Gesù più volte nel Vangelo mette in guardia dal pericolo dell’uso egoistico o distorto della ricchezza ed esorta a “dare a chi ha bisogno”, il che non è un atto di misericordia, ma propriamente un atto di giustizia. Cos’è invece l’equità o epicheia?
Concludiamo il discorso sulla virtù cardinale della
giustizia, considerando le sue ultime due parti integranti: la liberalità e l’equità.
La liberalità (o beneficenza o generosità) non è altro che il retto uso dei beni temporali, in modo
particolare del denaro (che è l’oggetto proprio della liberalità), a favore del
prossimo. Su questo tema, nonostante lo sviluppo soprattutto nell’ultimo secolo
della cosiddetta dottrina sociale della Chiesa, sono ancora molti i
fedeli che appaiono non avere le idee chiare in merito, né disporre di un’adeguata
formazione su tale aspetto tanto importante della vita cristiana. I Vangeli ci
narrano molti episodi in cui Gesù ammonisce circa il pericolo di un uso
egoistico o distorto delle ricchezze (si pensi, per esempio, alla parabola dell’uomo
stolto o del ricco epulone) ed esorta ad un grandissimo distacco, spesso anche effettivo
oltre che affettivo, dalle ricchezze e dai beni. Le ricchezze sono senza
dubbio un bene non un male, ma è molto difficile usarle secondo giustizia e per
questo rappresentano un grande pericolo. Gesù ha condannato l’accumulo
eccessivo ed egoistico di ricchezze, l’uso di esse per gozzoviglie e bagordi
dimenticando le necessità del prossimo, l’attaccamento ad esse qualora creasse
un laccio che impedisca di fare la volontà di Dio. Il fatto che la liberalità sia
una parte della giustizia (e non della carità) significa che elargire a chi è nel
bisogno ciò che è realmente superfluo non è un atto di misericordia, ma di
giustizia; in altre parole non è facoltativo, ma doveroso. Insegna, infatti, la
dottrina sociale della Chiesa che Dio, avendo disposto che esista la proprietà privata
e quindi la possibilità di possedere beni propri e ricchezze personali, non ha
tuttavia rinnegato il principio di “destinazione universale dei beni creati”,
ma ha solo, per così dire, costituito i ricchi dispensatori dei suoi beni a
favore di chi, per varie circostanze, si trova nel bisogno o nell’indigenza.
Guai dunque, come dice Gesù nel Vangelo, a chi spende per accumulare beni e
denaro ma non arricchisce davanti a Dio (cf Lc 12,21)!
La liberalità ha due vizi opposti: l’avarizia (o
cupidigia), termine che deriva da “aeris aviditas” (avidità di denaro), secondo vizio capitale, che si identifica con
uno smoderato amore di possedere e accumulare beni e ricchezze e che
sfocia sempre nella durezza
di cuore nei confronti dei bisogni e delle
necessità del prossimo. San Paolo è giunto a dire che “l’attaccamento al denaro
è la radice di tutti i mali” (1Tim 6,10), principio su cui molti sono d’accordo in linea teorica,
ma che pochi sanno trasformare in criterio per un sincero e accurato esame di
coscienza. Dal lato completamente opposto rispetto all’avarizia c’è la prodigalità, che consiste
nello spendere senza criterio e senza utilità, solo per sé e per i propri interessi, le ricchezze di cui
si dispone. Questo bruttissimo vizio è oggi diffusissimo ed è la vera causa
della povertà e della fame del mondo, unitamente agli spaventosi sprechi
partoriti dalla nostra “civiltà” (?!?) occidentale. è stato infatti calcolato
che ogni anno nel mondo vengono sprecate 1,3 miliardi di tonnellate di cibo,
cifra che basterebbe a nutrire e sfamare 4 volte tanto il numero delle persone
che ogni anno soffre la fame (circa 805 milioni di persone). Prima di dare la
colpa a Dio (bestemmiando) di questo, come degli altri mali presenti del mondo
(la cui colpa è solo degli uomini e dei demoni, mai di Dio), bisognerebbe
conoscere e meditare non poche su queste inquietanti cifre.
L’equità o epicheia è la capacità di discernere l’eccezionalità di circostanze che rendano necessaria la disapplicazione
della legge generale al caso concreto. Questo vale per tutte le leggi umane
(comprese quelle ecclesiastiche) e non è altro che un’applicazione vera e
pratica dell’antico adagio romano “summa lex, summa iniuria”. Tutte le
leggi umane, infatti, sono per definizione generali e astratte e non possono
prevedere tutte le circostanze (potenzialmente infinite) in cui potrebbero o
dovrebbero essere applicate. In questo senso possono verificarsi delle
situazioni in cui applicare una certa norma sarebbe completamente assurdo,
fuori luogo, dannoso e contrario ai divini voleri. Tale giudizio va fatto,
davanti a Dio, da una coscienza ben formata (e con un certo rigore, non
concedendosi a cuor leggero facili dispense), e non è affatto una sorta di
deponziamento o svuotamento della forza vincolante della legge, ma un modo per
ribadirne la sua forza cogente, che è generale ma non assoluta, cosa che è proprietà
(e tale rimane) della sola legge
positiva di Dio (naturale e non), dinanzi alla quale tale principio non può e
non potrà mai essere lecitamente e legittimamente applicato.
