Forme e modi con cui si esplica il vizio capitale della lussuria
Gli atti a cui dà luogo il vizio capitale della lussuria, ossia i frutti attossicati che nascono da questa mala pianta, costituiscono oggetto diretto di due precetti del decalogo e possono catalogarsi in varie maniere. Si può identificare un comportamento lussurioso anzitutto a seconda delle modalità con cui è posto in essere, se con gli atti, le parole, gli occhi o i pensieri; lo si può anche individuare a seconda della sua rispondenza o meno agli istinti comunque naturali dell’uomo, anche se moralmente disordinati, distinguendo gli atti impuri secondo natura da quelli contro natura; si può anche rilevare l’ambito direttamente leso dal comportamento lussurioso, ovvero la santità del corpo in quanto tempio dello Spirito Santo oppure la santità del sacramento del matrimonio; infine, come già visto per gli altri due vizi capitali, si può con san Tommaso d’Aquino distinguerne le sette figlie e le sei specie. Ci addentreremo dentro ciascuna di queste distinzioni, tenendo sempre presente che ogni volta che un moto suscitato dal vizio della lussuria viene deliberatamente provocato, assecondato o consentito, si cade inevitabilmente e sempre in peccato mortale, fosse anche un semplice pensiero impuro, come chiaramente affermato, peraltro, dal Concilio di Trento a proposito della gravità intrinseca dei peccati contro il nono comandamento (cf DS 1707).
La lussuria si esplica nel compimento di atti quando vengono posti in essere atti e comportamenti che comportano l’eccitazione, il risveglio ed il soddisfacimento pieno dei piaceri venerei. Basta tuttavia fare con compiacenza un apprezzamento spinto, oppure intessere un discorso volgare a sfondo sessuale per compiere peccato grave con la lingua. Gesù, peraltro, ci ricorda nel Vangelo che l’occhio è la lucerna del corpo (cf Mt 6,22) e che basta guardare una donna per desiderarla per commettere adulterio con lei nel proprio cuore (cf Mt 5,28). Lo stesso dicasi di qualunque immagine oscena o indecente, nei confronti della quale l’occhio che, disgraziatamente e involontariamente si trovasse ad intercettarla, deve difendersi volgendo immediatamente lo sguardo altrove. Anche un pensiero volontariamente provocato oppure deliberatamente seguito e assecondato, infatti, fa gustare i frutti avvelenati e mortiferi di questa mala pianta. I maestri di spirito insegnano che con i pensieri impuri bisogna comportarsi come con i malati di lebbra: appena li si vede, bisogna immediatamente girare alla larga, perché non appena si viene solo “toccati” da essi, si viene immediatamente e inesorabilmente contagiati dal morbo della lussuria (ben più grave della lebbra!). A volte i pensieri costituiscono solo delle fastidiosissime tentazioni, come una sorta di zanzare che ronzano nella mente e la pungono col loro veleno, ma con l’anima intenta a scacciarli ed eliminarli come si farebbe con quei fastidiosi parassiti. In tal caso, ovviamente, non solo non c’è alcun peccato ma anche vero progresso dell’anima nel bene e nella virtù, ricordando il noto aforisma di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, giusta il quale “non sono peccati li mali pensieri, ma li mali consensi”.
La seconda distinzione è oggi oggetto di attacchi violenti, aggressivi e sovente del tutto pretestuosi e irrazionali da parte di alcuni ambienti laici (o meglio laicisti) più o meno vicini ai vari movimenti gay. Infatti, nella morale tradizionale cattolica, esistono tre tipi di vizi “contro natura”: la bestialità (consumazione dell’atto sessuale con individui diversi dalla specie umana), la masturbazione (che comporta emissione del seme maschile in modo alieno dal suo retto fine naturale, che è la procreazione) e l’omosessualità (che comporta un disordine causato dall’inversione della naturale tendenza attrattiva tra persone di sesso differente). Non è certamente questa la sede per confutare le speciose, anche se molto arroganti, tesi e argomentazioni portate avanti da questi fratelli bisognosi di misericordia e amore, ma anche di fermezza nella verità. A me pare, provando ad alienarmi dal ruolo e dalla vocazione che la divina Provvidenza mi ha chiamato per sua misericordia ad esercitare, che qualunque persona senza pregiudizi e dotata di un minimo di buon senso, che voglia guardare e osservare i fenomeni in modo – mi si passi il termine – “scientifico” (cioè “osservando” il fenomeno senza pregiudiziali di sorta) dovrebbe convenire sulla legittimità di questa distinzione, che poggia su evidenti dati empirici fondati “in natura rerum” e da chiunque constatabili e rilevabili. I sofismi e le elucubrazioni non giovano dinanzi alla semplice e solare evidenza della verità e non possono prevalere dinanzi alla sua serena e disarmante semplicità. In questo campo, forse più che in altri, giova ricordare un’antica sentenza dei nostri padri: “l’ignoranza e l’arroganza urlano, la sapienza e la mitezza parlano”. Noi continueremo serenamente a parlare, anche se forse qualcuno tenterà di imbavagliarci; senza urlare, né offendere nessuno, né voler imporre nulla a nessuno, ma gioiosamente impegnati nel difendere e nel diffondere lo “splendore della verità”.
