Gli eventi occorsi in questi turbolenti, travagliati e drammatici giorni sono abbastanza noti e come tali li considero nell'approcciarmi a scrivere un mio modesto contributo al riguardo. In estrema sintesi, dunque, lo scorso 1 luglio la Fraternità san Pio X ha provveduto alla consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, dopo aver cercato in tutti i modi un possibile dialogo con Roma, e ha compiuto questo gesto semplicemente per continuare l'opera del suo fondatore, monsignor Marcel Lefebvre: garantire che nella Chiesa cattolica ci fossero sacerdoti in grado di continuare ad insegnare la dottrina cattolica di sempre e santificare i fedeli con la Messa di sempre e l'amministrazione dei sacramenti nel modo in cui la millenaria tradizione della Chiesa aveva sempre fatto. Per ordinare sacerdoti ci vogliono vescovi. Un vescovo ordinato senza mandato pontificio è ipso facto privo di giurisdizione ed ha solo la pienezza dell'ordine per amministrare tutti i sacramenti (ed anche alcuni sacramentali) per l'appunto riservati al vescovo.
Dopo le minacce, la reazione di Roma è stata istantanea, decisa e dirompente: doppia scomunica ai soggetti coinvolti nel rito per avere proceduto senza mandato (consacrante e consacrati, con l'anomalia dell'estromissione del co-consacrante) e per il delitto di scisma. Questa seconda scomunica si estende a tutti i sacerdoti della fraternità ed anche ai fedeli laici, in particolare (come si spiega nella “nota esplicativa”) a quelli che non sono frequentatori sporadici della Fraternità o si rivolgono ad essa solo per il desiderio di partecipare ad una Messa tradizionale, ma a coloro che “vi aderiscono formalmente”, ossia ne condividono l'impianto dottrinale e la contestazione al “magistero” (virgolette obbligatorie) del Concilio Vaticano II e all'esercizio (in alcuni casi illegittimo) dell'autorità da parte delle gerarchie post-conciliari, vescovi e sommo Pontefice.
La cosa più sconcertante è la meticolosa e dettagliata procedura prevista per la “riammissione nella Chiesa Cattolica” (le virgolette, anch'esse d'obbligo, sono mie) ossia la “prassi per la riconciliazione dei sacerdoti e di alcuni laici provenienti dalla FSSPX” (virgolette contenute nel titolo del documento di accompagnamento al decreto e alla nota trasmesso alle nunziature apostoliche per riammettere alla piena comunione con la Chiesa gli asseriti scismatici). Si tratta, a mio avviso, di una riedizione, in forma ovviamente riveduta e corretta, del giuramento “antimodernista”: una sorta di giuramento modernista, in cui, al “penitente che tornerebbe all'ovile di Pietro” (virgolette di nuovo mie) si chiede anzitutto (allegato A):
di professare il credo (non so se sia lecito pensare che forse dubitino che questi cattivissimi tradizionalisti non abbiano la fede cattolica, nonostante la splendida e articolata professione di fede di 154 articoli pubblicata nei giorni scorsi da don Davide Pagliarani, superiore della Fraternità);
di aderire alla Rivelazione scritta e trasmessa e insegnata come da credere dal Magistero autentico (solenne o ordinario) della Chiesa (come se i tradizionalisti non ne fossero i custodi più zelanti e fedele, a fronte degli evidenti tradimenti ed allontanamenti dal Magistero costante della Chiesa da parte dei documenti conciliari e posconciliari);
di aderire con il religioso ossequio dell'intelletto e della volontà agli atti del Magistero non autentico del Sommo Pontefice e del Collegio dei Vescovi (vero punto dolente della questione, perché sono di questa natura alcuni atti del presunto “Magistero” conciliare e post-conciliare a cui non è possibile rendere tale ossequio. Si ricordi quanto recentemente dichiarato da Mons. Athanasius Schneider (qui), secondo cui esisterebbero molti vescovi della gerarchia attuale non disponibili a dare l'ossequio dell'intelletto e della volontà a documenti come “Amoris lætitia” o “Fiducia supplicans”).
Nell'allegato B “formula di adesione” si va anche oltre. Si chiede professione di fedeltà (incondizionata?) alla Chiesa Cattolica e al Papa, di cui si rispolverano, dopo la loro relegazione al rango di titoli storici nell'annuario pontificio del 2020 (qui), i titoli di “vicario di Cristo”, “successore del beato Pietro” e “capo del Collegio degli apostoli”, astenendosi da ogni dichiarazione pubblica che sia contro la sua persona e il suo Magistero. Viene così canonizzata l'obbedienza cieca, assoluta e incondizionata, volendo con questo silenziare qualunque voce che denunci l'incompatibilità di alcune affermazioni del “magistero” recente con il magistero di sempre. “Se l'ha detto il Papa, così è e così si faccia!”. Vediamone alcuni possibili esempi:
“Bisogna dar la comunione ai divorziati risposati non casti?”
“Se l'ha detto il Papa (qui), sì!”.
“Bisogna benedire le coppie irregolari, etero e omoerotiche?”.
“Se l'ha detto il Papa, inventando la benedizione pastorale e non liturgica (qui), sì!”.
“Bisogna smettere di evangelizzare?”.
“Se il Papa dice che non bisogna fare proselitismo (qui), sì!”.
“Bisogna dare licenza a tutti di seguire la propria religione, perché tanto non esiste un Dio cattolico (qui) e tutte le religioni sono vie che portano a Dio (qui)?”
“Se l'ha detto il Papa, sì”.
“Bisogna accettare che a donne vengano dati compiti di suprema giurisdizione della Chiesa, da sempre legati all'ordine sacro ed al loro esercizio da parte di soli uomini?”
“Se, in nome dell'adeguamento della nuova Chiesa alle istanze del femminismo e alla promozione della donna, così ha deciso e ordinato il Papa (qui, qui e qui), sì!”
“Bisogna venerare la statua di Lutero in sala Nervi celebrando il quinto centenario della riforma protestante?”
“Se così dispone il Papa (qui), sì”.
“Bisogna continuare la carneficina perpetua delle Ostie consacrate, distribuendole in mano a destra e a manca?”
“Se i vescovi chiedono l'indulto, e la santa Sede lo concede, sì”.
Potrei continuare a lungo, ma vorrei soffermarmi su un altro aspetto. Nell'attuale società mediatica, il magistero più importante del papa, così come, paradossalmente, i suoi atti di governo più esemplari non sono quelli “ufficiali”, ma quelli espressi dal suo Magistero indiretto, ossia dai comportamenti. Un sommo Pontefice che si lascia, per esempio, intervistare: parla, e dice molto! Un sommo Pontefice che benedice un pezzo di ghiaccio (qui): parla, e dice molto! Un sommo Pontefice che va a comprare un bene di consumo in un negozio e paga il conto (qui): parla, e dice molto! Un sommo Pontefice che non si inginocchia mai davanti al santissimo Sacramento (neanche durante la celebrazione della Messa, con le tre striminzite genuflessioni prescritte dal Novus Ordo), ma trova vigore e forza per farlo ogni volta che deve lavare o sbaciucchiare i piedi di uomini, donne, anche di altre religioni (qui), capi di Stato (qui), patriarchi scismatici (qui), etc.,: parla, moltissimo, eccome! Un sommo Pontefice che bacia il corano (qui): parla, eccome! Un sommo Pontefice che chiede perdono per i delitti commessi dai figli della Chiesa (gli stessi che rivoluzionari e illuministi hanno imputato alla Chiesa per secoli, qui): parla, eccome! Un sommo pontefice che prega a fianco ad un imam islamico in una celebre moschea, rivolto a La Mecca (qui): parla, eccome! Un sommo Pontefice che partecipa ad una nota e seguitissima trasmissione italiana e che dice che, pur non essendo dogma di fede, gli piace di pensare che l'inferno sia vuoto (qui): parla, eccome!
Tornando all'allegato B, non abbiamo purtroppo ancora finito.
Si chiede anzitutto l'adesione formale ed esplicita al paragrafo 25 della Costituzione Lumen gentium. Quello dove si parla, nell'ordine: del magistero dei vescovi in comunione col Romano Pontefice; del religioso assenso della volontà e dell'intelligenza al Magistero del Romano Pontefice anche quando non parla “ex cathedra”; dell'adesione al Magistero universale del successore di Pietro e dei vescovi dispersi per il mondo (infallibile) quando insegnano una dottrina autentica sulla fede sui costumi; al Magistero infallibile del Romano Pontefice come singolo; al Magistero infallibile del Concilio ecumenico. Ogni commento appare del tutto pletorico. È evidentissima la volontà e il fine di chi ha richiesto questa esplicita adesione. Ma vediamo al cuore del giuramento modernista, che viene subito dopo. Devo citare prima il testo latino poi la traduzione rigorosamente letterale:
Circa aliquas doctrinas, quas Concilium Vaticanum II docuit, aut circa instaurationes posteriores sive Liturgiae sive Iuris Canonici, quae aliquibus difficulter cum praecedentibus Magisterii declarationibus conciliari posse videntur, obligationem assumo sequendi lineam positivam ad doctrinam interpretandam sub ductu Magisterii ne quis eam a reliquo sacro doctrinae Ecclesiae patrimonio disiungat.
“Circa alcune dottrine che il Concilio Vaticano II ha insegnato, oppure circa le riforme successive, sia della Liturgia sia del Diritto Canonico, che ad alcuni sembrano poter essere difficilmente riconciliate con le precedenti dichiarazioni del Magistero, assumo l'obbligo di seguire una linea positiva nell'interpretazione della dottrina sotto la guida del Magistero, affinché nessuno la disgiunga dal restante sacro patrimonio della dottrina della Chiesa”.
Con questo si obbliga il sacerdote o il fedele a negare l'evidenza, ossia a forzare, dentro l'impossibile ermeneutica della continuità, le evidenti e pluriprovate e dimostrate iatture tra magistero conciliare e post conciliare e magistero precedente. Stessa cosa deve applicarsi per le evidenti differenti tra sacramenti antichi e riformati e tra codice del 1917 e codice del 1983: posporre l'evidenza della verità al dovere dell'obbedienza cieca e incondizionata alle attuali gerarchie. Per fare questo occorre fare un atto di volontà, una forzatura, che vada contro le esigenze della verità e gli insormontabili appelli della coscienza.
Non è tuttavia ancora finita. C'è la professione di adesione esplicita alla Messa di Paolo VI (“Dichiaro inoltre di accettare la validità del Sacrificio della Messa e dei Sacramenti celebrati con l'intenzione di fare ciò che fa la Chiesa e secondo i riti che si trovano nelle edizioni tipiche del Messale Romano e dei Rituali pubblicati dai Sommi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II”) e alle leggi della Chiesa (“Prometto infine di aderire alla disciplina comune della Chiesa e alle sue leggi, soprattutto a quelle che sono contenute nel Codice di Diritto Canonico promulgato dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II”), in modo tale che non si possa più, per esempio, proferire parola contro la barbara prassi della Comunione sulla mano.
Ora, è evidentissimo che tutto questo era stato ampiamente preparato e voluto dai redattori di queste pagine. Non è stato di certo scritto e pubblicato in 24 ore. Hanno colto la palla al balzo delle nuove ordinazioni episcopali per sferrare un attacco finale e definitivo contro la Tradizione. Si badi che ai sacerdoti che dovessero uscire non è nemmeno proposto un istituto “ex Ecclesia Dei”, né fornita alcuna garanzia nemmeno di poter continuare a celebrare in vetus. Si offre solo un programma di rieducazione coatta, il cui esito, come specificato, potrebbe anche essere negativo (e in quel caso il vescovo dovrebbe spiegare a Roma come mai…).
Dinanzi a tale vera e propria dichiarazione di guerra, condotta a colpi di esercizio di potere e di ubbidienza, diventa inevitabile una scelta di campo. Qui non è più soltanto un problema di coscienza personale, diventa una necessità ineluttabile. Questa dichiarazione è in realtà una drammatica confessione dell'assurdità dello stato attuale: l'esistenza di una sorta di neo Chiesa (cosa, ovviamente, di per sé impossibile, ma tant'è…), e l'instaurazione di una sorta di novello cattolicesimo fondato sul super dogma del Concilio e del magistero, liturgia e leggi postconciliari (che pretende di cancellare e soppiantare il “vecchio cattolicesimo”). Nelle mie modeste catechesi online mi sembra di aver mostrato e dimostrato (con l'evidenza dei fatti), che nulla di ciò che c'è oggi nella Chiesa è come prima. Dico “nulla”, perché nulla è:
1962-1965: nuove dottrine del Concilio Vaticano II;
1968: nuovi ordini sacri;
1969: Novus Ordo Missæ, nuovo battesimo, nuovo calendario liturgico, nuovo matrimonio;
1970: nuovi oli santi; nuovo breviario;
1971: nuova cresima;
1972: nuova estrema unzione;
1974: nuova confessione;
1983: nuovo codice di diritto canonico;
1984: nuovo benedizionale;
1992: nuovo catechismo;
1998: nuovo rituale degli esorcismi;
2001: nuovo martirologio;
2002: nuovo rosario;
2007: nuova traduzione della Bibbia nel lezionario italiano;
2020: nuova traduzione italiana del Messale romano.
A questo punto diventa inevitabile schierarsi: o con la “Chiesa di oggi”, o con la Chiesa di sempre; o con la “Messa di oggi”; o con la Messa di sempre; o con le dottrine di oggi, o con la “fede di sempre”. Tertium non datur.