative per l’uso del matrimonio nei soli
periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere minimamente i
principi morali che abbiamo ora ricordato” (HV 15, i corsivi sono miei). Si
badi bene al tenore delle parole e al loro significato. Il Papa usa la parola distanziare le nascite, non evitare le nascite. Significa che il
primo limite ai metodi “naturali” è che essi possono essere usati a tempo determinato e non indeterminato.
Una coppia che, per esempio, dopo il terzo figlio usasse sempre i metodi naturali perché intende “fermarsi lì”, certamente
non rispetterebbe questo limite e non sarebbe esente da peccato. Il secondo
limite è la serietà dei motivi, per cui quello or ora menzionato (smettere di
procreare), oltre che non essere per niente serio, è tutt’altro che lecito. Si
parla, infatti, di “condizioni fisiche” (per esempio una malattia in corso o
che potrebbe essere aggravata da una gravidanza), “psicologiche” (quali un
periodo di stress notevole, un momento di depressione o esaurimento nervoso,
etc.) o particolari “circostanze esteriori” (un momento di seria difficoltà
economica, la perdita del lavoro, la malattia di una persona cara che richiede
assistenza, etc.), su cui la coppia deve esaminarsi attentamente prima di
prendere una risoluzione, perché la liceità del ricorso a tali mezzi dipende
solo dalla “serietà di tali motivi”, sulla cui validità gli sposi saranno
giudicati da Dio. In questo senso, dunque – e solo in questo senso – si parla
di procreazione “responsabile”: non certo nel senso di sostituirsi a Dio nel
decidere se e quanti figli fare (e come e quando farli…), ma nel senso di
rispondere con coscienza e generosità ad una divina chiamata, prendendosi la
responsabilità di porre qualche temporanea dilazione solo quando gravi motivi
lo giustifichino o lo richiedano; nulla
di più e nulla di meno.
Ecco cos’è un matrimonio secondo Dio, un
talamo benedetto da Dio, un’unione casta e umana santificata dalla sua amorevole
presenza.

