I peccati contro la fede e la speranza
Tra i gravi peccati (e poco riconosciuti) contro la virtù teologale della fede c'è quello del “dubbio ostinato”. Occorre, al riguardo, anzitutto abbattere un luogo comune molto
diffuso: che è lecito, anzi possibile o addirittura inevitabile avere qualche
dubbio sulle verità di fede. Infatti, si dice, come è possibile non avere
qualche dubbio su ciò che è assolutamente non evidente come le verità di fede?
Ebbene, dubitare circa le verità di fede (ancor più nel caso di dubbio ostinato)
non solo è peccato ma è peccato gravissimo. Le verità di fede, infatti, sono
tali perché rivelate da Dio e, in
quanto tali, poggiate sul crisma certo ed infallibile della sua autorità indiscussa
e della sua veracità assoluta e indiscutibile. Dubitare su una verità di fede,
pertanto, sarebbe come ammettere che Dio possa sbagliare o indurre in inganno.
Viceversa una verità di fede, quando è tale, è da ritenersi più certa e
assoluta delle cosiddette “verità scientifiche”, che poggiano su evidenze
incontrovertibili rispetto ai sensi. Si ricordi che la vera questione in gioco
nel famoso “caso Galileo”, tanto sbandierato da certa propaganda anticristiana
e laicista, era esattamente questa. Galileo affermava la superiorità delle
“verità scientifiche”, che si fondano sull’osservazione empirica, sulle verità
di fede, che sono invece del tutto inevidenti. Per dirla in termini semplici, che due
più due faccia quattro non si discute, ma sull’eternità dell’Inferno forse si
potrebbe esprimere qualche perplessità. In ogni caso dall’evidenza della prima
affermazione contro l’inevidenza della seconda, si dovrebbe inferire - a detta del Galilei - la superiorità
della prima. Ora la Chiesa reagì e puntò i piedi proprio perché in questo, il
pur meritevole e grande scienziato pisano, non aveva visto bene; infatti è più
facile che due più due faccia cinque piuttosto che una verità di fede non sia
vera! E l’autorità di Dio su cui poggia una verità di fede è ben superiore
all’evidenza sei sensi e dell’osservazione! Pensiamo, alla luce di ciò, quanto
lontana sia la “sensibilità” dell’uomo contemporaneo dal dovere di aderire “con
fede divina e cattolica” (che non ammette dubbi e tentennamenti) a tutte e
singole le verità rivelate da Dio che la santa Chiesa ci propone a credere!
Venendo ora ai peccati
contro la virtù teologale della speranza, bisogna anzitutto ricordare che
grazie a questa virtù noi attendiamo da Dio la vita eterna e le grazie
necessarie per meritarla con le buone opere che ogni seguace di Gesù Cristo può
e deve fare. I primi due peccati contro la virtù della speranza, pertanto, sono
di tipo specularmente opposto, ma entrambi gravissimi perché configurano due
fattispecie concrete di peccato contro lo Spirito Santo: si tratta della “disperazione della salvezza” e della “presunzione di salvarsi senza meriti”.
Il primo peccato fu commesso da due (tristemente) noti personaggi biblici:
Caino e Giuda. Il primo pronunziò l’espressione blasfema “troppo grande è il
mio peccato per avere perdono” (Gen 4,13), mentre il secondo, autore del più
grave peccato che mai fu e sarà compiuto nella storia, pensò bene di togliersi
la vita anziché andare a chiedere umilmente perdono ai piedi di quella Croce su
cui stava morendo, anche per lui, Colui che egli vilmente aveva consegnato per
trenta denari. Questo peccato nega l’onnipotenza della misericordia di Dio ed
il fatto che Egli, per quanto sta in Lui, desidera che “tutti siano salvati ed
arrivino alla conoscenza della verità”, come scrive san Paolo nella prima
lettera a Timoteo (1Tim 2,4). Non esiste dunque peccato, per quanto grave e
orribile, che non possa essere rimesso dall’onnipotente misericordia di Dio,
alla sola condizione che chi lo ha commesso ne sia realmente pentito e sia
pronto ad espiarne le conseguenze. Non meno grave e pericoloso è
l’atteggiamento diametralmente opposto, oggi disgraziatamente assai diffuso ed
anzi considerato da qualcuno intangibile verità di fede: la presunzione di
salvarsi senza meriti. Sono in molti infatti a presumere stoltamente della
bontà e misericordia, pensando che tutti andranno in Paradiso, che Dio non può
tollerare che qualcuno si danni (“vogliamo scherzare??? Un’eternità
interminabile di tormenti! Ma, per favore, dove sta allora la misericordia di
Dio?”), che non è affatto vero che esistono premi per le virtù e castighi per i
peccati. Oggi non sono pochi, anche tra i sacri ministri, a dire scempiaggini
grosse quanto l’universo intero, che se non fosse per i danni immensi che
producono in chi vi dà ascolto, sarebbero solamente da ignorare e commiserare
pregando il Signore che faccia un po’ di luce a questi ignari (si spera…) servi
del principe delle tenebre. È verissimo che Dio vuole che andiamo in Paradiso,
ma per giungere a questa benedetta mèta occorre compiere opere sante, passare
per la porta stretta della Croce e della rinuncia, per la via obbligata
dell’osservanza dei comandamenti, addirittura arrivando ad affrontare una lotta
fino al sangue contro il peccato (cf Eb 12,4). Pertanto chi presume di poter
stoltamente confidare nella misericordia di Dio, senza operare i doverosi
sforzi ascetici per “conseguire la mèta della nostra fede, cioè la salvezza
delle anime” (1Pt 1,19), commette gravissimo peccato di abuso della divina
misericordia e dimenticanza della divina giustizia e se non corregge questa
visione luterana e quietistica della giustificazione, non potrà accedere alla
vita eterna e non entrerà nel Regno di Dio.
Sono contro la
speranza anche degli sciocchi e assurdi peccati che costituiscono la vergogna
dell’uomo intelligente, quali quelli di superstizione.
La superstizione consiste nel credere che le cose possono riuscire qualora si
compiano alcuni gesti scaramantici o qualora gli astri esercitino certi
influssi, si portino degli amuleti, si scacci la sfortuna, etc. Ecco dunque
apparire cornetti e ferri di cavallo, letture di oroscopi o consultazioni di
tarocchi, o sciocchezze quali non passare sotto la scala, evitare il gatto
nero, toccare ferro se si vede una bara, non fare nulla il Venerdì 17, etc.
Tutte queste cose offendono la virtù della speranza per un motivo
semplicissimo: il buon andamento della nostra vita e delle nostre cose dipende
da una sola cosa, cioè dalla benedizione di Dio e dalla sua grazia, che si
ottengono mediante la preghiera, la frequentazione dei sacramenti e la
richiesta di benedizioni (alla propria persona, alla casa, alla macchina, al
lavoro, etc.) ai ministri di Dio. Ritenere, come insegna san Tommaso, che la
nostra vita possa essere condizionata in qualche modo da queste sciocchezze,
oltre che offendere gravemente Dio, svela la stupidità dell’uomo, essere
intelligente che pensa che cose inanimate o sciocchezze varie (molto al di
sotto di lui) possano in qualche modo influenzare il corso degli eventi.
I santi potevano
permettersi di chiosare altri santi. San Pio, pertanto, si permise di
completare un celebre aforisma di Sant’Alfonso M. De Liguori (“chi prega si salva,
chi non prega si danna”) aggiungendo “chi prega poco è in pericolo”. Mettiamo
in pratica questa esortazione del santo stigmatizzato del Gargano e tutto andrà
per il meglio, facendo attenzione a svuotare la casa (oltre che il cuore) da
ogni oggetto superstizioso, ricordando che alcuni di essi, oltre a non servire
a nulla, attraggono anche presenze malefiche in noi e attorno a noi.
