La giustizia ha alcune virtù che “le ruotano intorno e la integrano”. Iniziamo ad analizzarle, partendo dalla virtù di Religione, la quale fa parte delle virtù morali, ed è la più nobile perché regola la giustizia verso Dio.
La virtù della giustizia è una delle quattro virtù “cardinali”. Con questo nome si vuole intendere che, agganciate a
questo “cardine”, ruotano una serie di virtù (che sono altrettanti “parti
integranti” della principale) ad essa inscindibilmente connesse. Ben nove sono
le parti integranti della giustizia: religione, pietà, osservanza (o rispetto),
gratitudine (o riconoscenza), vendetta, veracità, amicizia (o affabilità),
liberalità (o generosità), equità (o epicheia). Le analizzeremo
dettagliatamente una per una, con i relativi vizi opposti.
La religione è in assoluto la più alta tra le virtù morali,
perché regola la giustizia verso Dio, specificando ciò che a Lui è dovuto in
termini di culto e in termini di obbedienza, con particolare riguardo ai mezzi
interni ed esterni necessari per rendere riverenza e onore a Dio. Questo,
evidentemente, non perché l’uomo possa aggiungere qualcosa all’infinita gloria
di Dio, ma perché per il suo bene l’uomo deve essere a Lui sottomesso e
riconoscergli, senza esitazione alcuna, l’assoluta Sua eccellenza al di sopra
di ogni ente creato. Discussa è l’etimologia del termine “religione”. San
Tommaso considera due possibili etimologie (una delle quali ambivalente),
ciascuna delle quali contiene una parte di vero. Può derivare dal verbo latino “relegere”,
che significa “rileggere” oppure “rieleggere”: in questo senso per “religione” dovrebbe
intendersi la frequente considerazione delle cose di Dio (“rileggere”) oppure
la “rielezione” di Dio come proprio Signore, dopo l'abbandono di Lui con il peccato ed il ritorno a Lui mediante la conversione.
Può anche derivare dal latino “religare”, cioè “stringere un
legame” e, in questo senso, indicherebbe il legame che si stringe con l’Onnipotente.
In effetti attraverso i vari atti di culto, interni ed esterni (preghiere,
sacrifici, genuflessioni, prostrazioni) l’uomo si lega a Dio in modo da non
scostarsi da Lui, non di rado per una sorta di istinto naturale per cui si sente
obbligato a prestare all’Altissimo la debita riverenza.
Qualunque etimologia si scelga (nulla vieta di tenerle
tutte per valide), è evidente che la religione ed il suo esercizio è strettamente
correlato alla santità, termine che ben si comprende se si considera da
un lato la sua etimologia greca (da “aghios”: “privo di terra”) che ne
sottolinea la caratteristica di purezza (nel senso di distacco dalla terra e
dalle cose terrene), dall’altro la duplice possibile etimologia latina: da “sanguine
tinctus”, letteralmente “tinto di sangue” che allude velatamente al
martirio, cioè al saper mettere Dio al di sopra di ogni cosa compresa la
propria vita; oppure da “sancita”, ossia “cosa stabilita”, cioè il saper
applicare a Dio in modo stabile e permanente tutti gli atti dell’anima che
intende fedelmente servirlo. Questa virtù abbraccia tutti i primi tre
comandamenti e ha degli atti specifici e particolari in cui si esplica:
devozione, adorazione, preghiera, sacrificio, oblazioni (o offerte), decime,
voti, giuramento, scongiuro e lode di Dio. Trattandosi di atti meravigliosi e
sublimi, bisognerà occuparsene nel dettaglio.
Devozione viene da “devovere”, che significa “consacrare” ed è la volontà di compiere con prontezza le cose attinenti al
servizio di Dio, per cui sono “devoti” quelli che si consacrano a Dio e sono a Lui totalmente
sottomessi (sacrificio spirituale interiore). La devozione ha Dio come causa
esterna e come cause interne la meditazione e la contemplazione della bontà di Dio (che eccita l’amore) e delle proprie deficienze (che uccide la
presunzione). Produce due effetti: gioia spirituale (per il
pensiero costante della bontà di Dio) e tristezza secondo Dio (per la considerazione
delle miserie umane, da cui scaturisce la tenerezza d’affetto fino alle lacrime).
L’adorazione consiste nel rendere omaggio alla Maestà infinita di Dio con atti
esterni di umiliazione del corpo in segno di latria (totale, assoluta ed incondizionata sottomissione,
servitù e dipendenza), come espressione sensibile della sottomissione affettiva
e adorante interna (devozione). L’adorazione di latria è dovuta a Dio solo; è possibile venerare anche creature sommamente eccellenti (“dulia” o, in un
caso, “iperdulia”), senza mai in nessun modo equiparare questi atti al culto di latria
che è dovuto a Dio solo.
Il sacrificio è l’offerta a Dio di beni sensibili come doni ed omaggi in segno della sottomissione e dell’onore a Lui dovuti. Offrire sacrifici esterni è una norma di legge naturale (tutti gli uomini li hanno sempre offerti alla divinità). Si chiamano propriamente sacrifici (esterni) quelle cose che vengono offerte a Dio per confessare la propria sottomissione e sulle quali si fa qualche atto (“sacrum facere”), quali uccisione di animali, frazione del pane e simili: vanno offerti a Lui solo. Sono sacrifici esterni (analogamente) anche tutti gli atti esterni di virtù compiuti in onore ed ossequio di Dio (per esempio fare elemosine, rinunce, digiuni, penitenze corporali etc., atti che, propriamente, appartengono alle virtù della compassione e della mortificazione). Nella nuova alleanza inaugurata da nostro Signore Gesù Cristo sono stati aboliti tutti i sacrifici rituali e cruenti di animali o altro, che furono compiuti nell’antica alleanza. In luogo di essi rimane soltanto l’adorabile sacrificio incruento della santa Messa, in cui l’unico Sacrificio gradito a Dio del Corpo e del Sangue del Suo Figlio, immolati all’altare della Croce, si rinnova in maniera mistica, incruenta ma assolutamente vera e reale e al quale vanno uniti tutti i nostri sacrifici che, solo in quello di Cristo e per mezzo di esso, sono a Dio graditi.
Le oblazioni e le primizie sono offerte di beni sensibili a Dio fatte senza compiere atti su di essi. S. Tommaso le fa coincidere con le offerte (cibo e denaro) che i fedeli fanno a Dio in occasione delle Messe, il cui uso e distribuzione spetta ai sacerdoti. Le primizie sono oblazioni a Dio delle cose più belle e più care. Nell’Antico Testamento si offrivano come primizie i primogeniti di greggi e bestiame, nel Nuovo Testamento qualunque cosa sia particolarmente cara al cuore e la si offra con gioia a Dio al fine di rendergli gloria, culto, di impetrare grazie o soddisfare ai peccati commessi e già perdonati.
I voti sono promesse fatte a Dio di offrirgli un bene possibile e migliore, motivati dalla volontà deliberata di sacrificare in suo onore tale bene. E’ cosa altamente meritoria, perché conferma e determina immutabilmente la volontà a compiere obbligatoriamente nel futuro cose già di per sé meritorie, rendendole ancora migliori e ancora più santificanti, per i seguenti motivi: perché trasforma gli atti di altre virtù in atti della virtù di religione (che è la più eccellente); perché sottomette a Dio anche la volontà; perché determina al bene stabilmente. E’ strettissimo obbligo adempierli fedelmente (altrimenti è meglio astenersene, perché con Dio e la Madonna non si scherza e non si gioca); per formularli ci vuole il consenso dei superiori (in caso di consacrati) ed è sempre bene chiedere un prudente consiglio al confessore prima di formularli, anche perché la loro eventuale dispensa o commutazione - possibile su richiesta in caso di gravi incomodi sopravvenuti - può però essere concessa solo da chi ha l’autorità canonica per poterlo fare (ossia il proprio Parroco, il Penitenziere, oppure il proprio Vescovo).
Il giuramento consiste nell’invocare Dio come testimone della verità delle proprie asserzioni sul passato o sul presente (assertorio), oppure delle dichiarazioni riguardanti il futuro (promissorio). E’ lecito giurare per Dio, a causa della malizia degli uomini che, sospettando che chi parla possa mentire, potrebbero dubitare della veracità di dichiarazioni, purché si faccia su affari e materie importanti. Ci sono tre condizioni per la liceità di tale giuramento: giudizio (deve esserci una vera necessità, altrimenti si pecca di giuramento inconsiderato); giustizia (la materia su cui si giura deve essere lecita, perché non si può rendere Dio complice di un peccato, nel qual caso il giuramento sarebbe iniquo); verità (ciò che si afferma deve essere vero, altrimenti si pecca di giuramento falso). Il fondamento scritturale del giuramento è il testo del Deuteronomio dove si legge: “Temerai il Signore tuo Dio, Lo servirai e giurerai in Suo Nome” (Dt 6,13). Gesù nel Vangelo, solo apparentemente sembra smentire tale prassi, dal momento che l’interpretazione del passo dove esorta a non giurare (Mt 5,34), è stata sempre intesa non come proibizione assoluta, ma come ulteriore divieto dell’uso sconsiderato di esso al di fuori dei casi di vera e urgente necessità.
Lo scongiuro e la lode di Dio, infine, sono due modi più che leciti di invocare il nome di Dio. Con il primo si vuole perorare una supplica (“Ti prego, per Gesù”) oppure esercitare in suo nome un potere ricevuto (es.: scacciare i demoni per l’autorità e per il nome di Cristo); con il secondo si usa la voce per eccitare gli affetti a riconoscere l’eccellenza di Dio (distogliendosi dalle vanità) e per confessare pubblicamente la Sua grandezza, atto sommamente santificante e altamente gradito a Dio.
I voti sono promesse fatte a Dio di offrirgli un bene possibile e migliore, motivati dalla volontà deliberata di sacrificare in suo onore tale bene. E’ cosa altamente meritoria, perché conferma e determina immutabilmente la volontà a compiere obbligatoriamente nel futuro cose già di per sé meritorie, rendendole ancora migliori e ancora più santificanti, per i seguenti motivi: perché trasforma gli atti di altre virtù in atti della virtù di religione (che è la più eccellente); perché sottomette a Dio anche la volontà; perché determina al bene stabilmente. E’ strettissimo obbligo adempierli fedelmente (altrimenti è meglio astenersene, perché con Dio e la Madonna non si scherza e non si gioca); per formularli ci vuole il consenso dei superiori (in caso di consacrati) ed è sempre bene chiedere un prudente consiglio al confessore prima di formularli, anche perché la loro eventuale dispensa o commutazione - possibile su richiesta in caso di gravi incomodi sopravvenuti - può però essere concessa solo da chi ha l’autorità canonica per poterlo fare (ossia il proprio Parroco, il Penitenziere, oppure il proprio Vescovo).
Il giuramento consiste nell’invocare Dio come testimone della verità delle proprie asserzioni sul passato o sul presente (assertorio), oppure delle dichiarazioni riguardanti il futuro (promissorio). E’ lecito giurare per Dio, a causa della malizia degli uomini che, sospettando che chi parla possa mentire, potrebbero dubitare della veracità di dichiarazioni, purché si faccia su affari e materie importanti. Ci sono tre condizioni per la liceità di tale giuramento: giudizio (deve esserci una vera necessità, altrimenti si pecca di giuramento inconsiderato); giustizia (la materia su cui si giura deve essere lecita, perché non si può rendere Dio complice di un peccato, nel qual caso il giuramento sarebbe iniquo); verità (ciò che si afferma deve essere vero, altrimenti si pecca di giuramento falso). Il fondamento scritturale del giuramento è il testo del Deuteronomio dove si legge: “Temerai il Signore tuo Dio, Lo servirai e giurerai in Suo Nome” (Dt 6,13). Gesù nel Vangelo, solo apparentemente sembra smentire tale prassi, dal momento che l’interpretazione del passo dove esorta a non giurare (Mt 5,34), è stata sempre intesa non come proibizione assoluta, ma come ulteriore divieto dell’uso sconsiderato di esso al di fuori dei casi di vera e urgente necessità.
Lo scongiuro e la lode di Dio, infine, sono due modi più che leciti di invocare il nome di Dio. Con il primo si vuole perorare una supplica (“Ti prego, per Gesù”) oppure esercitare in suo nome un potere ricevuto (es.: scacciare i demoni per l’autorità e per il nome di Cristo); con il secondo si usa la voce per eccitare gli affetti a riconoscere l’eccellenza di Dio (distogliendosi dalle vanità) e per confessare pubblicamente la Sua grandezza, atto sommamente santificante e altamente gradito a Dio.
