La dottrina cattolica sulla giustificazione: Il libero arbitrio e la grazia. La fede e le opere
Strettamente connessa al tema del peccato
originale, è l’altra grande questione antropologica legata al dibattito sulla
giustificazione. È noto come questo argomento fu estremamente sopravvalutato ed
esasperato dalla polemica luterana, che lo definiva “articulus stantis vel
cadentis Ecclesiae” e a cui la Chiesa rispose nel celeberrimo decreto sulla
giustificazione del Concilio tridentino. Tuttavia, a distanza di cinque secoli
dagli ardori della polemica, le questioni messe sul tappeto sembrano tutt’altro
che risolte e il dubbio, l’ignoranza o il pressappochismo in tali delicate
problematiche appaiono ampiamente diffusi e, a volte, maldestramente insegnati
da improbabili pulpiti.
Quali sono le domande in questione riguardo
questo argomento? Abbiamo visto, a proposito del discorso sul peccato
originale, che la condizione esistenziale (e, per certi aspetti, anche
ontologica) dell’uomo dopo la colpa d’origine si deve definire quella di
“natura decaduta”. L’uomo ha perso la grazia soprannaturale, i doni
preternaturali, è incorso nella sofferenza, nella malattia, nel dolore e nella
morte ed anche i suoi doni naturali (spirituali e corporali) si ritrovano
notevolmente menomati e indeboliti. Rebus
sic stantibus, ecco le domande cruciali: come può una creatura ridotta in
questo modo, essere salvata? Quale ruolo gioca la sua libertà nel processo di
conversione? Una volta che venga raggiunta dalla Grazia di Cristo (col
Battesimo e gli altri sacramenti) cosa può e deve fare?
Lutero aveva esasperato in peggio alcuni
aspetti della dottrina agostiniana sulla colpa di origine, giungendo a delle
conclusioni estreme e totalmente inaccettabili. Queste in sintesi le sue
posizioni. La colpa d’origine ha totalmente distrutto la natura umana, che si
trova in una condizione di totale, assoluta e insanabile incapacità di fare il
bene, condannata a non poter far altro che commettere peccati. La libertà
dell’uomo è totalmente inesistente: il peccato originale l’ha intaccata in
maniera definitiva, per cui il libero arbitrio è solo apparenza. L’uomo non è
realmente libero. Si può ottenere la salvezza solo e semplicemente credendo che
Gesù ha scontato e pagato tutti i peccati dell’umanità e rende partecipi gli
uomini di tale dono in maniera totalmente e assolutamente gratuita. L’uomo non
coopera in nessun modo a tale processo, né disponendosi alla conversione né
operando e cooperando alla propria salvezza dopo essere stato giustificato. La
giustificazione dell’uomo non comporta un suo vero e reale cambiamento: l’uomo
cattivo era e cattivo rimane. Semplicemente la giustizia di Cristo “copre” le
brutture dell’uomo e lo rende ben accetto al Padre che guarda i meriti del
Figlio e non le colpe dell’uomo. Ma, da un punto di vista ontologico, nulla
cambia da prima a dopo il Battesimo. L’uomo, rimanendo incapace di opere buone,
non può avere meriti davanti a Dio; conseguentemente il raggiungimento della
salvezza rimane comunque un dono gratuito e in parte arbitrario di Dio
(dottrina della predestinazione), a cui – dalla parte dell’uomo – si accede solo e semplicemente attraverso la
perseveranza nella fede nella divina bontà e misericordia. Al lettore attento
non sarà certamente sfuggita l’inquietante consonanza di alcuni “slogan”
luterani con frasi e sentenze che si sentono pronunciare (neanche troppo
timidamente) anche in certi ambienti ecclesiali. Come vedremo, la reazione
della Chiesa a tali inaccettabili posizioni è stata ferma, radicale e severa e
il tenore delle sue affermazioni mantiene del tutto immutato il suo valore e la
sua forza dirompente e obbligante le coscienze e le menti dei fedeli cattolici.
Il prologo del decreto sulla giustificazione, con cui concludiamo questa nostra
introduzione, è quanto mai eloquente in merito: “In questi anni è stata
divulgata con grave danno per molte anime e per l’unità della Chiesa, una
dottrina erronea sulla giustificazione. Perciò questo sacrosanto Concilio
Tridentino ecumenico e generale, riunito legittimamente nello Spirito santo, a
lode e gloria di Dio onnipotente, per la tranquillità della Chiesa e per la
salvezza delle anime, sotto la presidenza dei reverendissimi signori Gianmaria
del Monte, cardinale vescovo di Palestrina, Marcello Cervini, cardinale
presbitero del titolo di S. Croce in Gerusalemme, cardinali della Santa Chiesa
Romana, e legati apostolici de latere,
a nome del nostro santissimo padre in Cristo e signore Paolo III, per divina
provvidenza Papa, intende esporre a tutti i fedeli cristiani la vera e sana
dottrina sulla giustificazione che Gesù Cristo, sole di giustizia, autore e
perfezionatore della nostra fede, ha insegnato che gli apostoli hanno trasmesso
e che la Chiesa cattolica, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, ha sempre
ritenuto. E proibisce assolutamente che, d’ora innanzi, qualcuno osi credere,
predicare e insegnare diversamente da quello che col presente decreto si
stabilisce e si dichiara” (Denz 1520).
Il decreto sulla giustificazione fu la
risposta della Chiesa ai gravi errori antropologici del mondo protestante. Una
visione dell’uomo del tutto erronea che, come abbiamo accennato, oggi si
ripresenta con delle lievi varianti, ma identica nella sostanza. Il decreto è
strutturato in due parti: sedici capitoli di natura dogmatico-descrittiva, in
cui si spiega la dottrina cattolica in merito e ben trentatré anatematismi con
cui si condannano le proposizioni (tranne le prime tre, tutte di origine
protestante) eretiche su questi argomenti. Dopo aver ribadito la necessità per
l’uomo di essere salvato da un vero Redentore dopo la caduta di Adamo e la sua
impossibilità di poter essere autore e arbitro della propria salvezza –
ribadendo, sotto questo punto di vista, quanto già detto sul peccato originale
– le prime grandi affermazioni dottrinali della Chiesa sono relative alla
difesa della realtà del libero arbitrio.
Fermo restando il primato assoluto della Grazia, bisogna affermare con forza,
sulla scia di sant’Agostino, che quel Dio che ci ha creato senza di noi non ci
salverà senza di noi. In questo senso il libero arbitrio coopera all’azione
salvifica di Dio in tre modi e momenti: primo, disponendosi a ricevere la
grazia della conversione, cosa che si fa quando, non senza l’aiuto delle grazie
attuali, l’uomo cerca di compiere il
bene che riconosce per tale e cerca di aprirsi sinceramente alla conoscenza
della verità; secondo, nel momento in cui riceve la grazia della conversione, a
cui deve liberamente acconsentire potendola respingere col suo libero arbitrio;
terzo, dopo la conversione, sforzandosi di compiere, con l’aiuto della grazia
santificante che ha ricevuto, quelle opere buone e meritorie che sono
necessarie per poter raggiungere la meta della salvezza eterna. Una volta
dunque che l’uomo ha accolto la grazia della conversione e ricevuto lo Spirito
Santo (chiamato, tecnicamente, “grazia santificante”), lo si deve ritenere realmente (e non solo apparentemente) giustificato, cioè reso giusto,
nonostante la permanenza, nella sua anima, delle cattive disposizioni derivanti
dalle conseguenze del peccato originale (concupiscenza), conseguenze che l’uomo
giustificato e redento da Cristo può e deve contrastare e vincere. Essendo
stato realmente giustificato, l’uomo, forte della grazia santificante, può e
deve osservare tutti e dieci i comandamenti e crescere nell’esercizio di ogni
virtù. E se in questo manca, non può certo attribuirlo alla mancanza di aiuti
da parte di Dio, ma solo alla propria volontà cattiva. Il fatto di essere
realmente giustificati, tuttavia, non deve far cadere in superbia o
presunzione, in quanto, fino a quando siamo in questo mondo, nessuno può avere
la certezza assoluta di essere in grazia di Dio ed anche perché, per essere
salvati, occorre la grazia ulteriore della perseveranza fino alla fine, che non
si può dare per scontata, dato che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti,
come il Signore ci ricorda nel Vangelo. La Grazia ricevuta, inoltre, è
suscettibile di aumento o diminuzione: ogni volta che si riceve con le debite
disposizioni un sacramento, ogni volta che si prega, ogni volta che si compie
un’opera buona aumenta la presenza della Grazia santificante in noi; viceversa,
ogni volta che si commette un peccato veniale la grazia diminuisce, col peccato
mortale si perde del tutto, con le imperfezioni si perdono alcune grazie che il
Signore ci avrebbe concesso. Questa in sintesi la splendida e semplicissima
dottrina della Chiesa sulla giustificazione. Vorrei concludere riportando
alcuni canoni significativi, riservandone il commento al prossimo articolo.
Se qualcuno dice
che il libero arbitrio dell’uomo, mosso ed eccitato da Dio, non coopera in
nessun modo esprimendo il proprio assenso a Dio, che lo muove e lo prepara ad
ottenere la grazia della giustificazione; e che egli non può dissentire, se lo
vuole, ma come cosa senz’anima non opera in nessun modo e si comporta del tutto
passivamente: sia anàtema (Denz 1554)
Se qualcuno
afferma che il libero arbitrio dell’uomo dopo il peccato di Adamo è perduto ed
estinto; o che esso è cosa di sola apparenza anzi nome senza contenuto e
finalmente inganno introdotto nella chiesa da Satana: sia anàtema (Denz 1555)
Se qualcuno
afferma che non è potere dell’uomo rendere cattive le sue vie, ma che è Dio che
opera il male come il bene, non solo permettendoli, ma anche volendoli in sé e
per sé, di modo che possano considerarsi opera sua propria il tradimento di
Giuda non meno che la chiamata di Paolo: sia anàtema (Denz 1556)
Se qualcuno dice
che tutte le opere fatte prima della giustificazione, in qualunque modo siano compiute,
sono veramente peccati che meritano l’odio di Dio, e che quanto più uno si
sforza di disporsi alla grazia tanto piú gravemente pecca: sia anàtema (Denz
1557)
Se qualcuno
afferma che il timore dell’inferno, per il quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo
nella misericordia di Dio o ci asteniamo dal male, è peccato e rende peggiori i
peccatori: sia anàtema (Denz 1558)
Se qualcuno
afferma che la fede giustificante non è altro che la fiducia nella divina
misericordia, che rimette i peccati a motivo del Cristo, o che questa fiducia
sola giustifica: sia anàtema (Denz 1562)
Se qualcuno
afferma che l’uomo è assolto dai peccati e giustificato per il fatto che egli
crede con certezza di essere assolto e giustificato, o che nessuno è realmente
giustificato, se non colui che crede di essere giustificato, e che
l’assoluzione e la giustificazione venga operata per questa sola fede: sia
anàtema (Denz 1564)
Se qualcuno
afferma che l’uomo giustificato e perfetto quanto si voglia non è tenuto ad
osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, ma solo a credere, come se il
Vangelo non fosse altro che una semplice e assoluta promessa della vita eterna,
non condizionata all’osservanza dei comandamenti: sia anàtema (Denz 1570)
Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato può
perseverare nella giustizia ricevuta senza uno speciale aiuto di Dio, o non lo
può nemmeno con esso: sia anàtema (Denz 1572)
Se qualcuno
afferma che l’uomo, una volta giustificato, non può più peccare, né perdere la
grazia, e che quindi chi cade e pecca, in realtà non mai è stato giustificato;
o, al contrario, che si può per tutta la vita evitare ogni peccato, anche
veniale, senza uno speciale privilegio di Dio, come la Chiesa ritiene delle
beata Vergine: sia anàtema (Denz 1573)
Se qualcuno
afferma che i giusti non devono aspettare e sperare da Dio - per la sua
misericordia e per tutti meriti di Gesù Cristo - l’eterna ricompensa in premio
delle buone opere che essi hanno compiuto in Dio, qualora, agendo bene ed
osservando i divini comandamenti, abbiano perseverato fino alla fine: sia
anàtema (Denz 1576)
Se qualcuno
afferma che dopo aver ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi
peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena
eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da
scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa
essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli: sia anàtema (Denz 1580)
Se qualcuno
afferma che le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, cosí da non
essere anche meriti di colui che è giustificato, o che questi con le buone
opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (di cui è
membro vivo), non merita realmente un aumento di grazia, la vita eterna e il
conseguimento della stessa vita eterna (posto che muoia in grazia) ed anche
l’aumento della gloria: sia anàtema (Denz 1582)
Alla luce di questi canoni, la prima grande
verità da ritenere è il tema della reale libertà
dell’uomo. È vero, infatti, che senza la grazia divina che muova la volontà,
l’uomo da se stesso non può convertirsi; ma è anche vero che l’uomo, mosso
dalla medesima grazia, deve prestare ad essa il suo libero assenso, che non è
costretto e obbligato ma che, anzi, può essere negato dall’uomo, che può respingere
la salvezza che Dio gli offre e gli comunica. In questo senso, nonostante il libero arbitrio, dopo la colpa di Adamo, si sia
notevolmente indebolito e tenda, naturalmente, al male anziché al bene,
tuttavia esso rimane del tutto attivo e operante e dal suo retto esercizio
dipende il destino ultimo dell’uomo. Inoltre, anche se è vero che “non si muove foglia
che Dio non voglia”, che Dio è sempre la causa prima di tutte le cose e che è
in suo potere trarre il bene anche dal male, bisogna distinguere fermamente tra
volontà “positiva” o “intenzionale” di Dio e volontà “permissiva”. Attraverso la prima Dio
vuole in senso proprio qualcosa, tramite la seconda si limita a non impedire
che qualcosa avvenga nel rispetto della libertà degli esseri ragionevoli (da
Lui creati). Dio, infatti, non vuole in nessun modo il male, in nessuna delle
sue forme (né morale e, almeno in modo assoluto, nemmeno fisico), ma lo permette proprio perché rispetta
il libero arbitrio delle creature intelligenti. Molto interessante il
riferimento che il Concilio fa in questo senso al peccato di Giuda, di cui
qualcuno, in tempi relativamente recenti, ha osato dire – sragionando – che
fosse volontà di Dio in quanto mezzo per rendere possibile la passione e la
morte di Gesù. Un conto è il rispetto del libero arbitrio di Giuda un
conto è la sua azione potente (questa sì davvero voluta in senso proprio da
Dio) che ha causato la conversione di san Paolo. Dal che si capisce che quando
una creatura si danna (non si riesce a capire come si possa dubitare della dannazione di Giuda, stante la perentoria sentenza di Gesù: “meglio per quell’uomo che non fosse mai nato!”, Mt 26,24), questo tragico evento va ascritto alla libera (cattiva)
volontà dell’uomo, non certo alla “volontà di Dio”, né può in alcun modo
affermarsi che la creatura non abbia da Lui ricevuto tutti i mezzi e gli aiuti
proporzionati al suo stato per evitare la dannazione.
La seconda grande
verità è che l’uomo, anche prima di ricevere la grazia della conversione, può,
a seconda delle sue azioni, disporsi a riceverla oppure chiudersi sempre di più
alla possibilità della salvezza. Se un uomo, anche non in grazia, si sforza di
fare quel bene umano e naturale che gli detta la coscienza, cerca di ragionare
con criterio e non di seguire idee apodittiche e pregiudizievoli (specie sui
grandi temi esistenziali o morali) si astiene dal compiere azioni sommamente
ripugnanti e riprovevoli che la sua coscienza gli fa conoscere come tali,
attira indubbiamente su di sé gli sguardi benevoli dell’Altissimo e si dispone
così, in quanto può, a ricevere la grazia della conversione. Gli estremismi
luterani negavano questa verità, vedendo il peccato e il male sempre, comunque
e dappertutto e negando l’importanza dello sforzo ascetico necessario per
seguire i dettami, anche esigenti, della coscienza. Il loro integralismo bieco,
inoltre, gli faceva affermare essere cosa riprovevole il comportamento di chi
si sforzasse di astenersi dal peccato o se ne pentisse solo per timore
dell’Inferno. E’ certo che il pentimento mosso dall’amore di Dio è cosa più
alta e più perfetta, ma molti santi, tra cui il santo Curato d’Ars, consapevoli
della miserevole condizione dell’uomo in questo mondo, hanno affermato essere
cosa assai salutare e terapeutica ammonire i peccatori (specie gli impuri)
minacciando loro la possibilità dell’eterna dannazione, individuando in questo
una fortissima leva per indurli a pentirsi e convertirsi.
La grazia della conversione, inoltre, è un
fatto oggettivo, che non dipende
dalle condizioni soggettive e dalle emozioni dell’uomo. Se una persona,
illuminata da Dio, riconosce i propri peccati e, pentita, li confessa e riceve
l’assoluzione, deve ritenere con fondata speranza di essere stata perdonata,
indipendente dal fatto che il suo stato interiore e soggettivo la induca a
credere in ciò con ferma fiducia. Se la confessione c’è stata ed è stata ben
fatta, il dubbio di essere perdonati potrebbe costituire un peccato più o meno
grave, ma non toccherebbe minimamente l’avvenuta reale ed effettiva remissione
delle colpe commesse e ben confessate.
Infine bisogna
ribadire che dopo la giustificazione l’uomo, se vuole, può osservare i
comandamenti e vivere da giusto. Come insegnava sant’Agostino, prima della
giustificazione l’uomo “non può non peccare”, cioè è impossibile evitare il
peccato mortale; ma dopo la conversione, grazie alla presenza della grazia
giustificante che ci fa realmente giusti pur senza toglierci le conseguenze del
peccato originale e la condizione di miseria e debolezza, con lo sforzo
sostenuto dalla grazia “si può non peccare”; infine, quando saremo in Paradiso,
uniti alla carità e alla perfezione della santissima Trinità, fusi in Dio come
una cosa sola, “non si potrà più peccare”, essendo ormai pienamente rivestiti
della perfezione ed impeccabilità assoluta propria solo della divinità. A causa
della persistente debolezza e fragilità dell’uomo, è tuttavia necessaria una
grazia particolare che è quella della perseveranza, perché anche dopo la
conversione si può, purtroppo, tornare indietro e ricominciare a peccare. Chi
resiste e non lo fa, combattendo con coraggio il buon combattimento della fede,
merita da Dio la ricompensa della vita eterna come premio per le sue fatiche e
un aumento continuo della grazia santificante quanto maggiori sono le sue buone
opere. Infine la giustificazione e la conversione, ordinariamente, tolgono e
cancellano le colpe ma non le loro conseguenze. Per cui i debiti delle “pene
temporali” dovute per i peccati, permangono ordinariamente integri e devono
essere scontati, dall’uomo giustificato, o con le penitenze compiute in questa
vita, o con l’acquisto delle sacre indulgenze oppure con la purificazione a cui
sarà sottoposto in Purgatorio il peccatore che non abbia riparato adeguatamente
ed espiato i debiti contratti con la divina giustizia.