LA SUPERBIA DELLA VOLONTA’ E DELL’INTELLETTO
Sul vizio capitale della superbia ha scritto cose veramente egregie e profonde un gigante della spiritualità e della dottrina cristiana: san Bernardo da Chiaravalle (1090-1053), soprannominato, per la soavità della sua dottrina “doctor mellifluus” (ed anche “doctor marianus” per l’amore, la devozione e la chiarezza con cui parlò della Beatissima Vergine Maria). San Bernardo distingue due modalità distinte in cui si manifesta la superbia (e, di contro, l’opposta virtù dell’umiltà) nonché dodici gradi dell’una e dell’altra.
C’è anzitutto una superbia dell’intelletto e una superbia della volontà a cui fanno da contraltare l’umiltà della mente e del cuore. La superbia dell’intelletto è tipica di chi si crede di essere qualcuno, “chissà chi o chissà che cosa”, mentre l’umiltà dell’intelligenza consiste nella conoscenza sapienziale di sé, data dalla serena e umile consapevolezza di essere nulla (perché tutto ciò che si è, si ha e si fa è stato ricevuto come dono di natura o di grazia), aggravata dalla coscienza - anch’essa scevra da ansie e turbamenti – delle proprie miserie e dei propri peccati. Il superbo non conosce e non vuole riconoscere le proprie colpe, non le ammette, le minimizza, in confessionale non le dice oppure si giustifica, scarica sugli altri le proprie responsabilità, cerca mille circostanze attenuanti. Distinta dalla prima è la superbia della volontà, per cui desidera apparire, comparire, distinguersi, primeggiare, emergere e, per questo, si mette in mostra, ostenta titoli, denaro, successi, riconoscimenti, onori, cariche, conoscenze… L’umiltà del cuore, per contro, consiste nella rinuncia ferma alla gloria del mondo e nell’amore della propria abiezione, ovvero nel desiderare di essere non conosciuti e riconosciuti, non apprezzati, non stimati, non lodati, non onorati, per amore di Colui che pur essendo il Tutto venne disprezzato, disonorato, stimato pazzo e condannato alla più infame e infamante delle morti.
La superbia ha infine dei gradi (dodici) che sono come delle “spie” che avvertono quanto sia profonda e radicata questa mala bestia in un’anima. Il più alto grado di essa è l’abitudine di peccare, che rende simili al principe dei superbi che ha come sacrilego motto quello di non voler servire Dio. Al secondo posto viene la “libertà di fare quello che si vuole”, opposta alla doverosa soggezione ai voleri di Dio e alle giuste indicazioni delle legittime autorità. Segue lo spirito di ribellione, ossia la riluttanza a sottomettersi pacificamente ai legittimi comandi altrui, che si oppone alla rara virtù dell’obbedienza. Il superbo non accetta inoltre di affrontare le responsabilità e le conseguenze delle proprie colpe, riparandole dove possibile e offrendosi all’espiazione quando non fosse possibile porvi rimedio (quarto grado); a differenza dell’umile che affronta ogni fatica e ogni pena quando si tratta di fare il bene e perseguire la virtù. Segue quella fastidiosa e assai diffusa tendenza ad autogiustificare se stessi puntando sempre il dito sugli altri, a differenza dell’umile che comincia ogni discorso con l’accusa di se stesso, che sa scusare il prossimo e riconoscere il bene, le virtù e i meriti altrui. Il sesto e il settimo grado sono la presunzione (che fa pensare di essere capaci di fare chissà quali grandi e strepitose cose) e l’arroganza, che spinge a rinfacciare e sbandierare i propri meriti disprezzando gli altri (atteggiamenti opposti al ritenersi inutili e incapaci oppure inferiori agli altri in virtù e meriti). Il superbo, inoltre, cerca sempre di apparire del tutto singolare, anche in ciò che non è necessario o opportuno, a differenza dell’umile che, quando non è in gioco il bene o la gloria di Dio, si conforma a ciò che è comune. Il nono grado consiste nel parlare molto, anche quando non si è interrogati e nella facilità nell’interrompere le conversazioni altrui, atteggiamenti opposti al parlare con giusta misura o quando si è interrogati. Il superbo si abbandona facilmente alla stolta allegria e alla leggerezza d’animo (risa sguaiate, divertimenti sfrenati, conversazioni frivole, chiacchiere inutili, maldicenze), al contrario dell’umile che, pur sorridendo sempre e prendendosi i giusti e onesti divertimenti, sta lontano da ogni eccesso o bagordo e sa controllare la lingua. Infine, grado più basso ma assai significativo, il superbo è curioso, ovvero tende ad impicciarsi di cose che non lo riguardano ed è preso dal desiderio di sapere e conoscere anche ciò che non è utile o non conviene, al contrario dell’umile che, pur essendo competente nelle cose di Dio o in ciò che concerne la propria professione, sa essere discreto e mai invadente, stando lontano da tutto ciò che potrebbe in qualche modo ledere la virtù, il bene proprio, l’onore di Dio o l’interesse del prossimo.
