Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2023-12-14

Il sacerdozio è l'amore del Cuore di Gesù Cristo

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 Il sacramento dell’ordine 



Il  sacramento dell’ordine e,  in  particolare, il  sacerdozio ministeriale, fu oggetto,  a  suo tempo, di negazione da parte dei riformatori protestanti, i quali sostenevano essere stato istituito da Cristo il solo sacerdozio comune battesimale, mentre quello che la tradizione della  Chiesa  chiamava “sacerdozio”(in  senso  stretto)  non  sarebbe  stato  altro  che una funzione  ecclesiale (non  un  vero  sacramento),  svolta principalmente  in vista  della predicazione del Vangelo, della presidenza e del governo della comunità cristiana e della celebrazione del sacramento dell’eucaristia. Essendo essenzialmente una sorta di “lavoro sacro”, questo “ministero” sarebbe  stato  esercitabile  anche  “a tempo determinato”: nel senso  che,  qualora  qualcuno  si  fosse  stancato  o  non  se  la fosse  sentita  di  proseguire, avrebbe tranquillamente potuto tornare ad  una vita  “pienamente laicale” senza nessun  tipo di problema. Il  Concilio  tridentino  risponde  a  queste  eresie con  una  dottrina  articolata  in  quattro capitoli  e  otto canoni, unitamente  ad una  serie di indicazioni “pastorali  e disciplinari” (rivolte  principalmente  ai  vescovi),  che  fanno da  postilla  al  decreto  sul  sacramento dell’ordine.  La prima grande affermazione di principio è che già nell’antico testamento esisteva un legame inscindibile tra sacerdozio e sacrifici cultuali da offrire a Dio. I sacerdoti dell’antico testamento erano  costituiti per offrire doni e sacrifici, funzione sacra che,  a partire dai tempi  di  Salomone, svolgevano  principalmente  nel  Tempio  di  Gerusalemme. Essendo stato istituito da Gesù il nuovo ed eterno sacrificio dell’eucaristia, necessariamente deve esistere un nuovo sacerdozio che ha sostituito l’antico. Come detto nel decreto sul santo sacrificio della Messa, ciò venne inaugurato da Gesù con le parole “fate questo in memoria di  Me” pronunciate nell’ultima  Cena  in  occasione  dell’istituzione  dell’eucaristia e  poi ulteriormente confermato la sera di Pasqua quando Egli, apparendo agli apostoli riuniti nel Cenacolo, conferì loro il potere di rimettere i peccati. La seconda proposizione dottrinale ruota intorno alla complessità e struttura gerarchica insita  in  questo  sacramento,  comprendente  vari  ministeri “minori”(attestati  molto precocemente  nella  Tradizione  della Chiesa)  e  culminante  nei  gradi  “superiori” dell’ordine. Relativamente  a  questo  punto,  è da  notare  che  la  dottrina del  Concilio  di Trento  deve  essere  letta  in  maniera congiunta  anzitutto  con  quanto  affermato  dalla Costituzione “Lumen gentium”  del  Concilio  Vaticano  II,  che  afferma esplicitamente  la sacramentalità dell’episcopato; ed anche con il motu proprio“Ministeria quaedam”di Paolo VI che ha abolito la tonsura, due ordini minori (ostiario ed esorcista) e il suddiaconato, lasciando in vita solo il lettorato e l’accolitato definiti però“ministeri laicali”e pertanto “sganciati”dal  legame diretto  con  i  tre  gradi  del  sacramento  dell’ordine.  Una scelta senz’altro  opinabile  e  discutibile,  ma  di  cui  ora bisogna  prendere  atto.  Alla  luce  dei suddetti  documenti,  la configurazione  attuale  del  sacramento  dell’ordine  è così configurata:  diaconato,  presbiterato  ed  episcopato sono  i tre gradi  dell’ordine  sacro; lettorato  e  accolitato  sono  i ministeri  che  necessariamente  precedono  l’ordinazione diaconale; quando questi ministeri sono conferiti in vista del sacerdozio, sono preceduti da un  rito  particolare  denominato “ammissione”agli  ordini  sacri.  In  ogni  caso  resta ovviamente ribadita la gerarchia e l’articolazione complessa di questo sacramento. La principale dichiarazione del Concilio in relazione  al sacerdozio ministeriale  è senza dubbio quella della sua vera sacramentalità. Essa anzi è così forte che si deve insegnare
non solo  che l’ordine è uno dei sette sacramenti ma anche (relativamente al grado del diaconato e del sacerdozio) che essendo un sacramento non ripetibile imprime, come il Battesimo e la Cresima, il sacro carattere, che non può essere in nessun modo cancellato né tolto, ma che anzi rimane in eterno. Per cui in nessun caso e in nessun modo, una volta ricevuto tale sacramento - soprattutto il presbiterato in cui si usa il sacro crisma per ungere e consacrare le mani del candidato - si può“tornare indietro”allo stato laicale. L’ultima importante  considerazione  in  merito  al  sacramento dell’Ordine  riguarda l’eccellenza  e  la  superiorità dei  vescovi sui  sacerdoti,  in  quanto  solo  essi  sono propriamente i successori degli apostoli, sono chiamati a reggere la Chiesa di Dio e hanno quella pienezza del sacerdozio che consente loro di amministrare, a differenza dei semplici presbiteri, tutti e sette i sacramenti. Se è vero, infatti, che per alcuni sacramenti è possibile da parte del vescovo delegarne al sacerdote la potestà di conferirli (ciò vale, per esempio, per  il  sacramento della  Cresima),  tuttavia  il  sacramento  dell’ordine  può essere validamente amministrato solo dal vescovo. Conseguentemente, i sacerdoti si trovano in stato di oggettiva inferiorità rispetto ai vescovi e ad essi subordinati.




Per parlare del sacramento dell'ordine è bene che si proceda alla lettura e all’analisi dei canoni tridentini su questo sacramento. Ma vediamo.
1. Se qualcuno dirà che nel nuovo Testamento non vi è un sacerdozio visibile ed esteriore, o che non vi è alcun potere di consacrare e di offrire il vero corpo e sangue del Signore, di rimettere  o  di  ritenere  i  peccati,  ma  il  solo  ufficio  e  il nudo  ministero  di  predicare  il vangelo, o che quelli che non predicano non sono sacerdoti, sia anatema.  
2.  Se  qualcuno  dirà che  oltre  al  sacerdozio  non  vi  sono nella Chiesa cattolica altri  ordini, maggiori e minori, attraverso i quali, come per gradi si tenda al sacerdozio, sia anatema.
 3.  Se  qualcuno  dirà che  l’ordine,  cioè la  sacra ordinazione, non  è un  sacramento  in  senso vero  e  proprio, istituito  da Cristo  signore,  o  che è un’invenzione  umana fatta  da uomini ignoranti  di  cose  ecclesiastiche,  o  che  è solo  un  rito per eleggere  i ministri  della  Parola  di Dio e dei sacramenti, sia anatema. 
4.  Se  qualcuno  dirà che  con  la sacra ordinazione  non  viene dato  lo  Spirito  santo,  e  che quindi, inutilmente  il  vescovo dice:  “Ricevi  lo  Spirito Santo”,  o  che  con  essa  non  si imprime il carattere o che chi sia stato una volta sacerdote, possa di nuovo diventare laico, sia anatema. 
5.  Se  qualcuno dirà che  la  sacra  unzione,  che la  Chiesa  usa fare  nella santa  ordinazione, non solo non è necessaria, ma che si deve disprezzare  e che è dannosa, come tutte  le altre cerimonie dell’ordine, sia anatema. 
6.  Se  qualcuno  dice   che nella  Chiesa   cattolica  non vi  è una  gerarchia  istituita  per disposizione divina e formata di vescovi, sacerdoti e ministri, sia anatema. 
7. Se qualcuno dirà che i vescovi non sono superiori ai sacerdoti, o che non hanno il potere di confermare e di ordinare, o che quello che hanno è comune ad essi con i sacerdoti, o che gli  ordini  da  loro  conferiti  senza  il consenso o  la  chiamata  del  popolo  o  dell’autorità secolare,  sono invalidi;  o  che  quelli,  che  non  sono  stati  né regolarmente ordinati  né mandati dall’autorità ecclesiastica  e canonica, ma vengono da altri, sono legittimi ministri della parola e dei sacramenti, sia anatema. 
8.  Se  qualcuno  dirà che  i  vescovi, assunti  per  autorità del Romano  Pontefice,  non  sono vescovi legittimi e veri, ma invenzione umana, sia anatema. 
 
Per andare nel dettaglio, è quanto  mai  utile  spendere qualche parola sul quarto canone e, soprattutto, sul quinto; l’appiattimento  e  la  mondanizzazione,  la quasi  laicizzazione  della  figura sacerdotale sta producendo, a mio modesto parere, danni immensi alla vita della Chiesa e alla santificazione dei fedeli: è bene dunque focalizzarsi su questo aspetto per essere bene attrezzati ad affrontare questi tempi.
Il ministro ordinato non  è in nessun modo un laico. Non lo è più e non potrà mai tornare ad  esserlo.  Il  termine  “clero” viene dal  termine  greco  “cleròs”,  che  letteralmente  significa “separato”.   Tale   separazione   non   è certamente  da   intendersi  come  una  sorta  di segregazione in una élite  al di là e al di sopra dei  comuni mortali, rivestita di  chissà quali privilegi e avente chissà quali dispense o esenzioni rispetto ai doveri comuni dei cristiani. Si tratta di una separazione da intendersi come “divinizzazione”, che eleva il sacerdote in uno stato sublime a cui la sua vita deve sforzarsi di uniformarsi perché la sua missione sia feconda.  Il  sacerdote  è separato dal  mondo  profano  solo  nel  senso  che  deve riempirsi  di Dio, della sua dottrina, della sua santità, per poter essere inviato di nuovo nel mondo, ma come uomo di Dio, incaricato di  santificare  il  mondo  e, soprattutto,  di  aiutare i laici a santificare il mondo e santificarsi nel mondo. In questo senso, il disprezzo o quanto meno la  minimizzazione  (con   conseguente   dismissione  e  caduta  in  desuetudine)  dell’uso dell’abito  ecclesiastico  proprio  del  clero  secolare  -  che  è la veste talare,  non  il  semplice clergyman  che  è una  mera concessione  di  alcune  conferenze  episcopali  -  è a parer mio quanto  mai  emblematico  della  perdita  di  coscienza e percezione  di  questo  dato  di  fatto assolutamente primario. Un sacerdote non è e non deve essere uguale al laico. Il sacerdozio ministeriale,  insegna  il  Concilio  Vaticano  II  (non il  Concilio  di  Trento!!!)  nella Lumen Gentium (n. 10), differisce  dal  sacerdozio  comune  dei  battezzati  non  solo per  grado  (=  il sacerdote è superiore al laico perché ha compiti di guida della comunità cristiana), ma per essenza (= il sacerdozio ministeriale è un’altra cosa, in quanto partecipazione peculiare e del tutto singolare all’eterno sacerdozio di Cristo finalizzato alla santificazione e alla salvezza del    mondo).  L’abito talare  è l’espressione  di  questa  “diversità” intensa come “appartenenza  alla  dimensione  del  divino”.  Gli  abitanti  del  cielo,  ci  informa  la Sacra Scrittura, indossano tuniche o lunghe vesti. Il sacerdote deve essere sempre “uomo di Dio”, come  è realmente  e oggettivamente  diventato  dal  giorno  della  sua  ordinazione, ma  come può non esserlo, se travisa o, peggio, tradisce la sua altissima vocazione. L’abito talare ne  è espressione  esteriore e perpetua  memoria,  per  sé e  per  gli  altri.  La sua dismissione (di fatto,  si  badi,  non  teorica  perché l’abito  ecclesiastico  è tuttora  obbligatorio  per  il  clero) rappresenta un danno più grave di quanto possa a prima vista sembrare. Le  mani  del sacerdote  sono  unte  col  crisma.  Altro  che  cerimonia inutile!  Grazie  alla  sacra unzione,  quelle  sono  consacrate  e divengono  capaci di consacrare  e  di benedire  col potere stesso di Cristo!  Le sue mani sono  dunque  qualcosa  di assolutamente  divino  e santo!  Il  motivo  per  cui  c’era  la consuetudine  (e  c’è ancora,  anche  se  oggi  è quasi totalmente   smarrita)   di   baciarle  (e   le   palme   nel   giorno dell’ordinazione  e  della  prima  Messa)  non  era  certamente quello  di  rendere  un  vano  o idolatrico  ossequio  all’uomo, ma  di  onorare  Cristo che,  in  virtù della  sacra  unzione, realmente unisce le sue Divine Mani a quelle  del suo ministro. Tanto grandi sono le mani consacrate  del  sacerdote  che  ciò fece  dire  a  san  Tommaso  d’Aquino  e  san  Francesco d’Assisi  che  solo  quelle  mani  possono  osare  di  toccare  la santissima  Eucaristia,  che  del resto esse solo generano. Quanto questo oggi si sia completamente perso e smarrito non è neppure il  caso  di  evidenziare,  tanto  è palese.  Ecco comunque  quello  che  questi  due grandi (e quasi contemporanei) santi scrivevano in merito: “La distribuzione del corpo del Signore compete al sacerdote per tre motivi. Primo, poiché come si è detto egli consacra in persona di Cristo. Ora, come Cristo consacrò da  sé il  proprio  Corpo,  così da  sé lo  distribuì agli  altri.  Come  quindi  appartiene  al sacerdote  consacrare  il  corpo  di  Cristo,  così appartiene  a  lui  di  distribuirlo. Secondo, poiché il sacerdote è costituito intermediario tra Dio e  il popolo. Come quindi spetta  a lui offrire a Dio i doni del popolo, così spetta a lui di dare al popolo i doni santi di Dio. Terzo, poiché per rispetto verso questo sacramento esso non viene toccato da cosa alcuna che non sia consacrata:  per  cui  sono  consacrati  il  corporale,  il  calice, e  anche  le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso di toccarlo,  all’infuori  di  un caso  di  necessità:  per  esempio  se  stesse  per  cadere  a  terra  o  altri  simili  (San  Tommaso. Summa Theologiae, III, q. 82, art. 3) “E siamo tutti fermamente convinti che nessuno può essere salvato se non per mezzo delle sante  parole  e  del  sangue  del  Signore  nostro  Gesù Cristo,  che  i chierici pronunciano, annunciano e amministrano. Ed essi soli debbono amministrarli e non altri” (FF 194)
“Invero, quanto più grande è il ministero che essi svolgono del santissimo corpo e sangue del  Signore  nostro  Gesù Cristo  che proprio essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri, tanto  maggiore  peccato  commettono  coloro  che  peccano  contro  di  essi,  che  se  peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo” (FF 176) “Voleva  che si dimostrasse grande rispetto  alle mani del sacerdote, perché ad  esse è stato conferito il divino potere di consacrare questo sacramento. Se mi capitasse - diceva spesso -  di  incontrare  insieme  un  santo  che  viene  dal  cielo  ed  un  sacerdote  poverello,  saluterei prima  il prete  e  correrei a baciargli le mani. Direi  infatti:  Ohi! Aspetta, san  Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano!” (FF 790)


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