"A chi vorrebbe identificare la divina Rivelazione con la sola Bibbia, bisogna ricordare che la formazione scritta del Nuovo Testamento è stata preceduta, accompagnata e giudicata dalla “sacra Tradizione”. Se si disconosce ciò non solo si cade in errore, ma si mette di fatto in dubbio l’autorità e l’autorevolezza dello stesso Nuovo Testamento"
Nel secondo capitolo della Dei verbum, sotto il titolo “la trasmissione della Divina Rivelazione”, si affronta il delicato e importantissimo tema del rapporto tra la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero. La santa Chiesa cattolica, infatti, ha sempre insegnato che la Divina Rivelazione ha nella Sacra Scrittura la sua fonte originaria e assolutamente primaria e fondante, ma mai che con essa si identifichi tout court. Non è pertanto corretto affermare che la Rivelazione coincide con la Bibbia, ossia con la parola di Dio scritta. Fu questo, peraltro, a suo tempo uno dei temi della rovente polemica luterana, che su questo punto insisteva con l’affermare il principio della “sola Scriptura”, che consiste nel riconoscere alla sola parola di Dio scritta nella Bibbia l’autorità di Rivelazione in senso stretto, misconoscendo il ruolo e l’importanza sia della Tradizione che del Magistero. In questo capitolo la santa Madre Chiesa presenta gli esatti termini della questione e dà i criteri per la loro giusta comprensione.
Anzitutto si comincia con l’affermare che il culmine e il compimento della rivelazione di Dio altissimo si trova nella vita, nell’opera e nella predicazione evangelica di nostro Signore Gesù Cristo che, prima di ascendere al Padre, diede agli apostoli il mandato di predicare il Vangelo a tutte le genti. Questi adempirono questo mandato oralmente, ossia iniziando a predicare sia in base a “ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Signore”, sia in base a “ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo” (DV 7). Alcuni di essi, peraltro, ispirati dal medesimo Spirito, sentirono la necessità di mettere per iscritto l’annuncio della salvezza. La “sacra Tradizione”, in questo senso, non è altro (come il significato etimologico del termine “tradere” esplicitamente dice) che la primitiva trasmissione orale del messaggio evangelico da parte degli apostoli e dei loro collaboratori, compito che, alla loro morte, trasmisero e passarono ai vescovi che lasciarono come loro successori. La Tradizione, pertanto, non solo accompagna la formazione scritta del Nuovo Testamento, ma per larga parte la precede. L’esegesi biblica contemporanea, in questo senso, ha ampiamente e largamente spiegato questo fenomeno, evidenziando e dimostrando come anche alla base dei Vangeli scritti e delle lettere neotestamentarie ci fosse sempre un ampio substrato proveniente dalla predicazione orale. Misconoscere il ruolo della “Sacra Tradizione” così intesa, pertanto, non è solo un errore, ma significherebbe misconoscere, ipso facto, l’autorità e l’autorevolezza degli stessi testi scritti del Nuovo Testamento.
Di questa Sacra Tradizione, una larga parta trova espressione speciale nei libri ispirati (cf DV 8), ma una parte rimase semplicemente tramandata per via orale e costituisce la Tradizione orale propriamente detta. Gli apostoli, come lo stesso san Paolo puntualizza, trasmisero anzitutto quello che avevano ricevuto (cf 1Cor 15,3ss) e non cessavano di raccomandare di conservare fedelmente e custodire “le tradizioni apprese sia a voce che per lettera” (2Ts 2,15, citato in DV 8), ossia attraverso la Tradizione e la Scrittura. Il contenuto di questa tradizione è “ciò che contribuisce alla condotta santa e all’incremento della fede” (DV 8), ossia il depositum vitae e il depositum fidei, che la Chiesa ha anzitutto il compito di custodire e trasmettere fedelmente. Questo “deposito” tuttavia, non è una realtà statica e, se così si può dire, “mummificata”: immutabile nella sostanza, cresce però nel tempo la sua comprensione da parte della Chiesa, grazie all’assistenza dello Spirito Santo e, in questo senso (si badi solo in questo senso), si può dire che “progredisce”, grazie anche allo studio dei credenti, alla vita interiore e di santità dei fedeli e alla continua predicazione dei vescovi che hanno ricevuto dal cielo “un carisma sicuro di verità” (ibidem).
Infine è proprio grazie alla sacra Tradizione che si è potuto formare il canone dei libri ispirati perché, come vedremo a suo tempo, il criterio principale con cui nel corso del tempo sono stati distinti i libri ispirati da quelli apocrifi è stato proprio l’uso liturgico, ossia la tradizione di leggere durante la Sacra Liturgia solo certi testi e non altri. La “presenza vivificante” di questa tradizione è ampiamente attestata dai santi padri (della Chiesa) e le sue incalcolabili ricchezze si trasfondono nella prassi della Chiesa che crede e prega (cf DV 8). Per mezzo di questa tradizione il Vangelo risuona nel mondo con una voce viva e sempre attuale e attualizzante (e non come un arcaico e obsoleto libro scritto secoli fa) e così è aperta ai credenti la possibilità di accedere, gradualmente, alla verità tutta intera (grazie al continuo progresso nella comprensione della Rivelazione) e di dimorare serenamente, abitualmente e abbondantemente nei sacri pascoli della parola di Cristo.
