Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2015-05-23

Il libero arbitrio: una realtà!

← Tutti gli articoli
La Chiesa ha sempre insegnato la reale libertà dell'uomo, contro ogni tentativo di ridurne o minimizzarne la portata




Strettamente connessa al tema del peccato originale, è l’altra grande questione antropologica legata al dibattito sulla giustificazione. È noto come questo argomento fu estremamente sopravvalutato ed esasperato dalla polemica luterana, che lo definiva “articulus stantis vel cadentis Ecclesiae” e a cui la Chiesa rispose nel celeberrimo decreto sulla giustificazione del Concilio tridentino. Tuttavia, a distanza di cinque secoli dagli ardori della polemica, le questioni messe sul tappeto sembrano tutt’altro che risolte, l’ignoranza o il pressappochismo in tali delicate problematiche appaiono ampiamente diffusi e i dubbi ancora non del tutto dissipati. 
Quali sono le domande in questione riguardo questo argomento? Abbiamo visto, a proposito del discorso sul peccato originale, che la condizione esistenziale (e, per certi aspetti, anche ontologica) dell’uomo dopo la colpa d’origine si deve definire quella di “natura decaduta”. L’uomo ha perso la grazia soprannaturale, i doni preternaturali, è incorso nella sofferenza, nella malattia, nel dolore e nella morte ed anche i suoi doni naturali (spirituali e corporali) si ritrovano notevolmente menomati e indeboliti. Rebus sic stantibus, ecco le domande cruciali: come può una creatura ridotta in questo modo, essere salvata? Quale ruolo gioca la sua libertà nel processo di conversione? Una volta che venga raggiunta dalla Grazia di Cristo (col Battesimo e gli altri sacramenti) cosa può e deve fare? Lutero aveva esasperato in peggio alcuni aspetti della dottrina agostiniana sulla colpa di origine, giungendo a delle conclusioni estreme e totalmente inaccettabili. Queste in sintesi le sue posizioni. La colpa d’origine ha totalmente distrutto la natura umana, che si trova in una condizione di totale, assoluta e insanabile incapacità di fare il bene, condannata a non poter far altro che commettere peccati. La libertà dell’uomo è totalmente inesistente: il peccato originale l’ha intaccata in maniera definitiva, per cui il libero arbitrio è solo apparenza. L’uomo non è realmente libero. Si può ottenere la salvezza solo e semplicemente credendo che Gesù ha scontato e pagato tutti i peccati dell’umanità e rende partecipi gli uomini di tale dono in maniera totalmente e assolutamente gratuita. L’uomo non coopera in nessun modo a tale processo, né disponendosi alla conversione né operando e cooperando alla propria salvezza dopo essere stato giustificato. La giustificazione dell’uomo non comporta un suo vero e reale cambiamento: l’uomo cattivo era e cattivo rimane. Semplicemente la giustizia di Cristo “copre” le brutture dell’uomo e lo rende ben accetto al Padre che guarda i meriti del Figlio e non le colpe dell’uomo. Ma, da un punto di vista ontologico, nulla cambia da prima a dopo il Battesimo. L’uomo, rimanendo incapace di opere buone, non può avere meriti davanti a Dio; conseguentemente il raggiungimento della salvezza rimane comunque un dono gratuito e in parte arbitrario di Dio (dottrina della predestinazione, poi insegnata da Giovanni Calvino), a cui – dalla parte dell’uomo – si  accede solo e semplicemente attraverso la perseveranza nella fede nella divina bontà e misericordia. 
Come vedremo, la reazione della Chiesa a tali inaccettabili posizioni è stata ferma, radicale e severa e il tenore delle sue affermazioni mantiene del tutto immutato il suo valore e la sua forza dirompente e obbligante le coscienze e le menti dei fedeli cattolici. Il prologo del decreto sulla giustificazione, con cui concludiamo questa nostra introduzione, è quanto mai eloquente in merito: “In questi anni è stata divulgata con grave danno per molte anime e per l’unità della Chiesa, una dottrina erronea sulla giustificazione. Perciò questo sacrosanto Concilio Tridentino ecumenico e generale, riunito legittimamente nello Spirito santo, a lode e gloria di Dio onnipotente, per la tranquillità della Chiesa e per la salvezza delle anime, sotto la presidenza dei reverendissimi signori Gianmaria del Monte, cardinale vescovo di Palestrina, Marcello Cervini, cardinale presbitero del titolo di S. Croce in Gerusalemme, cardinali della Santa Chiesa Romana, e legati apostolici de latere, a nome del nostro santissimo padre in Cristo e signore Paolo III, per divina provvidenza Papa, intende esporre a tutti i fedeli cristiani la vera e sana dottrina sulla giustificazione che Gesù Cristo, sole di giustizia, autore e perfezionatore della nostra fede, ha insegnato che gli apostoli hanno trasmesso e che la Chiesa cattolica, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, ha sempre ritenuto. E proibisce assolutamente che, d’ora innanzi, qualcuno osi credere, predicare e insegnare diversamente da quello che col presente decreto si stabilisce e si dichiara (Denz 1520).





Il decreto sulla giustificazione fu la risposta della Chiesa ai gravi errori antropologici del mondo protestante. Una visione dell’uomo del tutto erronea che, come abbiamo accennato, oggi si ripresenta con delle lievi varianti, ma identica nella sostanza. Il decreto è strutturato in due parti: sedici capitoli di natura dogmatico-descrittiva, in cui si spiega la dottrina cattolica in merito e ben trentatré anatematismi con cui si condannano le proposizioni (tranne le prime tre, tutte di origine protestante) eretiche su questi argomenti. Dopo aver ribadito la necessità per l’uomo di essere salvato da un vero Redentore dopo la caduta di Adamo e la sua impossibilità di poter essere autore e arbitro della propria salvezza – ribadendo, sotto questo punto di vista, quanto già detto sul peccato originale – le prime grandi affermazioni dottrinali della Chiesa sono relative alla difesa della realtà del libero arbitrio. Fermo restando il primato assoluto della Grazia, bisogna affermare con forza, sulla scia di sant’Agostino, che quel Dio che ci ha creato senza di noi non ci salverà senza di noi. In questo senso il libero arbitrio coopera all’azione salvifica di Dio in tre modi e momenti: primo, disponendosi a ricevere la grazia della conversione, cosa che si fa quando, non senza l’aiuto delle grazie attuali, l’uomo cerca di compiere il bene che riconosce come tale e cerca di aprirsi sinceramente alla conoscenza della verità; secondo, nel momento in cui riceve la grazia della conversione, a cui deve liberamente acconsentire potendola respingere col suo libero arbitrio; terzo, dopo la conversione, sforzandosi di compiere, con l’aiuto della grazia santificante che ha ricevuto, quelle opere buone e meritorie che sono necessarie per poter raggiungere la meta della salvezza eterna. Una volta dunque che l’uomo ha accolto la grazia della conversione e ricevuto lo Spirito Santo (chiamato, tecnicamente, “grazia santificante”), lo si deve ritenere realmente (e non solo apparentemente) giustificato, cioè reso giusto, nonostante la permanenza, nella sua anima, delle cattive disposizioni derivanti dalle conseguenze del peccato originale (concupiscenza), conseguenze che l’uomo giustificato e redento da Cristo può e deve contrastare e vincere. Essendo stato realmente giustificato, l’uomo, forte della grazia santificante, può e deve osservare tutti e dieci i comandamenti e crescere nell’esercizio di ogni virtù. E se in questo manca, non può certo attribuirlo alla mancanza di aiuti da parte di Dio, ma solo alla propria volontà cattiva. Il fatto di essere realmente giustificati, tuttavia, non deve far cadere in superbia o presunzione, in quanto, fino a quando siamo in questo mondo, nessuno può avere la certezza assoluta di essere in grazia di Dio ed anche perché, per essere salvati, occorre la grazia ulteriore della perseveranza fino alla fine, che non si può dare per scontata, dato che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti, come il Signore ci ricorda nel Vangelo. La Grazia ricevuta, inoltre, è suscettibile di aumento o diminuzione: ogni volta che si riceve con le debite disposizioni un sacramento, ogni volta che si prega, ogni volta che si compie un’opera buona aumenta la presenza della Grazia santificante in noi; viceversa, ogni volta che si commette un peccato veniale la grazia diminuisce, col peccato mortale si perde del tutto, con le imperfezioni si perdono alcune grazie che il Signore ci avrebbe concesso. Questa in sintesi la splendida e semplicissima dottrina della Chiesa sulla giustificazione. Vorrei concludere riportando alcuni canoni significativi.
Se qualcuno dice che il libero arbitrio dell’uomo, mosso ed eccitato da Dio, non coopera in nessun modo esprimendo il proprio assenso a Dio, che lo muove e lo prepara ad ottenere la grazia della giustificazione; e che egli non può dissentire, se lo vuole, ma come cosa senz’anima non opera in nessun modo e si comporta del tutto passivamente: sia anàtema (Denz 1554)
Se qualcuno afferma che il libero arbitrio dell’uomo dopo il peccato di Adamo è perduto ed estinto; o che esso è cosa di sola apparenza anzi nome senza contenuto e finalmente inganno introdotto nella chiesa da Satana: sia anàtema (Denz 1555)
Se qualcuno afferma che non è potere dell’uomo rendere cattive le sue vie, ma che è Dio che opera il male come il bene, non solo permettendoli, ma anche volendoli in sé e per sé, di modo che possano considerarsi opera sua propria il tradimento di Giuda non meno che la chiamata di Paolo: sia anàtema (Denz 1556)
Se qualcuno dice che tutte le opere fatte prima della giustificazione, in qualunque modo siano compiute, sono veramente peccati che meritano l’odio di Dio, e che quanto più uno si sforza di disporsi alla grazia tanto piú gravemente pecca: sia anàtema (Denz 1557)
Se qualcuno afferma che il timore dell’inferno, per il quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio o ci asteniamo dal male, è peccato e rende peggiori i peccatori: sia anàtema (Denz 1558)
Se qualcuno afferma che la fede giustificante non è altro che la fiducia nella divina misericordia, che rimette i peccati a motivo del Cristo, o che questa fiducia sola giustifica: sia anàtema (Denz 1562)
Se qualcuno afferma che l’uomo è assolto dai peccati e giustificato per il fatto che egli crede con certezza di essere assolto e giustificato, o che nessuno è realmente giustificato, se non colui che crede di essere giustificato, e che l’assoluzione e la giustificazione venga operata per questa sola fede: sia anàtema (Denz 1564)
Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato e perfetto quanto si voglia non è tenuto ad osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo non fosse altro che una semplice e assoluta promessa della vita eterna, non condizionata all’osservanza dei comandamenti: sia anàtema (Denz 1570)
Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato può perseverare nella giustizia ricevuta senza uno speciale aiuto di Dio, o non lo può nemmeno con esso: sia anàtema (Denz 1572)
Se qualcuno afferma che l’uomo, una volta giustificato, non può più peccare, né perdere la grazia, e che quindi chi cade e pecca, in realtà non mai è stato giustificato; o, al contrario, che si può per tutta la vita evitare ogni peccato, anche veniale, senza uno speciale privilegio di Dio, come la Chiesa ritiene delle beata Vergine: sia anàtema (Denz 1573)
Se qualcuno afferma che i giusti non devono aspettare e sperare da Dio - per la sua misericordia e per tutti meriti di Gesù Cristo - l’eterna ricompensa in premio delle buone opere che essi hanno compiuto in Dio, qualora, agendo bene ed osservando i divini comandamenti, abbiano perseverato fino alla fine: sia anàtema (Denz 1576)
Se qualcuno afferma che dopo aver ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli: sia anàtema (Denz 1580). Se qualcuno afferma che le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, cosí da non essere anche meriti di colui che è giustificato, o che questi con le buone opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (di cui è membro vivo), non merita realmente un aumento di grazia, la vita eterna e il conseguimento della stessa vita eterna (posto che muoia in grazia) ed anche l’aumento della gloria: sia anàtema (Denz 1582). 




Alla luce di queste definizioni dogmatiche della Chiesa possiamo e dobbiamo concludere quanto segue. 
La  prima  grande  verità  da  ritenere  è  il  tema  della reale libertà  dell’uomo.  È  vero,  infatti, che senza la grazia divina che muova la volontà, l’uomo da se stesso non può convertirsi; ma  è  anche  vero  che  l’uomo,  mosso  dalla  medesima  grazia,  deve  prestare  ad  essa  il  suo libero assenso, che non  è costretto e obbligato ma che, anzi, può essere negato dall’uomo, che  può   respingere  la   salvezza   che  Dio  gli  offre   e gli   comunica.  In  questo  senso, nonostante il  libero  arbitrio,  dopo  la  colpa  di  Adamo,  si sia  notevolmente  indebolito  e  tenda,  naturalmente,  al  male  anziché  al  bene,  tuttavia  esso rimane  del  tutto  attivo  e  operante  e  dal  suo  retto esercizio  dipende  il  destino  ultimo dell’uomo. Inoltre, anche se è vero che “non si muove foglia che Dio non voglia”, che Dio è sempre la  causa prima di tutte le  cose e  che è in suo  potere trarre  il  bene  anche dal male, bisogna  distinguere  fermamente  tra  volontà  “positiva”  o  “intenzionale”  di  Dio  e  volontà “permissiva”.  Attraverso  la  prima  Dio  vuole  in  senso  proprio  qualcosa,  tramite  la  seconda si  limita  a  non  impedire  che  qualcosa  avvenga  nel  rispetto  della  libertà  degli  esseri ragionevoli (da Lui creati). Dio, infatti, non vuole in nessun modo il male, in nessuna delle sue  forme  (né  morale  e  nemmeno  fisico),  ma  lo  permette  proprio  perché  rispetta  il  libero arbitrio  delle  creature  intelligenti.  Molto  interessante  il  riferimento  che  il  Concilio  fa  in questo senso al peccato di Giuda.  Un  conto  è  il  rispetto  del  libero  arbitrio  di  Giuda  (riguardo al quale occorre però ricordare quanto drammaticamente affermato da Gesù: “meglio per quell’uomo che non fosse mai nato!”, Mt 26,24) un conto è la sua azione potente  (questa  sì  davvero  voluta  in  senso  proprio)  che  ha  causato  la  conversione di san Paolo. Dal che si capisce che quando una creatura si danna, questo tragico evento va ascritto  alla libera  (cattiva)  volontà  dell’uomo,  non  certo  alla  “volontà  di  Dio”,  né  può  in alcun  modo  affermarsi  che  la  creatura  non  abbia  da  Lui  ricevuto  tutti  i  mezzi  e  gli  aiuti proporzionati al suo stato per evitare la dannazione. 
La   seconda   grande   verità   è   che   l’uomo,   anche   prima di   ricevere   la   grazia   della conversione, può, a seconda delle sue azioni, disporsi a riceverla oppure chiudersi sempre di più alla possibilità della salvezza. Se un uomo, anche non in grazia, si sforza di fare quel bene  umano  e  naturale  che  gli  detta  la  coscienza,  cerca  di  ragionare  con  criterio  e  non  di seguire  idee  apodittiche  e  pregiudizievoli  (specie sui  grandi  temi  esistenziali o morali) si astiene dal compiere azioni ripugnanti, disdicevoli e riprovevoli che la sua coscienza gli fa conoscere  come tali, attira  indubbiamente su di sé gli sguardi benevoli dell’Altissimo  e si  dispone  così,  in  quanto  può,  a  ricevere  la  grazia  della  conversione.  I luterani  negavano  questa  verità,  vedendo  il  peccato  e  il  male  sempre,  comunque  e dappertutto e negando l’importanza dello sforzo ascetico necessario per seguire i dettami, anche esigenti, della  coscienza.  Di conseguenza affermavano essere cosa riprovevole il  comportamento  di  chi  si sforzasse  di  astenersi  dal  peccato  o  se ne  pentisse  solo  per  timore  dell’Inferno.  Ora, è  certo che  il  pentimento  mosso  dall’amore  di Dio (detto "contrizione") è cosa più alta e più perfetta, ma molti santi, tra cui il santo Curato d’Ars, consapevoli della miserevole condizione dell’uomo  in  questo  mondo,  hanno  affermato  essere  cosa assai  salutare  e terapeutica ammonire i peccatori (specie chi è irretito nei vizi dei sensi) minacciando loro la reale possibilità dell’eterna dannazione, individuando in questo una fortissima leva per indurli a pentirsi e convertirsi. La grazia della conversione, inoltre, è un fatto oggettivo, che non dipende dalle condizioni soggettive e dalle emozioni dell’uomo. Se una persona, illuminata  da  Dio,  riconosce  i propri  peccati  e,  pentita,  li  confessa  e  riceve  l’assoluzione,  deve  ritenere  con  fondata speranza  di  essere  stata  perdonata,  indipendente  dal  fatto  che  il  suo  stato  interiore  e soggettivo la induca a credere in ciò con ferma fiducia. Se la confessione c’è stata ed è stata ben  fatta,  il  dubbio  di  essere  perdonati  potrebbe  costituire  un  peccato più o meno  grave, ma  non  toccherebbe  minimamente  l’avvenuta  reale  ed effettiva  remissione  delle  colpe commesse e ben confessate. 
Infine bisogna ribadire  che  dopo la giustificazione l’uomo, se vuole, può (e quindi deve) osservare  i comandamenti e vivere  da giusto. Come insegnava sant’Agostino, prima della giustificazione l’uomo “non può non peccare”, cioè è  impossibile  evitare il peccato mortale;  ma  dopo la conversione, grazie alla  presenza  della  grazia giustificante  che  ci  fa realmente giusti pur senza toglierci le conseguenze del peccato originale e la condizione di miseria  e  debolezza, con  lo sforzo sostenuto  dalla grazia  “si  può  non  peccare”; infine, quando saremo in Paradiso, uniti alla carità e alla perfezione della santissima Trinità, fusi in Dio come una cosa sola, “non si potrà più peccare”, essendo ormai pienamente rivestiti della  perfezione  ed  impeccabilità  assoluta  propria solo  della  divinità.  
A causa della persistente debolezza e fragilità dell’uomo, è tuttavia necessaria una grazia particolare che è quella  della perseveranza, perché anche dopo la conversione si può, purtroppo, tornare indietro e ricominciare a peccare. Chi resiste e non lo fa, ingaggiando con coraggio il buon combattimento della fede, merita da Dio la ricompensa della vita eterna come premio per le sue fatiche e un aumento continuo della grazia santificante quanto maggiori sono le sue buone   opere.  Infine   la  giustificazione  e la conversione, ordinariamente, tolgono e cancellano  le  colpe  ma  non  le  loro  conseguenze. Per  cui i  debiti delle “pene temporali” dovute per i peccati, permangono   ordinariamente integri e devono essere scontati, dall’uomo  giustificato, o con le penitenze compiute in questa  vita, o con  l’acquisto  delle sacre indulgenze oppure  con  la  purificazione  a  cui sarà  sottoposto in Purgatorio il peccatore che non abbia riparato adeguatamente ed espiato i debiti contratti con la divina giustizia.









Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.