Come parti della virtù cardinale della giustizia sono da considerare la “gratitudine” e la “vendetta”. Per quest’ultima è necessario fare un discorso più articolato, data la delicatezza dell’argomento, per comprendere quando, come e per mezzo di chi diventa lecita o meno.
La gratitudine o riconoscenza consiste nella “volontà di ricompensare un altro ricordando le attenzioni della sua amicizia”. E’ dovuta anzitutto a Dio, poi ai genitori, a tutte le persone costituite in autorità ed infine a tutti i propri benefattori. La ricompensa del beneficio ricevuto è un obbligo morale del beneficato e si sostanzia anzitutto in affetti riconoscenti, poi nell’accettare il dono ricevuto con gioia ed infine nel ricompensare il benefattore possibilmente con qualcosa di più di quanto ricevuto. Il vizio opposto è l’ingratitudine, che nasce dal disprezzo dei benefici ricevuti ed è grave quando è rivolta a Dio. Può anche essere dovuta a negligenza (dimenticare i benefici ricevuti), ma non per questo si è scusati. Nostro Signore Gesù Cristo in persona ha avuto modo di lamentare grandemente la mancanza di gratitudine degli uomini nei suoi confronti, oltre che nel Vangelo (quando si lamentò dell’ingratitudine dei lebbrosi guariti, Lc 17,17), soprattutto durante le celebri apparizioni a santa Margherita Maria Alacoque (1643-1690), da cui prese origine la devozione e la festa del Sacratissimo Cuore di Gesù. Simile cosa ha fatto la Madre di Dio in occasione delle rivelazioni postume alle apparizioni di Fatima (1917), quando, nel Dicembre del 1925, mostrò a suor Lucia il suo Cuore Immacolato circondato dalle spine degli uomini ingrati che non si facevano scrupolo di martoriarlo con continui peccati e chiedendo, come già fece a suo tempo il Sacratissimo Cuore di Gesù, riparazione per questo.
Più delicato ed articolato è il discorso che deve farsi
sulla “vendetta”, cioè la quinta parte integrante della virtù della
giustizia.
La vendetta non è altro che il “castigo inflitto al colpevole” per i peccati (o, da un punto di vista della legge
umana, i reati) che ha commesso. Non è mai lecita quando ha come fine la
propria soddisfazione, perché tale disposizione è propria dell’odio, che è il contrario della carità. è invece lecita quando ha come fine l’emendamento del colpevole, la tutela della pubblica
quiete, della giustizia e dell’onore di Dio, salvo sempre il rispetto delle
debite circostanze. Spetta
sempre alle legittime autorità applicare le giuste pene dovute per i peccati e
reati, mentre per i singoli è sempre cosa doverosa sopportare le ingiurie fatte
a sé, cioè non
vendicarsi mai e per nessun motivo, secondo il Vangelo e le
esortazioni di San Paolo e ricordando il detto biblico: “chi si vendica avrà la
vendetta del Signore ed egli terrà sempre presenti i suoi peccati” (Sir 28,1). A detta di san Giovanni Crisostomo, per contro,
sarebbe, invece, il colmo dell’empietà
tollerare le ingiurie verso Dio. In
questo senso, per esempio, si
trova nella Sacra Scrittura l’esempio di Elia, che sterminò i 400 profeti di Baal; e di
Gesù stesso, che scacciò risolutamente
- anche con l’uso di una certa moderata violenza - i mercanti del Tempio e non
risparmiò aspre invettive contro i farisei. Lo zelo infatti, che è la prima radice della vendetta, fa
considerare come fatte a sé le ingiurie fatte a Dio, a causa della carità che trasforma l’amore in amore fervente. Si badi, tuttavia, che la misura, l’opportunità e la
proporzionalità di tali reazioni non sono ordinariamente comprensibili dagli
uomini. Elia, infatti, era un grande profeta e Gesù era il figlio di Dio fatto
uomo. Pertanto ordinariamente la difesa dei diritti di Dio offesi da uomini
empi e ingrati, va compiuta con mezzi pacifici (anche se fermi), pacati e
proporzionati, salva sempre la competenza delle autorità umane e di quella
divina di punire tali comportamenti in modo proporzionato e adeguato.
In quanto tale, la vendetta è il giusto mezzo tra la crudeltà (o durezza) che eccede nella punizione e la blandizia che difetta di eccessiva indulgenza. Da quanto detto si comprende che la vendetta ha due aspetti, peraltro condivisi anche dai giuristi esperti di diritto penale: uno punitivo o retributivo, che è quello ristabilire la giustizia mediante una pena adeguata e proporzionata al tipo e al numero dei reati commessi; l’altro emendativo o medicinale, ossia la finalità di favorire l’emendamento e la correzione del colpevole, in modo che si guardi dal reiterare in futuro gli stessi peccati o reati, per il bene suo e dell’umano consorzio.
In quanto tale, la vendetta è il giusto mezzo tra la crudeltà (o durezza) che eccede nella punizione e la blandizia che difetta di eccessiva indulgenza. Da quanto detto si comprende che la vendetta ha due aspetti, peraltro condivisi anche dai giuristi esperti di diritto penale: uno punitivo o retributivo, che è quello ristabilire la giustizia mediante una pena adeguata e proporzionata al tipo e al numero dei reati commessi; l’altro emendativo o medicinale, ossia la finalità di favorire l’emendamento e la correzione del colpevole, in modo che si guardi dal reiterare in futuro gli stessi peccati o reati, per il bene suo e dell’umano consorzio.
