Tutto sarebbe stato diverso senza il peccato originale. I vizi capitali sono le male piante e le male radici germogliate dalla colpa primordiale ed occorre lavorare per mortificarli e svellerli dalle nostre anime
La sublime vocazione alla santità, a cui tutti siamo chiamati in forza del nostro battesimo, è il compito avvincente e formidabile di ogni cristiano. Una strada che porta ad una meta meravigliosa, che permette di anticipare realmente, anche se non pienamente, già in questo mondo la felicità eterna, un cammino che porta alla conquista di quella pace che tutti gli uomini cercano ma quasi nessuno trova, un itinerario che permette la realizzazione del sogno di ogni uomo: conoscere l’amore e saper amare.
Amore, gioia e pace: chi non vorrebbe averle e goderne fin da questa vita? La Rivelazione ci dice che sono obiettivi alla nostra portata, sono senz’altro possibili, ma non è facile raggiungerli…Il cammino verso la santità è stupendo, bellissimo, avvincente, ma è un cammino difficile, impervio, a tratti aspro, che richiede grande coraggio, forza, determinazione, perseveranza e costanza.
Santa Teresa d’Avila, nel suo capolavoro “il Castello interiore”, immagina di rispondere a un quesito circa ciò che è necessario per intraprendere questo santo viaggio. A detta della santa, grande dottore della Chiesa, solo due sono le cose necessarie per avere la speranza di non fallire: una volontà ferma e risoluta di iniziare il percorso; e la determinazione di andare avanti qualunque cosa succeda, senza voltarsi indietro, senza indietreggiare, costi quello che costi. La nostra volontà, infatti, è debole, ma è libera e, aiutata dalla Grazia, può superare prove, difficoltà e ostacoli e raggiungere una santità vera, anche se inevitabilmente segnata da qualche residuo di miserie e imperfezioni.
Il lettore probabilmente si chiederà a questo punto: ma come mai una cosa tanto bella è così difficile? Perché è così complicato? Da dove vengono tutti questi inconvenienti, le prove, gli ostacoli? La risposta è molto semplice per chi ha ben compreso alcuni punti cardine della Rivelazione, in particolare in tema ambito antropologico, meglio ancora in quel particolare ambito della teologia chiamata "protologia", ossia "discorso sulle origini".
Tutto, infatti, sarebbe stato dolce, facile e soave se l’uomo non avesse peccato. Il peccato originale ha prodotto un disastro dalle dimensioni e dalle proporzioni incalcolabili, uno stravolgimento della natura umana con riverberi perfino sul Creato, riducendo il capolavoro della creazione (uomo) ad una accozzaglia di miserie, piccinerie, vizi e tendenze cattive, che gli hanno fatto perdere la divina somiglianza con Dio e ne hanno addirittura sfigurato l’immagine. La redenzione operata da Cristo ci ha restituito i mezzi e le forze per ricuperare in larga parte (ma su questa terra non del tutto) l’originaria perfezione e bellezza, che tuttavia, stante la condizione decaduta della natura umana, richiede sforzi e sacrifici lunghi e penosi per essere nuovamente acquisita.
Aprire un discorso sui sette vizi capitali necessita di queste sintetiche (forse troppo) ma indispensabili premesse. Perché, purtroppo, le radici avvelenate di questi sette stramaledetti alberi, che producono frutti di morte, sono tutte, ma proprio tutte, presenti in ogni uomo, nessuno escluso, fatta sola eccezione per la santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo e la persona immacolata e integra di Maria Santissima. Tutti gli altri, anche il gloriosissimo patriarca san Giuseppe, anche l’eroico precursore san Giovanni Battista, anche alcune gemme di santità che hanno avuto il dono straordinario della confermazione in grazia, hanno dovuto tribolare e fare i conti con le tare che la nostra natura corrotta (anche se non del tutto) si porta dietro.
Il peccato originale, infatti, ha spogliato l’uomo dei doni soprannaturali che aveva (grazia santificante, amicizia intima con Dio e scienza infusa), di quelli cosiddetti “preternaturali” (l’immortalità, la non soggezione alle malattie e alle sofferenze e, la sottomissione delle passioni alla ragione) e ha indebolito quelli naturali: l’intelligenza è diventata oscura, nel senso che fa fatica a comprendere e conoscere il vero e il bene; la volontà è diventata debole, nel senso che è fiacca nel compiere il bene e solerte nel compiere il male, verso cui si trova sciaguratamente inclinata; la parte passionale e sensuale di noi, come scheggia impazzita, si ribella allo spirito e ci trascina in continuazione verso i livelli più bassi delle passioni e dei piaceri carnali, che condividiamo con le forme di essere meno elevate, come quelle degli animali; la parte “virile” di noi (chiamata dai teologi scolastici “irascibile”) è divenuta molle, incostante e fluttuante, per cui non riusciamo a trovare le risorse psicologiche e caratteriali necessarie per essere costanti e decisi nel bene. Sono quelle che san Tommaso d’Aquino chiama “le quattro piaghe” della natura umana ferita dalla colpa d’origine. Queste ferite sanguinano senza possibilità di piena cicatrizzazione. I sacramenti e la vita interiore ne sono il disinfettante e la fasciatura. La volontà libera di ogni uomo è, in questa prospettiva, il primo medico della propria anima che può scegliere se lasciare incancrenire queste piaghe o curarle “vita natural durante”, per renderle sempre meno infette e acquisire un sempre maggiore benessere interiore, figlio primogenito della vera santità. Si guarisce e ci si libera da queste scorie praticando e crescendo nelle virtù cristiane; si aggravano i mali, regredendo e inguaiandosi sempre di più, nella misura in cui ci si abbandona ai vizi capitali, senza fare il possibile per conoscerli, combatterli e, per quanto possibile, svellerne le malefiche e malsane radici dalle nostre anime.
