NON CELEBRARE
SOLENNEMENTE LE NOZZE NEI TEMPI “PROIBITI”
L'ultimo precetto generale della Chiesa proibisce la
celebrazione solenne delle nozze nei tempi "proibiti" ovvero nei
periodi penitenziali dell'Avvento e della Quaresima.
Una disposizione che, a
prima vista, potrebbe sembrare un poco anomala, ma che, a ben guardare, rivela
profondi insegnamenti sia sul sacramento del matrimonio che sulla
santificazione dei tempi penitenziali.
Le nozze, infatti, in tutta la sacra Scrittura sono, per
antonomasia, il momento dell'allegria, della gioia, dei banchetti. Sono inoltre
il simbolo reale dell'unione tra Dio e il suo popolo e della gioia reciproca
che dovrebbe caratterizzare questo mistico rapporto, sia nella sua dimensione
collettiva che in quella individuale. Tutti questi aspetti sono egregiamente e
splendidamente significati nel celebre episodio delle nozze di Cana, che non
casualmente Gesù scelse come occasione per compiere il suo primo miracolo,
dalle fortissime coloriture simboliche. A questo banchetto nuziale di due
sposi, infatti, parteciparono Gesù e Maria, il Nuovo Uomo e la Nuova Donna,
primizie della nuova umanità destinata ad una ritrovata e rinnovata unione con
Dio. Quel vino che venne a mancare (simbolo appunto della gioia e dell'amore,
immancabile in ogni banchetto, specialmente nuziale) simboleggiava la gioia
perduta dall'umanità a causa del peccato, ma già nuovamente in atto nella
coppia Gesù e Maria che intendeva e voleva - congiuntamente, attraverso l'opera
della redenzione - rendere all'uomo la perduta felicità dell'unione con Dio
nella vita di grazia. L'ora della redenzione fu anticipata nel simbolo del vino
nuovo, offerto come primizia agli sposi dopo essere stato già gustato, con
divini e ineffabili fragranze fin dal primo istante dell'incarnazione, dal
Nuovo Adamo e dalla Nuova Eva.
Il beato Giovanni Paolo ebbe modo nelle sue catechesi sulla
famiglia di mostrare come il mistero nuziale fosse segno simbolico - ma vero -
delle mistiche nozze di Cristo con la Chiesa. Un'unione che la redenzione ha
reso realmente possibile e vera fin da questa vita, ma che avrà il suo
compimento pieno e perfetto solo nel banchetto nuziale eterno, allorquando
saranno celebrate, come ci ricordano gli ultimi capitoli del libro
dell'Apocalisse, le nozze dell'Agnello. Prima di quel giorno e di quell'ora, la
relazione nuziale tra Dio e l'uomo è turbata e labile, a causa della permanenza
della concupiscenza nell'uomo, che lo espone al rischio di tradire, anche
gravemente, il patto di alleanza nuziale col suo Signore. Il profeta Osea è uno
splendido esempio di come la teologia biblica concepisca la storia della
salvezza (che è storia del rapporto di Dio col suo popolo) in termini nuziali,
descrivendo le infedeltà dell'uomo come un vero e proprio
"adulterio". Il rimedio a questa possibilità assai reale e incombente
di tradimento (sempre e solo da parte dell’uomo) è dato soltanto dalla
penitenza, ovvero da uno stile di vita che, coniugando preghiera intensa e
mortificazione generosa, sappia mantenersi fedele alle esigenze dell'Alleanza.
In questo senso i due grandi tempi penitenziali dell'anno liturgico richiamano
assai opportunamente e sapientemente i fedeli all'importanza della dimensione
penitenziale della vita cristiana, il primo accentuando la prospettiva della
preghiera e della vigilanza in attesa dello sposo, il secondo calcando sulla
necessità di mortificare i sensi nella pratica del digiuno e degli altri
esercizi tipicamente quaresimali.
Alla luce di quanto sinteticamente esposto, dovrebbe essere più
comprensibile il senso di questo precetto. Se infatti le nozze sono un segno
mistico dell'unione consumata dell'umanità col suo Signore, che ci colmerà di
ineffabile felicità ma di cui non è possibile godere pienamente in questa vita,
è evidente che una celebrazione solenne e festosa di questo sacramento nei
tempi penitenziali urta e stride con il pensiero che essi intendono suscitare
circa la caducità della vita terrena e la sua dimensione intrinsecamente e
necessariamente penitenziale. Ovviamente ci possono essere molte buone
motivazioni che suggeriscano agli sposi di celebrare le nozze in questi tempi.
Non bisogna del resto dimenticare che insieme alla dimensione mistica - che il
matrimonio contiene sotto la specie del segno - c'è anche una molto più
concreta e realistica prospettiva terrena, ribadita peraltro da Gesù in
persona, quando nella disputa con i sadducei ricorda che sono "i figli di
questo mondo" a prendere moglie e marito, cosa che non accadrà nell'altro
mondo. Quando dunque serie e legittime esigenze spingano gli sposi ad
accelerare i tempi di celebrazione del matrimonio lo si potrà fare anche in
questi tempi; astenendosi tuttavia da ogni forma di solennità e mantenendo uno
stile sobrio e discreto, per ricordare che ciò che le nozze significano
misticamente è una promessa che attendiamo con gioia e trepidazione, ma che
dobbiamo anche meritare con la nostra fedeltà alle esigenze dell'alleanza
nuziale con nostro Signore.
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La proibizione di celebrare con solennità le nozze nei tempi
“proibiti” ci offre lo spunto per spendere qualche ultima parola su alcune
disposizioni da osservare ed altre da evitare perché le finalità e gli
obiettivi dei tempi penitenziali possano essere pienamente realizzati nelle
anime dei fedeli.
Al di là delle prescrizioni vincolanti e particolari della Chiesa
– che a suo tempo vedemmo essersi di molto ridotte nell’attuale periodo storico
– è infatti quanto mai importante cogliere e vivere il senso della penitenza
cristiana, perché la sua ignoranza, dimenticanza, trascuratezza o
minimizzazione produce delle nefaste conseguenze nella vita dei fedeli. Abbiamo
accennato, nella puntata precedente, che i due tempi forti dell’Avvento e della
Quaresima, pur avendo la penitenza come tratto comune, ne accentuano due
dimensioni distinte e complementari.
L’Avvento vorrebbe aiutarci a rinvigorire, curare maggiormente
e, in alcuni casi, riprendere o riscoprire l’importanza essenziale della
preghiera nella vita cristiana. La preghiera, come i santi con tutta la
tradizione della Chiesa attestano, è indispensabile per ottenere le grazie, per
tenere viva la fede, per riconoscere i segni della presenza e della mano di Dio
nella nostra storia, per conservare una dimensione profondamente religiosa
dell’esistenza terrena, intesa come tempo di lavoro, lotta, prova e impegno
(talvolta anche eroici) in cui ci prepariamo - compiendo bene la nostra
missione - all’incontro definitivo con il celeste Sposo. A lui “renderemo la
nostra anima” ed Egli ci chiederà conto della nostra sponsale fedeltà a Lui.
L’Avvento ci ricorda che Gesù è venuto nella carne e che tornerà alla fine
della storia. Queste due venute “universali” accadono, in modo analogo, nella
vita di ogni uomo. Gesù viene in continuazione in cerca dell’uomo, viene nella
sua vita, col pericolo di non essere accolto né riconosciuto, come non lo fu da
molti, troppi, al tempo della sua nascita e durante la sua missione terrena.
Come tutti lo vedranno nel suo secondo avvento glorioso, così ogni singolo uomo
che muore e lascia questa terra, lo vedrà nel giudizio particolare. E come
Cristo sarà giudice della storia, così sarà giudice di ogni persona nel
giudizio particolare, dopo aver “rincorso” e cercato l’uomo, per tutta la
durata della sua esistenza con la sua misericordia. Nell’Avvento, dunque, si
preghi di più, si preghi meglio, o forse si impari a pregare se non lo si è mai
fatto (anche se, magari, si sono borbottate frettolosamente tante preghiere). E
dato che il clima adatto alla preghiera è il silenzio, si cerchi il più
possibile di evitare il rumore, magari spegnendo la televisione, o la radio, o
lo stereo o il computer e si trovi tempo e spazio per dedicarsi all’orazione e
alla meditazione.
Come l’Avvento ci ricorda che senza la preghiera non possiamo né
conservare la fede, né crescere nella grazia, né riconoscere le venute del Signore
nella nostra vita, né lavorare per lui in attesa di incontrarlo, così la
Quaresima ci ricorda un’altra essenziale verità di fede: il problema del
peccato e delle sue conseguenze. Il peccato, unico vero male radicale e
“assoluto”, separa l’uomo da Dio, separa l’uomo da se stesso, separa l’uomo
dagli altri e produce delle conseguenze devastanti per sé e per gli altri, cosa
che, se è evidente solo in alcuni tipi di peccato (se uccido una persona non
risuscita, se diffamo una persona è molto difficile rendergli l’onore, se
disonoro una vergine non posso riparare il danno “materiale”, etc.), rimane
vera anche per il più piccolo peccato pensiero che produce male in chi lo
commette e nel suo destinatario. Sempre e comunque.
La lotta col peccato avviene a un duplice livello: bisogna
togliere la separazione che produce da Dio, da se stessi e dagli altri e
sradicarlo dall’anima e ciò avviene col sacramento della penitenza ben
celebrato, che termina in un’autentica conversione della vita. Bisogna,
tuttavia, anche lavorare sui suoi effetti nefasti, per neutralizzarli,
ripararli o almeno mitigarne la portata e questo avviene con la penitenza
“virtù” ovvero con quelle opere penose ai nostri sensi che servono a riparare
le conseguenze dei nostri peccati. La lussuria lascia nell’anima un
attaccamento disordinato ai piaceri illeciti? Dovrò privarmi anche di qualche
piacere lecito, col digiuno. L’avarizia è la radice di tutti i mali, come dice
san Paolo? Imparerò a condividere i miei beni con chi ne ha bisogno, attraverso
la pratica dell’elemosina. Ho offeso Dio trascurandolo, derubandolo del suo
giorno, offendendone il nome? Riparerò con Messe, preghiere, Rosari e Via
Crucis, in cui gli dimostrerò tutto l’amore che gli ho indebitamente negato. Rebus sic stantibus, è quanto mai
contrario allo spirito della Quaresima, darsi, in questo tempo, ai divertimenti
quali i balli, le feste, i pubblici spettacoli, gli eventi mondani, i banchetti
o cose simili. Anche se non esiste nessuna prescrizione sotto pena di peccato
mortale che proibisce di andare in una sala da ballo in Quaresima, è evidente
che farlo significherebbe non comprendere lo spirito di questo tempo.
Alla luce di questo excursus
vorremmo evidenziare che la legge, che abbiamo cercato di approfondire, è
sempre in certo modo limitata, fatta, come scrive san Paolo, per il peccatore
(cf 1Tim 1,9), per “costringerlo” a raggiungere almeno quel minimo etico
indispensabile per non offendere gravemente il Creatore. Ma, per noi figli di
Dio, la legge è divenuta, come insegna san Giacomo, la “legge della libertà”
(Gc 1,25), ovvero una luce e una spinta a comprendere il senso profondo dei
precetti per viverne genuinamente lo spirito anche al di là di ciò che è
“strettamente obbligatorio e necessario”. Anche perché nei figli di Dio, la legge
suprema è la carità. E l’unica cosa in cui non dobbiamo mai temere di eccedere
è l’amore di Dio, che, per quanto grande, sarà sempre abbondantemente al di
sotto di ciò che Egli merita.