La vita vissuta come "sacrificio perenne a Dio gradito", l'opera di testimonianza coraggiosa e gioiosa della propria fede negli ambiti sociali, il dominio esercitato sulle proprie cattive passioni e la collaborazione per l'instaurazione del Regno di Cristo, rendono ogni battezzato partecipe del triplice "munus" di Cristo sacerdote, profeta e re.
Il carisma proprio e specifico dei laici è santificare il mondo e santificarsi nel mondo, ossia un’indole marcatamente ed eminentemente secolare, che i laici devono scoprire, amare e vivere, perché il regno di Dio, attraverso loro, possa davvero espandersi in tutti i luoghi e settori della vita di questo mondo, come lievito e sale che contagia e dà sapore di cielo a tutte le realtà temporali. I laici, come battezzati, partecipano nel loro modo proprio del triplice “munus” di Cristo re, sacerdote e profeta. Il sacerdozio comune o battesimale è una particolare e specifica forma di partecipazione dei fedeli laici all’unico sacerdozio di Cristo. Per mezzo di esso, i laici sono abilitati a rendere a Dio il culto che gli è dovuto, sia nella preghiera e nella liturgia che nella vita. I laici esercitano il sacerdozio comune anzitutto nella preghiera, offrendo a Dio un vero e degno sacrificio di lode, potendo rivolgersi a Lui con il nome di “Padre” e, se lo desiderano, intraprendendo e percorrendo con gioia lo splendido cammino dell’orazione, attraverso cui, anche un semplice papà di famiglia, può raggiungere una profonda e anche perfetta unione con Dio. Il sacerdozio comune si esercita soprattutto nella celebrazione e ricezione fruttuosa dei sacramenti, soprattutto quelli che si possono ripetere (penitenza ed eucaristia), la cui fruttuosità, come la Chiesa ha sempre insegnato, dipende in gran parte dalle disposizioni più o meno buone con cui i fedeli li vivono e li celebrano. Istruire i fedeli sulle modalità con cui la celebrazione dei sacramenti diventa foriera di grandi e copiosi frutti è compito grave dei pastori, in quanto attiene all’abilitazione all’esercizio di un ufficio tanto importante da condizionare largamente il cammino di santificazione dei laici. Infine, per mezzo dello stesso sacerdozio battesimale, i fedeli laici possono e devono offrire a Dio il sacrificio della vita, ossia il lavoro, le attività ordinarie e straordinarie della vita, le pene e le sofferenze, rendendo al Signore quel culto spirituale a Lui sommamente gradito in cui deve prendere corpo e sostanza la stessa vita di preghiera e di vicinanza ai sacramenti. Se tutta la vita di un battezzato non diventa “un sacrificio perenne a Dio gradito” (Messale Romano, preghiera eucaristica III), è segno che la vita di preghiera è debole, labile, sterile e molte volte la vita sacramentale è saltuaria, frammentaria, approssimativa, mal compresa e mal vissuta. Per la partecipazione alla funzione profetica di Cristo, i laici possono e devono rendere testimonianza della loro fede - anzitutto con la vita ma anche con la parola - dovunque si trovino. Possono anche partecipare o perfino intraprendere (sempre in comunione con la gerarchia e in obbedienza ad essa) delle azioni apostoliche in senso stretto, cooperando - ovviamente nel modo, nelle forme e nel grado loro proprio - alla missione di portare il vangelo a tutte le genti. Per l’indole secolare propria del laico, tuttavia, assai importante appare l’opera di testimonianza coraggiosa, umile, serena e gioiosa della propria fede negli ambienti in cui vive, perché nessuno - se non i fedeli laici - possono raggiungere quei posti che solo attraverso la loro presenza e azione evangelizzatrice potranno essere illuminati e fecondati dalla luce del Vangelo. I laici, infine, partecipano della funzione regale di Cristo. Nel senso che, per la grazia santificante che è viva e operante in loro, anzitutto possono e devono imparare a dominare se stessi, le proprie passioni, i propri vizi e i propri difetti, sperimentando sulla loro persona la bellezza e il fascino della vera libertà dei figli di Dio. Devono tuttavia cooperare anche perché il regno di Cristo - che tutti invochiamo incessantemente nella recita del Padre nostro - si instauri nel mondo. Stupende sono, al riguardo, le parole della Lumen gentium, anche per la corretta comprensione del concetto di “laicità” in generale e della cosiddetta “laicità” del mondo e d:elle istituzioni umane: “I laici, anche consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l’esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per permettere che l’annunzio della pace entri nel mondo. Per l’economia stessa della salvezza imparino i fedeli a ben distinguere tra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto membri della Chiesa, e quelli che competono loro in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia fra loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al comando di Dio. Nel nostro tempo è sommamente necessario che questa distinzione e questa armonia risplendano nel modo più chiaro possibile nella maniera di agire dei fedeli, affinché la missione della Chiesa possa più pienamente rispondere alle particolari condizioni del mondo moderno. Come infatti si deve riconoscere che la città terrena, legittimamente dedicata alle cure secolari, è retta da propri principi, così a ragione è rigettata l’infausta dottrina che pretende di costruire la società senza alcuna considerazione per la religione e impugna ed elimina la libertà religiosa dei cittadini” (LG 36, i corsivi sono miei).
