La vita consacrata non annulla gli uomini e le donne
chiamati dal Signore a questo particolare stato di vita, ma continua ad offrire
al mondo intero, credenti e non credenti, la pluriforme immagine dell’unico
Cristo Salvatore che prega sul monte, che annuncia il Regno di Dio, che
benedice e risana infermi e malati.
La vita consacrata, quando è̀ vissuta in maniera autentica, seria e coerente da coloro che sono
chiamati dal Signore a questo stato di vita, è qualcosa di veramente grande e importante nella
vita della Chiesa, come il Concilio si preoccupa di evidenziare appunto nel
paragrafo intitolato “grandezza della consacrazione religiosa”: “I religiosi
pongano ogni cura, affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo
ai fedeli e agli infedeli: sia nella sua contemplazione sul monte, sia nel suo
annuncio del regno di Dio alle turbe, sia quando risana i malati e gli infermi
e converte a miglior vita i peccatori, sia quando benedice i fanciulli e fa del
bene a tutti, sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato. Tutti infine
abbiano ben chiaro che la professione dei consigli evangelici, quantunque
comporti la rinunzia di beni certamente molto apprezzabili, non si oppone al
vero progresso della persona umana, ma al contrario per sua natura le è di grandissimo profitto. Infatti i consigli,
volontariamente abbracciati secondo la personale vocazione di ognuno,
contribuiscono considerevolmente alla purificazione del cuore e alla libertà spirituale, stimolano in permanenza il fervore
della carità e soprattutto come è comprovato dall’esempio di tanti santi
fondatori, sono capaci di assicurare al cristiano una conformità più grande col genere di vita verginale e povera che Cristo Signore si
scelse per sé e che la vergine Madre
sua abbracciò. Né pensi alcuno che i religiosi con la loro
consacrazione diventino estranei agli uomini o inutili nella città terrestre. Poiché, se anche talora non sono direttamente presenti
a fianco dei loro contemporanei, li tengono tuttavia presenti in modo più profondo con la tenerezza di Cristo, e con essi
collaborano spiritualmente, affinché la edificazione della città terrena sia sempre fondata nel Signore, e a lui diretta, né avvenga che lavorino invano quelli che la
stanno edificando. Perciò il sacro Concilio conferma e loda quegli uomini e quelle donne, quei
fratelli e quelle sorelle, i quali nei monasteri, nelle scuole, negli ospedali
e nelle missioni, con perseverante e umile fedeltà alla loro consacrazione, onorano la sposa di
Cristo e a tutti gli uomini prestano generosi e diversissimi servizi” (LG 46).
Come si evince dall’incipit di questo splendido passo della Costituzione
dogmatica sulla Chiesa, la vita consacrata continua ad offrire al mondo intero,
credenti e non credenti, la pluriforme immagine dell’unico Cristo Salvatore.
Attraverso la vita contemplativa ripresenta l’immagine di Gesù che prega sul monte; attraverso le forme di
vita attiva apostolica, dedite alla predicazione del Vangelo o alla difesa e
salvaguardia della dottrina della fede cattolica, continua a far vivere Gesù che annuncia il regno di Dio; attraverso le
congregazioni di vita consacrata impegnate nel servizio, l’assistenza o la cura
dei poveri, degli ultimi e dei malati, ripropone l’immagine di Gesù nel suo atto di risanare infermi e malati; nei
vari istituti di vita attiva dediti all’educazione della gioventù continua a mostrare la tenera immagine del
Signore chino sui fanciulli in gesto benedicente. Caratteristica comune a tutte
le forme di vita consacrata è l’obbedienza alla volontà del Padre, ad immagine di Cristo sempre obbediente alla volontà di chi lo mandò per la nostra salvezza, che si esprime non solo
nella perfetta osservanza dei tre consigli evangelici, ma anche delle regole e
delle costituzioni dei vari ordini e istituti e nell’obbedienza alla Chiesa che
ha sempre il compito di approvare le varie congregazioni con le relative leggi,
statuti e regole di vita. Perché nessuno pensi che i religiosi di vita contemplativa - e tra questi, in
particolare, quelli che fanno voto di clausura - facciano qualcosa di “inutile”
o di non “produttivo” all’umana società, viene evidenziato che essi non sono mai e in nessun modo estranei alla
vita del consorzio umano. Il non essere materialmente e in prima persona
impegnati sui fronti visibili della vita della Chiesa, lungi dal renderli
estranei dal mondo (o, peggio, in opposizione al progresso della persona
umana), li pone nel cuore stesso di esso, per il quale ottengono, nel silenzio
e nel nascondimento, sovrabbondanti grazie e benedizioni e giungono, nella
misura della loro abnegazione e fedeltà, ad una tale maturità interiore, spirituale e umana da suscitare santa invidia da parte di
coloro che lottano e si affaticano tra i travagli e le vicissitudini del mondo.
Tutto l’immenso bene che la vita consacrata può e deve apportare alla Chiesa e al mondo intero
dipende tuttavia dalla fedeltà, dalla coerenza, dalla gioia e dalla dedizione con cui coloro che sono
chiamati a questo stato vivono la loro consacrazione. Come già detto a suo tempo parlando dell’ordine che deve
caratterizzare la vita di chierici e laici, senza indebite e inopportune
confusioni di parti o, peggio, scambi di ruoli, così un consacrato, per apportare davvero tutto il
bene che può al consorzio umano,
deve vivere fedelmente e coerentemente non solo col suo stato di vita e le sue
concrete condizioni di esercizio (vita attiva o contemplativa, claustrale o
non), ma anche col carisma che caratterizza il proprio istituto. Parafrasando
le massime a suo tempo citate di san Francesco di Sales, cosa ne sarebbe di un
certosino che volesse fare il direttore di un oratorio, di una suora di
clausura che volesse organizzare e presiedere un “festival” di
evangelizzazione, di un membro di un ordine ospedaliero che volesse fare il
parroco, di una suora orsolina che disertasse la scuola per rimanere fissa in
cappella ai piedi del Santissimo Sacramento? Purtroppo anche in questo
importantissimo stato di vita nella Chiesa non sono mancati, nei decenni appena
trascorsi, disordini, confusioni, travisamenti, sovente mascherati da non
meglio precisati “aggiornamenti” o “adeguamenti al mutarsi dei tempi”. Nessuno,
evidentemente, nega che per gli istituti di vita consacrata (come del resto per
tutta la Chiesa) ci sia la necessità continua di calarsi nei mutati contesti storici e culturali in vista
del messaggio da rendere a Gesù e al suo Vangelo. Nè che questo richieda, talora, di lasciare qualcosa che appare obsoleto e
aprire qualche orizzonte nuovo. Ma occorre vigilare sull’importanza di rimanere
sempre se stessi, senza snaturare il proprio carisma e il proprio peculiare
stile di vita. Perché solo rimanendo tali si
può portare, sia alla
Chiesa che al mondo, quel bene che lo Spirito Santo ha affidato a ciascun
singolo istituto. Per la massima gloria di Dio e a beneficio del maggior numero
possibile di anime.
