IL GRANDE SANT'ATANASIO STRONCA L'ERETICO ARIO
Una famosa lettera di sant'Atanasio esprime magistralmente la dottrina su Gesù Cristo, "Figlio di Dio e figlio dell'uomo", per la quale si attribuiscono all'unica persona di Gesù le espressioni e gli atti che pronuncia in quanto Dio e in quanto uomo, ciò che in linguaggio teologico si definisce "interscambio delle proprietà"
Una famosa lettera di sant'Atanasio esprime magistralmente la dottrina su Gesù Cristo, "Figlio di Dio e figlio dell'uomo", per la quale si attribuiscono all'unica persona di Gesù le espressioni e gli atti che pronuncia in quanto Dio e in quanto uomo, ciò che in linguaggio teologico si definisce "interscambio delle proprietà"
Subito dopo il Sinodo di Antiochia fu celebrato l’importantissimo e celebre Concilio di Nicea (20 Maggio - 25 Luglio 325), considerato il primo grande Concilio ecumenico della Chiesa cattolica, che ebbe la funzione di definire la divinità del Figlio di Dio, nel senso di “consustanzialità” col Padre ricevuta per mezzo dell’eterna generazione da Lui, condannando risolutamente l’eresia ariana, che, disgraziatamente, dilagava paurosamente in tutto il territorio dell’impero romano, travolgendo purtroppo nella sua diabolica spirale anche non pochi ministri della Chiesa. Il grande protagonista del Concilio di Nicea fu sant’Atanasio (328-373), vescovo di Alessandria e dottore della Chiesa, soprannominato appunto “il grande” per essere stato uno strenuo difensore della divinità di Cristo, per la quale ebbe a soffrire non poco, anche dentro la Chiesa, fino ad essere esiliato.
Diversi lustri dopo il Concilio di Nicea, constatando che purtroppo l’errore ariano era stato tutt’altro che estirpato, continuando a seminare i suoi errori nel corpo ecclesiale, e che stavano emergendo nuovi focolai di errore ed eresia, sant’Atanasio scrisse una lettera denominata “Tomo agli antiocheni”, che, essendo lettera di un vescovo, non ha evidentemente valore magisteriale (ed infatti non è reperibile nel Denzinger), ma, per la dottrina limpida e sicura che esprime, merita di essere riportata anche perché il suo artefice ha avuto dalla Chiesa il riconoscimento del titolo di “dottore”, cioè autore attendibile e sicuro nella dottrina che insegna, che viene riconosciuta come autentica espressione della sana dottrina della Chiesa. Questo è il testo del “Tomo”, scritto poco dopo il 21 Febbraio del 362.
“Per quanto […] concerne l’economia del Salvatore secondo la carne, poiché sembrava che anche su questo punto alcuni fossero in contrasto tra loro, interrogammo gli uni e gli altri e ciò che questi ultimi confessavano lo accettavano anche quelli, cioè che ai profeti ‘la Parola del Signore si era rivolta’ (Ger 1,2.4.11.13) non allo stesso modo in cui giunse alla fine dei tempi nell’uomo santo; ‘il Logos’ in persona ‘si fece carne’ (Gv 1,14) e ‘pur essendo nella forma di Dio prese la forma di servo’ (Fil 2,6.7) ed è stato generato secondo la carne, da Maria, uomo per noi; in tal modo il genere umano, per mezzo di Lui perfettamente e completamente liberato dal peccato e vivificato dai morti, è introdotto nel regno dei cieli.
Confessavano infatti anche questo, che non aveva il Salvatore un corpo privo di anima né privo di sensazione, né privo di intelletto; non era del resto possibile, essendosi fatto il Signore uomo per noi, che il suo corpo fosse privo di intelletto né si è compiuta nello stesso Logos la salvezza del solo corpo, bensì anche dell’anima. Essendo veramente Figlio di Dio è divenuto anche figlio dell’uomo ed essendo unigenito Figlio di Dio, il medesimo è divenuto pure ‘primogenito tra molti fratelli’ (Rm 8,29).
Perciò il Figlio di Dio non era uno prima di Abramo e un altro dopo Abramo, né uno era colui che risuscitò Lazzaro e un altro colui che si informava di lui, ma era il medesimo che umanamente chiedeva: ‘dove giace Lazzaro’? (Gv 11,4) e lo risuscitava divinamente; era il medesimo corporalmente a sputare come uomo e divinamente invece, come Figlio di Dio, ad aprire gli occhi del cieco dalla nascita (cfr. Gv 9,6-7) e a soffrire nella carne, come afferma Pietro (1Pt 4,1), ma ad aprire i sepolcri e risuscitare i morti divinamente (cfr. Mt 27,51s). Perciò, comprendendo così tutto quanto è scritto nel vangelo, ci hanno assicurato di intendere allo stesso modo l’incarnazione e l’umanizzazione del Logos”.
Si badi che, a fianco della ribadita divinità del Verbo in chiave antiariana, compaiono in questo scritto anche delle importanti affermazioni contro l’eresia di Apollinare di Laodicea (310-390), erudito teologo e a suo tempo amico di sant’Atanasio che purtroppo, enfatizzando troppo la polemica antiariana, cadde nell’eresia di pensare che il Verbo Incarnato fosse privo di anima razionale, le cui veci sarebbero state assunta dalla natura divina. Da lui prese nome l’eresia che afferma tale errore, nota in letteratura come apollinarismo. Sono evidentemente rivolte contro di lui, le enfatizzazioni di una vera anima ed un vero intelletto umano presenti nel corpo umano di Cristo.
Ci sono anche cenni all’eresia che, un secolo dopo, sarebbe stata definitivamente condannata (come a suo tempo vedremo) dal Concilio di Efeso (431). Cristo, infatti, pur avendo due nature, è una sola persona (quella divina del Verbo) che opera attraverso l’una o l’altra (come egregiamente spiega qui il santo vescovo di Alessandria) a seconda di cosa debba compiere. In teologia dogmatica questa peculiarità (unica) di Cristo si chiama “communicatio idiomatum”, cioè “interscambio delle proprietà”, nel senso che all’unico e medesimo Cristo (e non a due persone distinte) sono attribuite le espressioni e gli atti che pronuncia in quanto Dio ed anche quelli che compie o dice in quanto uomo. Per cui si può dire che “Dio dorme” e che “Gesù risuscita Lazzaro”, attribuendo ciò che è umano a Dio e ciò che è divino all’uomo, essendo uno solo il Soggetto che compie questi atti usando dell’una o dell’altra natura. Anche di questo l’insigne e grande Dottore offre una prima egregia ed erudita spiegazione, a confutazione delle incipienti eresie (culminate in quella di Nestorio) che già cominciavano a circolare nel corpo ecclesiale.
