La Santa Chiesa, di secolo in secolo, ha dovuto smascherare e affrontare diverse eresie riguardanti la Santissima Trinità. Anche questo è servito per approfondire la conoscenza e la comprensione, per quanto possibile, di questo eccelso e centrale Mistero della nostra Fede.
Numerose sono le eresie trinitarie che vengono risolutamente censurate dal Tomus Damasi. La loro identificazione e comprensione consente di ribadire ulteriormente i capisaldi della dottrina cattolica sulla Santissima Trinità, che è il primo mistero della nostra fede e il fondamento di tutto l’edificio dottrinale della santa Chiesa, il dogma su cui tutti gli altri reggono e da cui dipendono. La prima grande eresia trinitaria che flagellò per numerosi lustri la Chiesa, coinvolgendo - sciaguratamente - anche numerosi esponenti del clero nei suoi errori fu l’Arianesimo, che, nonostante i Concili di Nicea e Costantinopoli (convocati appunto per sconfiggerla e neutralizzarla) e l’opera infaticabile del grande sant’Atanasio, continuò ad imperversare nell’Impero romano raccogliendo proseliti anche tra qualche imperatore e, appunto, anche tra non pochi membri perfino dell’episcopato. Ario diceva sostanzialmente che il termine “Dio”, in senso proprio, vero e pieno, può essere attribuito solo al Padre, mentre il Figlio, pur essendo largamente al di sopra delle creature umane ed angeliche, sarebbe comunque al di sotto del Padre, non vero Dio in senso stretto, non coeterno con Lui e, soprattutto, non della stessa sostanza del Padre: una sorta di “demiurgo” di platonica memoria, ma non vero Dio. In tal caso, ammesso - e ovviamente non concesso - che ciò fosse vero, la Trinità resterebbe una mera formula, in quanto in realtà si tornerebbe ad un monoteismo non molto dissimile da quello dell’Antico Testamento. Ecco perché la prima affermazione perentoria del Tomus è che vengono scomunicati “coloro i quali non proclamano, con tutta franchezza, che Egli [lo Spirito Santo] possiede con il Padre e il Figlio un’identica potenza e sostanza”, per poi aggiungere la scomunica ad Ario in persona per il suo asserire la creaturalità del Figlio e dello Spirito Santo. Sabellio, invece, fu latore di un’altra grave eresia trinitaria, tecnicamente nota come “modalismo”. In base a questo pensiero, la distinzione tra le tre persone divine (pur identiche nella sostanza), non sarebbe reale, ma solo di ragione, dipendente cioè semplicemente dal modo (ecco perché “modalismo”) con cui si considera l’essere e l’azione di ciascuna di esse. Anche in questo caso, tuttavia, si verificherebbe un ritorno al monoteismo semplice, perché la distinzione tra le persone divine non è solo di ragione o dipendente dal modo in cui le si considerano, ma reale. Come infatti si ricorderà dal simbolo Quicumque, altra è la Persona del Padre, altra quella del Figlio e altra quella dello Spirito Santo, pur essendo identica la natura, la maestà e la potenza. I “macedoniani”, dal canto loro, riprendendo l’errore di Ario, evidenziavano in modo particolare la creaturalità soprattutto dello Spirito Santo, definendolo inferiore al Verbo e vera e propria creatura in senso stretto. Per questo vennero soprannominati anche "pneumatomachi”, cioè “coloro che combattono lo Spirito Santo”. Gli ebioniti, seguaci di Elbione, furono portatori di un’eresia che negava la vera divinità di Cristo e quindi la vera incarnazione del Verbo, sostenendo che Gesù provenisse solo dalla Vergine Maria e non anche dal Padre. Fotino, storico fondatore del neoplatonismo, riprese tale eresia, perfettamente consona al pensiero neoplatonico che, considerando la materia un male in se stessa, non può concepire un abbassamento della divinità fino ad unirsi con essa e pertanto non può far altro che negare la vera realtà dell’incarnazione. Leggermente più sottile e destinata ad essere ripresa dal vescovo di Costantinopoli Nestorio è l’eresia che afferma che Gesù Cristo ha certamente due nature ma non è una sola persona, eresia che fu censurata e stigmatizzata dal Concilio di Efeso (431). Essa concepisce l’incarnazione non come “unione ipostatica”, cioè assunzione della natura umana nella Persona del Verbo di Dio in maniera (per questo) definitiva e inscindibile, ma come “adozione” dell’uomo Cristo Gesù, di per se stesso sussistente e nato dalla Vergine Maria, da parte del Verbo. Se così fosse, non si potrebbe dire in verità che “il Verbo si è fatto carne” o che “Dio si è fatto uomo” e la redenzione non avrebbe potuto essere compiuta. Viene bandita anche la dottrina neoplatonica dell’emanatismo, che vede il Verbo come una “propagazione del Padre” o che lo intende come una sostanza separata (in una sorta di “biteismo”) destinata ad avere fine. Infine viene censurato Eunomio che negava - come Ario - la vera divinità del Verbo, ma “con diversa empietà”, meglio sarebbe dire “più grave empietà”, perchè mentre Ario affermava che il Verbo era di natura “simile” a quella del Padre, Eunomio sosteneva essere invece di natura diversa, degradando ancora di più la dignità del Figlio eterno del Padre.
