"Non basta fare il bene. Ma occorre farlo bene. Perché anche il bene, se fatto male, è male"
Tutti più o meno sanno che molti grandi santi sono stati (e non poco) perseguitati anche dall'interno della santa Madre Chiesa, che per essi, purtroppo, attraverso la figura di certi uomini di Chiesa (peraltro spesso agenti in buona fede e convinti delle loro buone motivazioni), si trasformò tragicamente e dolorosamente da tenera madre in una sorta di severa e arcigna matrigna, intenta ad infliggere sanzioni e proibizioni. La storia ha poi dimostrato che tali provvedimenti erano non solo del tutto ingiustificati, ma decisamente sbagliati, perché i processi di canonizzazione hanno portato agli onori degli altari chi, sulla terra, era stato coperto di ignominia e di fango. Questo lungo preambolo è importante perché pochi, a mio avviso, riflettono attentamente sui comportamenti e le reazioni che questi figli e figlie della Chiesa hanno avuto dinanzi a provvedimenti gravemente e palesemente ingiusti o addirittura infamanti e, in qualche caso, posti in essere o scatenati da personaggi tutt'altro che raccomandabili.
Per esempio, è noto che le persecuzioni contro padre Pio partirono dalla diocesi di Manfredonia ed ebbero nel vescovo un deciso antesignano e promotore. Tale uomo di Chiesa era, a sua volta, ritenuto (non senza prove) essere persona non proprio irreprensibile dal punto di vista morale. Ma quando - come ben si vede nel film "Padre Pio" interpretato da Sergio Castellitto - i suoi figli spirituali proposero a padre Pio di difendersi smascherando le malefatte del vescovo, padre Pio reagì decisamente e con vigore tuonando: "come ti permetti di parlare in questo modo di un vescovo della Chiesa di Dio? satana non si combatte con satana! Vattenne! Iatevenne". Nel film si vede anche padre Pio accompagnare tale vigorosa reazione con qualche paterno ceffone delicatamente poggiato sulla guancia del malcapitato devotissimo figlio spirituale.
Altro esempio, più lontano nella storia, ma assai vicino per le sue possibili applicazioni su fenomeni e tematiche di stretta attualità. Ai tempi di san Francesco d'Assisi, la santa Madre Chiesa versava (come, purtroppo, non di rado accaduto nel corso della storia) in una situazione generale alquanto penosa. La corruzione dilagava anche nelle alte sfere gerarchiche e il cristianesimo aveva perso, a causa di tale situazione, gran parte della sua credibilità, soprattutto per gli scandali originati da attaccamenti al maledetto dio denaro. Ci fu nel tredicesimo secolo un pullulare di ordini mendicanti che, in nome di una pur lodevole adesione al genuino spirito evangelico, intrapresero un'austerissima vita di povertà e penitenza. Ma, tuttavia, non mancarono di scagliare violentissime invettive e spietate critiche contro il clero e le gerarchie corrotte, minacciando fuoco e fulmini, accusando a destra e manca, con nomi, cognomi e indirizzo, prelati corrotti (veri o presunti), scandali e sporcizie (vere o presunte) della curia romana e della sua corte, etc. I principali movimenti ereticali si chiamavano "albigesi" e "catari": erano mossi da buone intenzioni e, purtroppo, non avevano torto in molte "denunce" che facevano... ma caddero nell'eresia e nello scisma, pur essendo presumibilmente partiti da ottime intenzioni. In questi stessi anni a un giovane di Assisi apparve il Signore raccomandandogli di riparare la sua casa, perché andava in rovina... Lui non capì subito, perché pensava si riferisse alla chiesetta della Porziuncola. E, armatosi di cazzuola e cemento, cominciò i lavori di restaurazione di quella graziosissima chiesetta, oggi culla e cuore del francescanesimo... Ma Gesù si riferiva alla sua Chiesa e Giotto impresse il significato di questo appello nell'affresco che si ammira nella Basilica dedicata al santo assisiate: un povero frate che porta sulle spalle la basilica di san Giovanni in Laterano (allora sede del Papa). A un certo punto Francesco capì e cosa fece? Per certi aspetti la stessa cosa degli eretici: una vita di povertà assoluta e di fedeltà assoluta agli ideali evangelici. Ma lo fece in modo e con stile completamente diverso: mai una parola cattiva contro la gerarchia corrotta del suo tempo, né tanto meno contro il Papa. Con umiltà, egli si recò a Roma a chiedere umilmente al Pontefice "il permesso di vivere secondo il Vangelo" (ma guarda un po': chiedere al Papa il permesso di vivere secondo il Vangelo!) e di approvare la regola che questi sanciva per lui e i suoi primi confratelli e discepoli. Predicava ovunque, ma sempre prima chiedendo il permesso al vescovo diocesano. E quando non gli veniva accordato, se ne andava in allegria senza mai dire nemmeno mezza parola di "commento" sul fatto di non aver ricevuto accoglienza. Oltre a lui ci fu un altro santo, Domenico di Guzman, che abbracciò una linea simile di pensiero e azione. Ed ecco che quest'ultimo sconfisse la piaga degli albigesi, mentre i francescani esautorarono l'eresia dei catari, riproponendone - in forma oltremodo e santamente riveduta e corretta - le pur non errate e lodevoli istanze di partenza. Rovinate però da stili, modi e mezzi improponibili. E peccaminosi.
Qualche secolo dopo, al tempo del famigerato e decadente papato rinascimentale, la storia si ripropose con analoghi moduli. Dinanzi ad uno spaventoso dilagare di corruzione - che precipitò così in basso da arrivare a punte che rasentano il ridicolo - un monaco tedesco pretese di riformare la Chiesa opponendosi frontalmente e superbamente a Roma e alla sua gerarchia (chiamandola addirittura "Babilonia la prostituta"). Possiamo concedere che anch'egli fosse animato (almeno in origine) da buone intenzioni; sta di fatto che con la sua opera - drammaticamente rivelatasi non riformatrice ma devastatrice - creò una delle più grandi ferite (tuttora non rimarginata) nel seno di essa. Santa Teresa d'Avila, san Giovanni della Croce, sant'Ignazio di Loyola, scelsero altre e più efficaci vie: e di nuovo la Chiesa, dopo 50 anni di dolorosa e drammatica Via Crucis, ne uscì più forte di prima e rinnovata nella bellezza e nella santità.
In pochi riflettono che, per una strana coincidenza storica, Martin Lutero (1483-1546) era contemporaneo di un grande e celebre filosofo, scrittore, storico e politico italiano: Niccolò Machiavelli (Firenze 1469 - Firenze 1527). Nel 1513 Machiavelli scrisse la sua opera più famosa, "Il Principe", dove si teorizzava (insieme ovviamente a tante cose) quel principio che lo ha fatto passare alla storia: "il fine giustifica i mezzi". Sarà un caso che, solo 4 anni più tardi (31 Ottobre 1517) il monaco tedesco appese le famose 95 tesi sulla cattedrale di Wittenberg?....
È assai noto che Lutero impostò tutta la sua critica teologica alla dottrina cattolica sulla base delle epistole paoline, in particolare la lettera ai Romani e la lettera ai Galati. Gli sfuggì tuttavia, come purtroppo capita a questi spiriti molto forti, superbi e pieni di sé, un passaggio solo apparentemente marginale della lettera ai Romani, in cui l'apostolo teorizza esattamente il principio opposto a quello machiavellico: cioè che non si può mai e per nessun motivo fare il male a fin di bene ("non dovremmo fare il male affinché venga il bene", Rm 3,8). San Giovanni Paolo II, nella memorabile enciclica "Veritatis Splendor", fece di queste parole dell'apostolo il titolo dello splendido capitolo dedicato al "male intrinseco", dove spiegò egregiamente la dottrina cattolica sugli atti "intrinsecamente cattivi" che non è mai lecito porre in essere, qualunque sia il motivo addotto.
Alla luce di ciò, appare meglio comprensibile la decisa e perentoria reazione di padre Pio dinanzi alle "strategie di lotta" prospettate dai suoi figli: "satana non si combatte con satana". Se per difendere la propria onorabilità o il bene bisogna mettere in cattiva luce un vescovo della Chiesa, non si può e non si deve. Mai e per nessun motivo.
Nell'attuale contesto storico, culturale ed ecclesiale sono tantissimi, a mio avviso, gli ambiti in cui occorrerebbe fare una seria riflessione. Si invoca spesso la libertà di stampa, ma spesso si tratta solo della libertà di offendere impunemente il prossimo. Si invoca, in ambienti ecclesiali, il bene della Chiesa e il bene delle anime, senza comprendere che la doverosa attenzione e cura suprema di questi aspetti deve essere perseguita e ricercata con forme, mezzi e modi buoni, leciti e adatti allo scopo e che quando non fosse possibile agire con mezzi di tal fatta, occorre ricorrere ad altri (e più potenti) mezzi per cambiare ciò che non si può cambiare.
Un giorno in cui la mistica calabrese Natuzza Evolo (morta in concetto di santità e di cui è già avviata la causa di beatificazione) ricevette un malato (grave) a cui un incompetente medico aveva fatto una diagnosi sballata, ella non si permise di mancare alla carità verso quest'ultimo. Ma essendo in causa la salute del malcapitato, dette questo consiglio: "prova a sentire qualcun altro, è sempre meglio sentire qualche altra voce". E così scongiurava la morte per malattia del paziente, ma senza screditare e diffamare quel medico (pur essendo egli realmente incompetente e incapace e quindi meritevole di biasimo). Fece il bene, senza mancare alla carità.
La Madonna, in tutte le sue apparizioni autentiche, ha sempre e dovunque raccomandato la preghiera e la penitenza. Ci siamo mai chiesti perché? Perché purtroppo ci sono tante realtà e situazioni dinanzi alle quali non possiamo farci niente: o perché sono più grandi di noi oppure perché per farci qualcosa dovremmo ricorrere a mezzi non consoni e questo - come ormai dovrebbe essere chiaro - non si può e non si deve fare. È a Dio che dobbiamo cedere l'incombenza di intervenire e togliere quel male che noi non possiamo lecitamente riuscire a combattere o contrastare frontalmente.
Ciò che, dunque, possiamo e dobbiamo sempre fare è pregare molto, bene e con fede; offrire la nostra vita, i nostri sacrifici, le nostre penitenze al Signore; offrire la testimonianza della nostra vita santa, come diceva santa Teresa di Calcutta ("vuoi sapere come fare a cambiare il mondo? Comincia a farti santo tu!"); fare tutto il bene che possiamo, sempre entro gli ambiti del cielo e mai e per nessuna ragione ricorrendo a mezzi o modi che siano inaccettabili, perché volgari, offensivi, lesivi della buona fama altrui, irriguardosi, irrispettosi. È questa la ragione per cui esiste il noto proverbio popolare che dice: "di buone intenzioni è lastricato l'inferno". Nel dubbio è sempre bene farsi questa domanda: "sono sicuro, ma proprio sicuro, che Gesù e Maria farebbero questa cosa, direbbero questa cosa, ricorrerebbero a questo mezzo, si esprimerebbero in questo modo, rischierebbero di provocare tale marasma, etc.". Ascoltando bene cuore e coscienza (prima di agire e parlare sconsideratamente, pur con ottime intenzioni) si comprenderebbe facilmente dove sta il bene possibile e realistico da farsi e con quali buoni mezzi.
Esistono nel patrimonio della Chiesa anche tesori nascosti, poco conosciuti e un po' dimenticati. Fra questi il dono immenso della Divina Volontà, che il Signore rivelò nell'arco di lunghi 40 anni (riempiendo 36 volumi di scritti), alla serva di Dio Luisa Piccarreta (1865-1947), di cui è in corso il processo di beatificazione. Chi si accosta a questo dono imparerà che la preghiera, la penitenza, la santità e il bene fatto nella Divina Volontà moltiplicano all'infinito il bene, in modo da diffondersi ovunque, contribuendo in maniera somma a contrastare, combattere e vincere il male in tutte le sue forme e manifestazioni. E ciò senza strepito, senza rumore e senza mai mancare a nessuna virtù, né di rispetto o di riguardo ad alcuno. Massimo risultato, senza nessuna controindicazione, senza nessun pericolo, senza rischiare di fare danni maggiori dei mali che si vorrebbero combattere e distruggere. Chi sceglie questa via e vita fa un grandissimo bene alla Chiesa e al mondo ed esce da ogni perversa logica di "volontà umana" (anche se animata da mille buone intenzioni). In cui è molto difficile "fare bene il bene", come diceva e insegnava sant'Alfonso M. de Liguori ("non basta fare il bene, bisogna farlo bene"). Ma così deve essere fatto se si vuole agire in modo gradito a Dio e non "combattere satana con satana". Portando in questo modo, pur inconsapevolmente, acqua alla causa e al mulino del distruttore delle anime e del nemico della Chiesa. Ossia, facendo più male che bene. Con danni enormi e risa a crepapelle del grande ingannatore, che gode nel far cadere anche i migliori con tali astutissime trappole infernali.
“Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo” (Fil 2,14-15)
