1. DIVORZIO E ADULTERIO
Abbiamo visto, anche passando in
rassegna alcuni testi biblici del Nuovo Testamento, come il sesto comandamento
intenda tutelare le dimensioni della santità dell’amore umano aperto alla vita
e del corpo umano in quanto tempio dello Spirito Santo. Dobbiamo ora
addentrarci nell’analisi dei singoli peccati impuri. A mio avviso è quanto mai
opportuno distinguere le singole tipologie in quattro generi di peccato: alcuni,
infatti, sono direttamente contrari alla santità del matrimonio; altri
colpiscono la vita come frutto naturale dell’amore umano tra un uomo e una
donna; altri costituiscono delle aberrazioni della legge naturale; ed altri, infine,
sono profanazioni della santità del corpo umano in quanto tale.
Appartengono al primo gruppo l’adulterio, il divorzio, le
unioni civili, le libere convivenze e i rapporti prematrimoniali. Il matrimonio
è un vero sacramento, istituito da Cristo per sigillare e santificare con la
benedizione di Dio il patto coniugale con cui un uomo e una donna, liberamente,
si donano l’uno all’altro con atto di consegna totale e indissolubile, valido e
vincolante fino alla morte di uno dei coniugi. L’adulterio, che in tempi non
troppo lontani era perseguito come reato dal Codice Penale italiano, è un
gravissimo peccato in quanto infrange la promessa sacra di fedeltà reciproca
contratta dai coniugi davanti a Dio. Nei primi secoli di vita della Chiesa,
insieme all’aborto e all’apostasia, era ritenuto peccato talmente grave che qualcuno
addirittura dubitava che potesse essere rimesso sulla terra dai ministri di
Dio. La gravità intrinseca di questo peccato permane assolutamente intatta
anche nei nostri sciagurati tempi, dove sembra essere diventato un diversivo o
una “variante” del tutto normale della “vita di coppia” (?), oltre ad essere
pubblicamente sbandierato e incoraggiato da telenovelas, soap opera, film e
telefilm di vario genere. Come tutti i peccati di cui si è realmente pentiti,
può senz’altro essere rimesso in questo mondo, ma è necessario quanto mai che i
confessori facciano attenzione a verificare la sussistenza di un vero
pentimento che, dovendo abbracciare il proposito di non più peccare, richiede
nel penitente la promessa di tagliare ponti e contatti con il complice, di
evitare ulteriori frequentazioni, di rompere insomma radicalmente e
definitivamente questo scellerato legame. A parere di chi scrive, inoltre, è
quanto mai inopportuno rivelare l’avvenuto adulterio al coniuge innocente, cosa
che compromette gravemente la stabilità del matrimonio. La confessione va fatta
a Dio attraverso il confessore e la penitenza data per questo peccato deve
essere ovviamente seria e proporzionata, ma raccontare il tutto alla parte
innocente, per un malinteso senso di sincerità, è da evitarsi. Si badi, infatti,
che il vigente Codice di Diritto Canonico, esprimendo la consapevolezza della
ferita mortale che tale delitto infligge al matrimonio, esorta il coniuge
innocente che viene a conoscenza dell’adulterio a perdonare generosamente la
parte colpevole, ma qualora non dovesse riuscirci le consente addirittura di
interrompere, ovviamente pro tempore,
la coabitazione. L’adulterio, infatti, costituisce una delle due “giuste cause”
canoniche di temporanea separazione.
Basti questo per comprendere circa la gravità e serietà di questo turpe
delitto.
Il divorzio, vera e propria piaga sociale, che ha dilaniato e
distrutto migliaia di famiglie e rovinato migliaia di bambini e bambine,
costretti a vivere orbati di un genitore, è un altro sciagurato e disgraziato
segno della decadenza morale del mondo contemporaneo, che con questo istituto,
per imporre il quale sono state fatte delle vere e proprie battaglie sociali
(con non pochi cattolici complici o quanto meno conniventi…), ha voluto opporsi
direttamente al severo monito di nostro Signore Gesù Cristo, ricordato da ogni
ministro nel momento stesso in cui suggella il patto coniugale: “non osi
separare l’uomo ciò che Dio unisce”. Il matrimonio è, infatti, per sua natura
(e non solo in forza del sacramento) intrinsecamente indissolubile, come appare
evidente dal discorso fatto da Gesù per screditare la concessione del divorzio
fatta, a suo tempo da Mosè, “a causa della durezza di cuore degli israeliti”,
rimandando al progetto originario di Dio che volle l’uomo e la donna, “fin dal
principio”, uniti nel vincolo indissolubile di una sola carne (cf Mt 19,1-12).
Pertanto qualunque cattolico osi impugnare il matrimonio dinanzi ad una
autorità civile, viola direttamente questo comandamento e la sentenza di
scioglimento che eventualmente venisse pronunciata non ha, agli occhi di Dio,
alcun valore, né tanto meno sono lecite ulteriori unioni con altri partners,
siano esse civilmente sigillate oppure vissute come coppia di fatto. Il motivo
per cui la Chiesa, ubbidiente al Vangelo, nega ai divorziati risposati o
conviventi l’accesso alla santa comunione così come l’assunzione di alcuni
uffici ecclesiali (tra cui quello di padrino o madrina di Battesimo e di
Cresima) è da ricercare nel fatto che il divorziato o la divorziata che abbiano
intrapreso una nuova unione, si trovano “in stato di peccato mortale”
momentaneamente irreversibile, in quanto una eventuale confessione sarebbe
necessariamente priva dell’elemento fondamentale del pentimento (contrizione
unita al proposito di non peccare più) che è la condizione unica per cui Dio
concede il perdono al peccatore. Non potendo dunque essere assolti e trovandosi
in stato di peccato pubblico (cioè di
vero e proprio scandalo) è impossibile l’accesso all’eucaristia (che richiede
lo stato di grazia) e agli uffici ecclesiali (che richiedono una situazione
esteriore e oggettiva di conformità alle leggi di Dio).
Vorrei chiudere l’argomento divorzio con qualche considerazione
di natura personale, anzitutto cercando la causa del fallimento di tanti
matrimoni (siamo arrivati a percentuali superiori a uno su tre, per non parlare
dell’aumento vertiginoso delle unioni civili di fatto, che in alcune zone del
nord Italia hanno ampiamente superato i matrimoni religiosi). Vorrei al
riguardo citare una frase che pronunziò la piccola e beata Giacinta di Fatima
poco prima di morire (nel lontano 1917): “ci sono molti matrimoni che non
piacciono a Dio, non sono da Dio”. Confesso che quando lessi questa frase,
diversi anni fa, rimasi perplesso per non dire sconcertato. Come è possibile
che nel 1917, in Portogallo, con quel clima di fede profonda, quando tutti si
sposavano in Chiesa, alcuni matrimoni non piacevano a Dio? Non sono sigillati
da un sacramento? Se ancora non sono riuscito a spiegarmi bene come fosse
possibile nel 1917, mi risulta molto meno difficile ipotizzare perché alcuni
matrimoni di oggi non piacciano a Dio. Può Dio, infatti, dare la sua
benedizione a case costruite sulla sabbia, cioè a coppie che arrivano al
matrimonio dopo aver “bruciato tutte le tappe”, con anni di vita sessuale
“attiva” alle spalle, con cerimonie che sfiorano il sacrilegio, con spose che
si presentano all’altare seminude (ma con abito rigorosamente bianco…) e
invitati che fanno loro degno corollario, con coppie che si sposano dopo anni
di convivenza senza porre in essere un minimo segno di pentimento, anzi spesso
unendo al matrimonio il battesimo del figlio (magari il secondo o il terzo, con
i più grandi che fanno da paggetti a papà e mamma…) e con tanto di applauso
finale? Sono esempi ovviamente e volutamente provocatori, con cui non si
intende generalizzare né tanto meno escludere chi avesse sbagliato dalla
possibilità di redimersi e correggersi. Fotografano tuttavia, forse in modo un
po’ impietoso, una triste realtà, sempre più diffusa in uno strano e
generalizzato silenzio di chi dovrebbe parlare, che di certo non sembra poter
avere l’approvazione e tanto meno la benedizione dell’Onnipotente…
2. LIBERE CONVIVENZE E UNIONI CIVILI
Altre due
grandissime piaghe purtroppo diffusissime ai nostri giorni sono le unioni civili e
le libere convivenze.
Le unioni civili, per quanto siano da molti scelte senza
rendersi conto dell’estrema gravità che ciò significa per un battezzato,
costituiscono un esecrabile oltraggio al sacramento del matrimonio, che, come
insegna la Chiesa, è la via unica e normale di celebrazione delle nozze per un fedele
di Cristo. La gravità di tale scelta è ribadita dalla disciplina canonica della
Chiesa che non consente la “regolarizzazione” della posizione dei fedeli
coniugati solo civilmente senza che prima sia istruita una procedura
(obbligatoria) di verifica delle disposizioni dei nubendi e del loro
pentimento, verifica che sfocia in una relazione da presentare al Vescovo
diocesano che deve autorizzare espressamente
la celebrazione delle nozze. I parroci in cura d’anime sanno, per esperienza,
la sorpresa e lo sbigottimento che manifestano le coppie che si presentano
tranquillamente a chiedere il matrimonio religioso dopo aver contratto quello
civile. Tuttavia tale disciplina, giustamente severa, contribuisce se non altro
a far prendere coscienza della gravità del peccato commesso, da chi, sia pur
indirettamente, disprezza il sacramento del matrimonio, come se l’unione
coniugale non avesse bisogno della benedizione di Dio e, ancor più, della
grazia di Dio, per essere santa, stabile e feconda.
Una simile disciplina, peraltro, non si applica alle libere
convivenze, stante il carattere fluttuante e instabile che le caratterizza. A
parere di chi scrive, tuttavia, pur essendo vero che in una libera convivenza
non si reca un vero e proprio “oltraggio formale” al sacramento (mancando la
celebrazione “alternativa” davanti all’autorità civile), esse comunque
costituiscono, al pari delle unioni civili, un pubblico scandalo per la
comunità cristiana, a cui, inoltre, si unisce sovente l’estrema
irresponsabilità di chi vuol vivere come marito e moglie senza prendersi alcuna
responsabilità, né verso l’altro, né, spesso, verso eventuali figli. Pur nella
loro peccaminosità, infatti, le unioni civili rappresentano un’assunzione di
precise responsabilità (anche patrimoniali) almeno su un piano civile, che
pongono tale tipologia di “famiglia” in una situazione di tutela giuridica
almeno sul piano civilistico di alcuni diritti fondamentali, suscettibili di
esecuzione coatta tramite l’autorità giudiziaria nel caso di una loro eventuale
lesione e inosservanza. Tutto questo in una libera convivenza non c’è, mentre
permane il pubblico scandalo e la grave immoralità degli atti e dei comportamenti,
anche sessuali, vissuti in questo stato di vita.
A questo punto, purtroppo, dovrò aprire nuovamente una
parentesi provocatoria, perché una simile diffusione di tali gravissimi mali
non sarebbe stata possibile senza connivenze o complicità molteplici. Anzitutto
da parte della famiglia di origine dei “conviventi” o degli “sposati
civilmente”. Chi scrive si chiede: è giusto o, quanto meno, è educativo o
opportuno che un genitore vada tranquillamente al matrimonio al Comune del
proprio figlio? È giusto che un genitore non faccia alcuna resistenza alla
scelta di un figlio di andare a convivere e riconosca tale “pseudo-famiglia”
come se nulla fosse? Dico questo perché c’è, grazie a Dio, una sparuta
minoranza di genitori coraggiosi che sono stati capaci di non andare alla
cerimonia civile del matrimonio del figlio o di compiere qualche gesto
profetico nei confronti di un figlio che si è impuntato nel voler andare a
convivere contro la loro volontà (per esempio non accettando inviti a pranzo o
a cena in casa dei conviventi prima che la situazione si regolarizzasse…). È
ovvio che un genitore non ha il potere di imporre “obbedienze” in senso stretto a un figlio adulto,
ma ha comunque il sacrosanto dovere di ricordargli che Dio e l’osservanza
della sua legge vengono al primo posto. Non ha forse detto Gesù che “chi ama il
figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10,37)? Non ha detto anche
che chi non odia il figlio, o la figlia non
può essere suo discepolo (cf Lc 14,26)? L’eroismo richiesto ai genitori in tali
circostanze estreme si potrebbe tranquillamente leggere alla luce di questi
forti ma quanto mai chiari moniti evangelici.
Anche la comunità ecclesiale, tuttavia, e spesso anche alcuni
pastori hanno spesso manifestato una bontà e uno spirito di accoglienza e di
comprensione talora alquanto inopportuni e che rischiano di poter essere intesi
come una sorta di connivenza con l’errore. Mi chiedo: è possibile celebrare un
matrimonio di due conviventi senza chiedere loro un minimo segno di penitenza anche esterna (quale, per esempio, l’interruzione della
convivenza prima della celebrazione del matrimonio)? E ciò sia per riparare lo
scandalo dato alla comunità cristiana, sia per fugare il sospetto, in chi vi
partecipa, che questa possa essere una variante tranquillamente ammissibile,
data l’assenza di conseguenze per chi ha sbagliato e non essendoci alcuna
differenza di trattamento con chi si sposa essendosi preparato come Dio vuole?
Non è ridicolo vedere spose, che celebrano il matrimonio dopo anni di
convivenza e con figli, presentarsi all’altare con l’abito bianco? Non è ancora
più grave celebrare il Battesimo di un figlio nato da una convivenza durante la
celebrazione del matrimonio, con tanto di applauso finale (cosa che, grazie a
Dio, alcune Diocesi cominciano espressamente a vietare)? Lascio ai lettori il
giudizio su queste provocazioni. A qualcuno potrebbero sembrare inficiate da
rigidità eccessiva; ma di certo non si può continuare ad assistere a questi spettacoli
senza aprire bocca. La saggezza popolare ha sentenziato: “Chi tace,
acconsente”. Penso che non pochi fedeli – e forse anche qualche pastore – farebbero
bene a ricordarlo…
3. RAPPORTI PREMATRIMONIALI: BACI, PETTING E FORNICAZIONE
La serie dei peccati impuri formalmente e direttamente contrari
alla santità del matrimonio è completata da un’altra gravissima fattispecie
oggi quanto mai diffusa: i rapporti prematrimoniali.
Sotto questa categoria rientrano i contatti a carattere
precipuamente sessuale che si intrattengono nel tempo precedente il matrimonio,
con una gradazione di intensità che, ferma restando la materia grave comune a
tutti, va dai contatti intimi fino al peccato di fornicazione in
senso stretto (la vera e propria congiunzione carnale al di fuori del
matrimonio).
Prima di scendere nel particolare, è bene fare qualche premessa
sul fidanzamento nel disegno di Dio, perché nell’attuale cultura pansessualista,
libertina e permissivista senza dubbio alcune indicazioni della morale
cattolica potrebbero, ad un osservatore poco formato, sembrare rigide, eccessive
o anacronistiche. Ma così non è.
Il fidanzamento è un tempo in cui si deve operare
un discernimento, da parte dei fidanzati, su due distinte ma complementari questioni:
primo, se si abbia la vocazione al matrimonio, cioè a vivere l’amore nella
forma della donazione totale ed esclusiva ad una creatura, alla cui felicità si
dedica ed offre la propria vita, e a collaborare con Dio nel grande compito
della procreazione; secondo, se la persona che si sta frequentando o verso cui si
nutre stima, interesse, simpatia, è davvero la persona con cui Dio vuole che ci
si formi una famiglia. Il fidanzamento, in questo senso, è necessariamente e
intrinsecamente caratterizzato dalla precarietà, dall’incertezza e da una certa
libertà, di cui i fidanzati non solo possono ma debbono sentirsi in condizione
di poter usufruire. L’appartenenza reciproca non solo non è piena, ma
semplicemente ancora non c’è. È questo il motivo per cui i grandi maestri di
spirito hanno sempre consigliato di evitare fidanzamenti precoci o
eccessivamente lunghi. È necessario il raggiungimento di un’età matura in cui
si sia già fatto un minimo di chiarezza circa lo stato di vita da scegliere. Inoltre,
prima di impegnarsi seriamente in un fidanzamento vero e proprio, operare una prima
sommaria valutazione della persona che si ha dinanzi, certo non sufficiente, ma
comunque non del tutto mancante.
Alla luce di tale dottrina, i moralisti cattolici (tra cui si
distingue per chiarezza e lucidità di pensiero sant’Alfonso M. De Liguori) hanno
sempre insegnato che lo “spazio” per eventuali “effusioni” tra fidanzati è ristretto
all’affettività, ma è precluso quando si invadono gli ambiti della sensualità o
sessualità in senso stretto. Ciò semplicemente perché, fino al matrimonio, i
fidanzati non si appartengono l’uno all’altro e non hanno quindi alcun diritto
sul corpo dell’altro, che anzi devono rispettare e custodire con somma castità
e purezza, anche perché potrebbe accadere che qualcun altro e non il soggetto
interessato sia quello che dovrà unirsi in matrimonio con colui con cui si sta
insieme.
Rebus sic stantibus, se possono ritenersi leciti alcuni gesti
con cui i fidanzati esprimono castamente il loro affetto reciproco scambiandosi
tenere e pulite effusioni, la soglia si alza inesorabile quando all’affetto
subentra la passione o la libido, che
nel periodo prematrimoniale deve essere contenuta, controllata e sacrificata in
nome della custodia dell’amore autentico. Non solo dunque il vero e proprio
rapporto more uxorio (fornicazione),
ma anche i gesti a carattere sessuale
atti a provocare, suscitare o stimolare la libidine o il piacere venereo sono da evitare nel tempo del fidanzamento. Anche un Pontefice, precisamente Papa Alessandro VII (1655-1667), condannando
esplicitamente la seguente proposizione: “Probabile è l’opinione che dice che soltanto veniale è un bacio per piacere
carnale e sensibile che viene da esso, fin quando non c’è pericolo di ulteriore
consenso o di polluzione” (Denz 2060) prese posizione contro i teologi lassisti che mostravano una certa tolleranza verso i baci "erotici". La sentenza si trova nel Denzinger, che,
come tutti i teologi sanno, raccoglie le proposizioni vincolanti in materia di
fede e di morale. Deve pertanto essere considerata autorevole punto di riferimento per la formazione della coscienza dei fedeli, comprendendone bene lo spirito oltre che la lettera.
In ogni casi riflettano i molti che (oggi più di ieri) sottovalutano
l’impurità, che pensano che sia normale avere rapporti a dodici anni (cosa
purtroppo non rara) o che sorridono dinanzi ai pochi giovani coraggiosi che
hanno la forza di mantenere la castità. Su questa materia non si scherza: come dicevano i teologi classici, è
sempre da ricordare che “in re venerea
non datur parvitas materiae”.
