Il sacramento dell’ordine
Il sacramento dell’ordine e, in particolare, il sacerdozio ministeriale, fu oggetto, a suo tempo, di negazione da parte dei riformatori protestanti, i quali sostenevano essere stato istituito da Cristo il solo sacerdozio comune battesimale, mentre quello che la tradizione della Chiesa chiamava “sacerdozio”(in senso stretto) non sarebbe stato altro che una funzione ecclesiale (non un vero sacramento), svolta principalmente in vista della predicazione del Vangelo, della presidenza e del governo della comunità cristiana e della celebrazione del sacramento dell’eucaristia. Essendo essenzialmente una sorta di “lavoro sacro”, questo “ministero” sarebbe stato esercitabile anche “a tempo determinato”: nel senso che, qualora qualcuno si fosse stancato o non se la fosse sentita di proseguire, avrebbe tranquillamente potuto tornare ad una vita “pienamente laicale” senza nessun tipo di problema. Il Concilio tridentino risponde a queste eresie con una dottrina articolata in quattro capitoli e otto canoni, unitamente ad una serie di indicazioni “pastorali e disciplinari” (rivolte principalmente ai vescovi), che fanno da postilla al decreto sul sacramento dell’ordine. La prima grande affermazione di principio è che già nell’antico testamento esisteva un legame inscindibile tra sacerdozio e sacrifici cultuali da offrire a Dio. I sacerdoti dell’antico testamento erano costituiti per offrire doni e sacrifici, funzione sacra che, a partire dai tempi di Salomone, svolgevano principalmente nel Tempio di Gerusalemme. Essendo stato istituito da Gesù il nuovo ed eterno sacrificio dell’eucaristia, necessariamente deve esistere un nuovo sacerdozio che ha sostituito l’antico. Come detto nel decreto sul santo sacrificio della Messa, ciò venne inaugurato da Gesù con le parole “fate questo in memoria di Me” pronunciate nell’ultima Cena in occasione dell’istituzione dell’eucaristia e poi ulteriormente confermato la sera di Pasqua quando Egli, apparendo agli apostoli riuniti nel Cenacolo, conferì loro il potere di rimettere i peccati. La seconda proposizione dottrinale ruota intorno alla complessità e struttura gerarchica insita in questo sacramento, comprendente vari ministeri “minori”(attestati molto precocemente nella Tradizione della Chiesa) e culminante nei gradi “superiori” dell’ordine. Relativamente a questo punto, è da notare che la dottrina del Concilio di Trento deve essere letta in maniera congiunta anzitutto con quanto affermato dalla Costituzione “Lumen gentium” del Concilio Vaticano II, che afferma esplicitamente la sacramentalità dell’episcopato; ed anche con il motu proprio“Ministeria quaedam”di Paolo VI che ha abolito la tonsura, due ordini minori (ostiario ed esorcista) e il suddiaconato, lasciando in vita solo il lettorato e l’accolitato definiti però“ministeri laicali”e pertanto “sganciati”dal legame diretto con i tre gradi del sacramento dell’ordine. Una scelta senz’altro opinabile e discutibile, ma di cui ora bisogna prendere atto. Alla luce dei suddetti documenti, la configurazione attuale del sacramento dell’ordine è così configurata: diaconato, presbiterato ed episcopato sono i tre gradi dell’ordine sacro; lettorato e accolitato sono i ministeri che necessariamente precedono l’ordinazione diaconale; quando questi ministeri sono conferiti in vista del sacerdozio, sono preceduti da un rito particolare denominato “ammissione”agli ordini sacri. In ogni caso resta ovviamente ribadita la gerarchia e l’articolazione complessa di questo sacramento. La principale dichiarazione del Concilio in relazione al sacerdozio ministeriale è senza dubbio quella della sua vera sacramentalità. Essa anzi è così forte che si deve insegnare
non solo che l’ordine è uno dei sette sacramenti ma anche (relativamente al grado del diaconato e del sacerdozio) che essendo un sacramento non ripetibile imprime, come il Battesimo e la Cresima, il sacro carattere, che non può essere in nessun modo cancellato né tolto, ma che anzi rimane in eterno. Per cui in nessun caso e in nessun modo, una volta ricevuto tale sacramento - soprattutto il presbiterato in cui si usa il sacro crisma per ungere e consacrare le mani del candidato - si può“tornare indietro”allo stato laicale. L’ultima importante considerazione in merito al sacramento dell’Ordine riguarda l’eccellenza e la superiorità dei vescovi sui sacerdoti, in quanto solo essi sono propriamente i successori degli apostoli, sono chiamati a reggere la Chiesa di Dio e hanno quella pienezza del sacerdozio che consente loro di amministrare, a differenza dei semplici presbiteri, tutti e sette i sacramenti. Se è vero, infatti, che per alcuni sacramenti è possibile da parte del vescovo delegarne al sacerdote la potestà di conferirli (ciò vale, per esempio, per il sacramento della Cresima), tuttavia il sacramento dell’ordine può essere validamente amministrato solo dal vescovo. Conseguentemente, i sacerdoti si trovano in stato di oggettiva inferiorità rispetto ai vescovi e ad essi subordinati.
Per parlare del sacramento dell'ordine è bene che si proceda alla lettura e all’analisi dei canoni tridentini su questo sacramento. Ma vediamo.
1. Se qualcuno dirà che nel nuovo Testamento non vi è un sacerdozio visibile ed esteriore, o che non vi è alcun potere di consacrare e di offrire il vero corpo e sangue del Signore, di rimettere o di ritenere i peccati, ma il solo ufficio e il nudo ministero di predicare il vangelo, o che quelli che non predicano non sono sacerdoti, sia anatema.
2. Se qualcuno dirà che oltre al sacerdozio non vi sono nella Chiesa cattolica altri ordini, maggiori e minori, attraverso i quali, come per gradi si tenda al sacerdozio, sia anatema.
3. Se qualcuno dirà che l’ordine, cioè la sacra ordinazione, non è un sacramento in senso vero e proprio, istituito da Cristo signore, o che è un’invenzione umana fatta da uomini ignoranti di cose ecclesiastiche, o che è solo un rito per eleggere i ministri della Parola di Dio e dei sacramenti, sia anatema.
4. Se qualcuno dirà che con la sacra ordinazione non viene dato lo Spirito santo, e che quindi, inutilmente il vescovo dice: “Ricevi lo Spirito Santo”, o che con essa non si imprime il carattere o che chi sia stato una volta sacerdote, possa di nuovo diventare laico, sia anatema.
5. Se qualcuno dirà che la sacra unzione, che la Chiesa usa fare nella santa ordinazione, non solo non è necessaria, ma che si deve disprezzare e che è dannosa, come tutte le altre cerimonie dell’ordine, sia anatema.
6. Se qualcuno dice che nella Chiesa cattolica non vi è una gerarchia istituita per disposizione divina e formata di vescovi, sacerdoti e ministri, sia anatema.
7. Se qualcuno dirà che i vescovi non sono superiori ai sacerdoti, o che non hanno il potere di confermare e di ordinare, o che quello che hanno è comune ad essi con i sacerdoti, o che gli ordini da loro conferiti senza il consenso o la chiamata del popolo o dell’autorità secolare, sono invalidi; o che quelli, che non sono stati né regolarmente ordinati né mandati dall’autorità ecclesiastica e canonica, ma vengono da altri, sono legittimi ministri della parola e dei sacramenti, sia anatema.
8. Se qualcuno dirà che i vescovi, assunti per autorità del Romano Pontefice, non sono vescovi legittimi e veri, ma invenzione umana, sia anatema.
Per andare nel dettaglio, è quanto mai utile spendere qualche parola sul quarto canone e, soprattutto, sul quinto; l’appiattimento e la mondanizzazione, la quasi laicizzazione della figura sacerdotale sta producendo, a mio modesto parere, danni immensi alla vita della Chiesa e alla santificazione dei fedeli: è bene dunque focalizzarsi su questo aspetto per essere bene attrezzati ad affrontare questi tempi.
Il ministro ordinato non è in nessun modo un laico. Non lo è più e non potrà mai tornare ad esserlo. Il termine “clero” viene dal termine greco “cleròs”, che letteralmente significa “separato”. Tale separazione non è certamente da intendersi come una sorta di segregazione in una élite al di là e al di sopra dei comuni mortali, rivestita di chissà quali privilegi e avente chissà quali dispense o esenzioni rispetto ai doveri comuni dei cristiani. Si tratta di una separazione da intendersi come “divinizzazione”, che eleva il sacerdote in uno stato sublime a cui la sua vita deve sforzarsi di uniformarsi perché la sua missione sia feconda. Il sacerdote è separato dal mondo profano solo nel senso che deve riempirsi di Dio, della sua dottrina, della sua santità, per poter essere inviato di nuovo nel mondo, ma come uomo di Dio, incaricato di santificare il mondo e, soprattutto, di aiutare i laici a santificare il mondo e santificarsi nel mondo. In questo senso, il disprezzo o quanto meno la minimizzazione (con conseguente dismissione e caduta in desuetudine) dell’uso dell’abito ecclesiastico proprio del clero secolare - che è la veste talare, non il semplice clergyman che è una mera concessione di alcune conferenze episcopali - è a parer mio quanto mai emblematico della perdita di coscienza e percezione di questo dato di fatto assolutamente primario. Un sacerdote non è e non deve essere uguale al laico. Il sacerdozio ministeriale, insegna il Concilio Vaticano II (non il Concilio di Trento!!!) nella Lumen Gentium (n. 10), differisce dal sacerdozio comune dei battezzati non solo per grado (= il sacerdote è superiore al laico perché ha compiti di guida della comunità cristiana), ma per essenza (= il sacerdozio ministeriale è un’altra cosa, in quanto partecipazione peculiare e del tutto singolare all’eterno sacerdozio di Cristo finalizzato alla santificazione e alla salvezza del mondo). L’abito talare è l’espressione di questa “diversità” intensa come “appartenenza alla dimensione del divino”. Gli abitanti del cielo, ci informa la Sacra Scrittura, indossano tuniche o lunghe vesti. Il sacerdote deve essere sempre “uomo di Dio”, come è realmente e oggettivamente diventato dal giorno della sua ordinazione, ma come può non esserlo, se travisa o, peggio, tradisce la sua altissima vocazione. L’abito talare ne è espressione esteriore e perpetua memoria, per sé e per gli altri. La sua dismissione (di fatto, si badi, non teorica perché l’abito ecclesiastico è tuttora obbligatorio per il clero) rappresenta un danno più grave di quanto possa a prima vista sembrare. Le mani del sacerdote sono unte col crisma. Altro che cerimonia inutile! Grazie alla sacra unzione, quelle sono consacrate e divengono capaci di consacrare e di benedire col potere stesso di Cristo! Le sue mani sono dunque qualcosa di assolutamente divino e santo! Il motivo per cui c’era la consuetudine (e c’è ancora, anche se oggi è quasi totalmente smarrita) di baciarle (e le palme nel giorno dell’ordinazione e della prima Messa) non era certamente quello di rendere un vano o idolatrico ossequio all’uomo, ma di onorare Cristo che, in virtù della sacra unzione, realmente unisce le sue Divine Mani a quelle del suo ministro. Tanto grandi sono le mani consacrate del sacerdote che ciò fece dire a san Tommaso d’Aquino e san Francesco d’Assisi che solo quelle mani possono osare di toccare la santissima Eucaristia, che del resto esse solo generano. Quanto questo oggi si sia completamente perso e smarrito non è neppure il caso di evidenziare, tanto è palese. Ecco comunque quello che questi due grandi (e quasi contemporanei) santi scrivevano in merito: “La distribuzione del corpo del Signore compete al sacerdote per tre motivi. Primo, poiché come si è detto egli consacra in persona di Cristo. Ora, come Cristo consacrò da sé il proprio Corpo, così da sé lo distribuì agli altri. Come quindi appartiene al sacerdote consacrare il corpo di Cristo, così appartiene a lui di distribuirlo. Secondo, poiché il sacerdote è costituito intermediario tra Dio e il popolo. Come quindi spetta a lui offrire a Dio i doni del popolo, così spetta a lui di dare al popolo i doni santi di Dio. Terzo, poiché per rispetto verso questo sacramento esso non viene toccato da cosa alcuna che non sia consacrata: per cui sono consacrati il corporale, il calice, e anche le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso di toccarlo, all’infuori di un caso di necessità: per esempio se stesse per cadere a terra o altri simili (San Tommaso. Summa Theologiae, III, q. 82, art. 3) “E siamo tutti fermamente convinti che nessuno può essere salvato se non per mezzo delle sante parole e del sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che i chierici pronunciano, annunciano e amministrano. Ed essi soli debbono amministrarli e non altri” (FF 194)
“Invero, quanto più grande è il ministero che essi svolgono del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo che proprio essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri, tanto maggiore peccato commettono coloro che peccano contro di essi, che se peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo” (FF 176) “Voleva che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è stato conferito il divino potere di consacrare questo sacramento. Se mi capitasse - diceva spesso - di incontrare insieme un santo che viene dal cielo ed un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi infatti: Ohi! Aspetta, san Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano!” (FF 790)


