Il secondo genere di peccati che macchiano la bellezza e la santità della vita coniugale è quello dei comportamenti contrari alla concezione della vita come frutto naturale dell’amore umano tra un uomo e una donna. Si tratta dell’attualissimo e delicatissimo tema della contraccezione e di quelli, speculari ma non meno gravi e inquietanti, delle tecniche artificiali per forzare o pilotare il concepimento della vita umana, di cui peraltro abbiamo già ampiamente accennato durante la trattazione del quinto comandamento.
Nella visione cristiana dell’amore tra uomo e donna la vita, come la dottrina classica sul matrimonio sapientemente insegnava, è vista come il bene principale e primario dell’unione coniugale, la sua ragion d’essere fondamentale. Il fratello sacerdote di santa Giovanna Beretta Molla, in un’intervista rilasciata all’interno di uno splendido documentario sulla figura della sorella santa, ebbe a dire che “per la Gianna” ogni nuova vita concepita era una festa, un evento che la riempiva di gioia, di cui avvisava tutti i parenti ed amici per invitarli a rallegrarsi con lei, aggiungendo che per ricevere una vita in dono non esitava ad elevare continuamente fervide preghiere a Dio, convinta com’era che la fecondità era segno di grande benedizione e che procreare vuol dire permettere a Dio di creare un’anima destinata alla vita eterna. La vita pertanto non dovrebbe - come purtroppo non di rado accade - essere pensata come una preoccupazione, un fastidio, o addirittura una minaccia o, nei casi peggiori, una disgrazia, una sorta di sciagura da evitare ad ogni costo (perfino con l’odioso mezzo estremo dell’aborto) o da cui difendersi in ogni caso e con ogni mezzo. Questa mentalità di morte, tanto coraggiosamente denunciata da san Giovanni Paolo II nella splendida enciclica Evangelium vitae, deve essere apertamente condannata e denunciata, certamente con mezzi leciti e sempre rispettosi della dignità delle persone, ma in modo comunque sincero e fermo. Le famiglie cristiane devono testimoniare la loro opposizione alla dilagante “mentalità contraccettiva”, vivendo con gioia l’apertura alla vita e, quando la Grazia lo concede e i cuori e le menti si aprono, anche fino a giungere alla dimensione sommamente virtuosa e certamente auspicata (anche se evidentemente non imposta) da Dio e dalla Chiesa: quella di accogliere tutti i figli che Dio vorrà donare loro, affidando alla Divina Provvidenza e Volontà il compito di scegliere liberamente se, quando, dove e come concedere alla coppia cristiana questo inestimabile dono.
I mezzi contraccettivi sono tutti intrinsecamente cattivi, ma hanno una gradazione e un ordine di gravità. Certamente la spirale è il più grave, perché il suo effetto non è semplicemente contraccettivo, ma abortivo, poiché non impedisce il concepimento, ma l’annidamento dell’ovulo fecondato. La sterilizzazione - specie quella provocata con la chiusura delle tube - è grave perché produce un effetto stabile e, almeno nelle intenzioni, irreversibile (salvo doversi sottoporre al doloroso e non semplice intervento chirurgico per riaprirle), causando in questo modo rilevanti problemi morali. La piccola anticoncezionale, il profilattico e l’interruzione dell’atto coniugale (chiamato in teologia “onanismo”, perché attestato nella Bibbia come peccato di un uomo chiamato “Onan”, che “disperdeva il seme per terra” - cf Gen 38,8-10), pur rimanendo intrinsecamente disordinati, sono tuttavia di portata minore perché minano la moralità dei singoli atti e sono sempre reversibili (in qualunque momento la coppia che prenda coscienza della problematica morale legata alla contraccezione può decidere di abbandonarli). Rimane lecito l’uso dei cosiddetti “metodi naturali”, anche se alcuni passaggi dell’Humanae Vitae di San Paolo VI (come vedremo) raccomandano ai coniugi di farne un uso maturo e responsabile e di evitare che essi diventino espressione di una mentalità contraccettiva. Prima di Paolo VI un altro Papa del secolo scorso, Pio XI, scrisse parole illuminanti nell’enciclica Casti connubii, che avremo modo di citare ampiamente.
Giova ricordare, prima di proseguire, che il fatto che su questa tematica siano ampiamente diffusi costumi del tutto disinvolti nella società contemporanea - in questa come in altre fattispecie del sesto comandamento - non toglie minimamente forza e vigore vincolante alla legge di Dio; ne rende solo, purtroppo, un po’ più difficile l’osservanza, esigendo dai fedeli che vivono nel matrimonio lo sforzo e il coraggio di andare controcorrente, tenendo alta, senza paura e vergogna, la bandiera della santa fede cattolica.
Abbiamo detto che il più grave tra i mezzi contraccettivi è la spirale perché realizza il suo effetto attraverso la realizzazione di fatto di un micro aborto, producendo, sul piano degli effetti, nient’altro che ciò che causa la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, la famosa RU486. Conseguentemente, le donne che hanno usato la spirale devono prendere coscienza di aver trasgredito non solo il sesto ma - pur non potendone avere la certezza - anche del quinto comandamento (almeno nelle intenzioni), giacché è dottrina comune tra i moralisti cattolici di ogni tempo che l’infusione dell’anima razionale da parte di Dio avviene al momento del concepimento, ossia quando i due gameti (maschile e femminile) si fondono nello zigote; pertanto, impedire l’annidamento di un ovulo fecondato equivale a sopprimere una vita umana incipiente.
Riguardo l’interruzione del rapporto, c’è da dire che nella coscienza di non pochi fedeli non c’è affatto coscienza del suo essere un metodo contraccettivo, nonostante il suo esplicito richiamo, come accennato, nella Sacra Scrittura. È sovente ritenuto “un metodo naturale”, lecito e consentito per evitare la vita. Si tratta invece di un atto intrinsecamente disordinato di cui è oggettivamente responsabile (a prescindere dal grado di consapevolezza morale) l’uomo che lo pone in essere. La moglie ne è complice solo se fosse lei a farne esplicita richiesta oppure se acconsentisse all’atto del marito. Qualora invece la donna non vi acconsenta, anzi tenti di dissuadere il marito da tale condotta, può unirsi al marito nella speranza che egli non faccia questa azione cattiva senza commettere, secondo l’opinione della maggioranza dei moralisti, alcun peccato.
Questa tematica apre il campo ad alcune considerazioni di tipo pastorale, quanto mai necessarie al riguardo. Possono infatti crearsi nelle coppie situazioni in cui solo uno dei coniugi abbia maturato la coscienza morale dell’intrinseca cattiveria dei mezzi contraccettivi. Occorre in questo caso evitare gesti drastici e improvvise e inopportune rigidità, che metterebbero a repentaglio non solo la serenità dei coniugi ma, nei casi più gravi, addirittura la stabilità e la tenuta del matrimonio. Nella Chiesa esiste la legge della gradualità e quando uno solo dei coniugi matura un certo valore, oltre anzitutto a pregare per il proprio consorte, deve pazientemente accompagnarlo nel cammino, arrivando con gradualità (ove necessario) ad una situazione di piena conformità con la Legge e la Volontà di Dio.
