La carità ha degli atti peculiari in cui si esplica e si
esercita e che san Tommaso, sull’onda della Tradizione ascetica e spirituale,
individua in tre particolari opere: la beneficenza, l’elemosina e la correzione
fraterna.
La beneficenza consiste, come dice il nome stesso, nel
fare il bene, qualsiasi tipo di bene a qualunque persona (amica o nemica,
simpatica o antipatica): da un sorriso, a un favore, a una parola di pace, ad un
incoraggiamento, a una qualunque gentilezza. Il garbo, l’affabilità, il
sorriso, la gentilezza, la generosità sono atteggiamenti che non possono non
trasparire quando la carità è viva in un’anima e, se non ci sono, qualcosa
certamente non funziona. Sono vere e proprie opere di beneficenza le sette
opere di misericordia corporale e spirituale enucleate dalla tradizione della
Chiesa: dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, vestire gli
ignudi, ospitare i pellegrini, visitare i malati e i carcerati e seppellire i
morti (opere di misericordia corporale); insegnare agli ignoranti, ammonire i
peccatori, perdonare le offese, consolare gli afflitti, consigliare i dubbiosi,
sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i
morti (opere di misericordia spirituale). La legge del cristiano è fare sempre
il bene, fare quanto più bene possibile, quanto più spesso possibile e a quante
più persone possibili. Molto occorre imparare, quando si fa l’esame di coscienza, a verificare questo punto e prendere
coscienza delle innumerevoli omissioni che si commettono su questa materia.
L’elemosina è uno dei punti più importanti della vita
cristiana e molto spesso trascurato da non pochi fedeli. San Paolo scrive a chiare
lettere che “l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” (1Tm 6,10) e
Gesù ha tuonato più volte nei vangeli con il noto aforisma: “non potete servire
a Dio e a mammona” (Mt 6,24; Lc 16,13), dove con “mammona” chiaramente è da
intendersi il denaro. L’elemosina, infatti, è una specie particolare di
beneficenza, cioè un atto di carità consistente nell’elargire liberamente,
volontariamente e gratuitamente denaro per sovvenire una miseria o una necessità
altrui. Gesù invita chiaramente i suoi discepoli “a non accumulare tesori sulla
terra”, ma ad accumularli “in cielo”, ricordando che dove è “il tesoro dell’uomo”
lì si trova “anche il suo cuore” (Mt 6,19-21). San Tommaso avverte che l’elemosina
è un precetto cioè un obbligo in due casi: quando si hanno dei beni
superflui e quando c’è una situazione disperata di estrema necessità; è un
consiglio negli altri casi. Bisogna però sempre ricordare, con la sapienza del
santo patrono d’Italia san Francesco, che nessuno può portare soldi in
paradiso, a meno che non faccia ingenti versamenti sulla “banca del cielo” già in
questa vita attraverso le elemosine. Ogni elemosina, infatti, viene da Dio
accolta e registrata e sarà certamente da lui ricompensata. Il Dottore Angelico
spiega che se la persona non sarà salvata, Dio ricompenserà le sue elemosine in
vita concedendo varie grazie di tipo temporale; se invece l’anima raggiungerà la
salvezza, come scrive san Pietro, molti peccati saranno scontati dalle
elemosine e dalle oltre opere di carità compiute in vita (cf 1Pt 4,8) e grande
ricompensa si riceverà in cielo con più alti gradi di gloria. I cristiani non
sono pauperisti, ma sanno che il denaro è un bene “pericoloso” che deve essere
redento e santificato dalla loro carità e non idolatrato come l’unico vero dio di
questo mondo.
Infine qualche parola sulla correzione fraterna, che è una
grande opera di carità, ma che va compiuta nel debito modo. San Tommaso spiega
che va fatta osservando le
circostanze di tempo (“quando”), di luogo (“dove”) e di modo (“come”),
avendo un occhio particolare al fine della virtù che è il bene, e che può essere addirittura tolto dalla
presenza di una circostanza non valutata. In particolare se si giudica che il
peccatore non accetterà la correzione ma farà peggio, bisogna desistere
dal correggerlo. Inoltre: mai correggere quando si è interiormente alterati o è
alterata la persona da correggere (circostanza di tempo); mai in
presenza di altre persone mortificando la persona che ha sbagliato (circostanza
di luogo); e infine sempre con infinita carità, dolcezza, umiltà e
delicatezza (il modo santo di esercitare la correzione). Se non si
osservano bene tutte queste circostanze è preferibile omettere la correzione.
Ed è bene ricordare sempre, specie a proposito di questo delicato argomento,
che “lo stolto dice quello che pensa, il saggio pensa a quello che dice”.
