La carità ha dei gradi differenti di presenza e
operatività nelle anime ed è soggetta a crescita, diminuzione o perdita totale.
San Tommaso afferma che nei principianti (quelli che san Paolo chiama i
bambini nella fede, i “neoconvertiti”, tanto per intendersi) muove l’uomo ad
allontanarsi dal peccato e a resistere alle concupiscenze; nei proficienti (cioè
quelli che sant’Ignazio di Loyola identificava con “coloro che vanno di bene in
meglio”) sostiene lo sforzo di avanzare nel bene; nei perfetti provoca
la totale adesione a Dio, la vita di unione con Lui ed il conseguente suo
godimento, nei limiti in cui ciò è possibile in questa vita. Basta un solo
peccato mortale a far perdere completamente questa virtù, anzi, ciò costituisce
esattamente il primo e principale effetto immediato del peccato mortale. I
peccati veniali, dal canto loro, “raffreddano la carità” fino a portare l’anima,
se non li combatte e non li evita, al deplorevole stato della tiepidezza, che
produce grande mediocrità di vita ed immette nel pericolo assai prossimo di
peccare mortalmente e perdere totalmente la Grazia e la carità.
La carità ha dei bruttissimi e numerosi vizi che le si
oppongono: alcuni formalmente e direttamente, altri indirettamente ma non in
maniera meno grave e pericolosa.
La forma più grave di opposizione alla carità è l’odio
di Dio. Ovviamente tale odio è scatenato nelle creature (demoni e uomini
cattivi), non certo da ciò che Dio è in sé (essendo la Bellezza e la Bontà stessa),
né da ciò che lo caratterizza (essere, vivere e intendere), ma da alcuni suoi
effetti che ripugnano alle volontà disordinate: il fatto cioè che proibisce e
punisce i peccati castigandoli con pene. L’odio del prossimo, invece,
nasce dal vizio capitale dell’invidia e si esplica nella bruttissima operazione
del rattristarsi per il bene altrui (percepito come male proprio) e nel rallegrarsi
del male altrui (percepito come bene proprio). Anche l’accidia - in quanto
nausea o tedio per le cose spirituali - si oppone, almeno indirettamente, alla
carità in quanto allontana dalla preghiera, dai sacramenti, dalle buone e sante
letture, cioè da tutti quei mezzi che consolidano, accendono e accrescono la
virtù teologale della carità. Anche la discordia e la contesa sono vizi opposti alla
carità. La prima consiste nel contrasto di due volontà, ciascuna delle quali
tende a prevaricare sull’altra e ad anteporre le proprie scelte, opinioni e
pareri a quelle altrui. La carità, viceversa, cede il passo tutte le volte che
può, con l’unica eccezione di quando c’è in gioco il bene o la verità (oggettivi);
per questo san Tommaso precisa che, fermo restando quanto detto, è tuttavia
cosa buona e lodevole introdurre il dissenso fra coloro che sono concordi nel
male, puntualizzando che è esattamente a questo che si riferisce Gesù quando
nel Vangelo afferma di essere venuto a portare non la pace ma una spada (cf Mt
10,34). La contesa si ha invece quando si entra in discussione e polemica
verbale con qualcuno. Anche in questo caso, la carità, ordinariamente, evita le
“vane discussioni”, come scrive san Paolo (cf 2Tm 2,14), a meno che, anche in
questo caso, la contesa non sia fatta per difendere la verità o il bene a patto
però che ciò si faccia a tempo, luogo e modi opportuni.
In caso contrario è peccato veniale contendere e discutere, mentre diventa
peccato mortale quando si dovesse contestare la Verità o il bene (oggettivi)
in modo inurbano e indecoroso.
Ci sono infine due peccati “pubblici” che sono contrari
alla virtù teologale della carità: lo scandalo, in quanto uccide la carità anche
nei cuori altrui; e lo scisma, in quanto rompe la comunione gerarchica con il
capo visibile della Chiesa, minando quella particolare nota della Chiesa che è l’unità,
la quale, pur essendo in se stessa intaccabile e inattaccabile, è tuttavia
ferita dalle divisioni esteriori delle membra visibili del corpo di Cristo.
