CONFESSARSI ALMENO UNA VOLTA L'ANNO
E COMUNICARSI ALMENO A PASQUA
In questo articolo andremo a trattare ciò che concerne una buona confessione sacramentale in riferimento a ciò
che spetta al penitente, salvo poi accennare -sia pur brevemente- ad alcuni
requisiti che il confessore deve avere, sia per la validità della confessione
che per la sua fruttuosità.
Il sacramento
della penitenza prevede, per la sua
validità, che il confessore imponga al penitente un’opera penitenziale come
“soddisfazione sacramentale” della pena dovuta per i peccati, già rimessi
quanto alla colpa con la sentenza di assoluzione. Cosa significa ciò e qual è
il fondamento teologico della “soddisfazione sacramentale”? Molti fedeli,
infatti, non avendo (anche in questo campo) le idee chiare e distinte di una
buona formazione, si chiedono: “Ma come? I peccati sono stati perdonati e
bisogna fare la penitenza? Ma allora non sono stati perdonati!”. Oppure: “Ma
non bastano le indicibili sofferenze offerte da Gesù nella sua acerbissima
Passione e le pene immense offerte con Lui dalla Madonna? Ancora non basta? Non
è una specie di tentativo di diminuire i meriti della Passione di Gesù,
aggiungendo alle sue già terribili espiazioni un’ulteriore opera penitenziale
da parte del penitente?”. La maggior parte di queste obiezioni furono formulate
in termini assai sottili e polemici al tempo della riforma protestante, ma
permangono vive ed efficaci nella coscienza di non pochi discepoli di Cristo
che sono figli della Chiesa cattolica. Le domande, peraltro, non sono del tutto
gratuite o impertinenti ed essendoci le risposte appare doveroso illustrarle.
Per ciò che
concerne il primo argomento, bisogna considerare che ogni peccato produce
quattro conseguenze nefaste: l’offesa di Dio da parte dell’uomo fatta disprezzando
e trasgredendo la sua legge; la perdita della grazia santificante (nel caso del
peccato mortale) oppure il suo “raffreddamento” o “diminuzione” nel caso di
colpa veniale (nel caso di imperfezioni, invece, si perdono delle grazie
ulteriori che il Signore avrebbe concesso se si fosse agito con maggiore
perfezione); un debito contratto verso la divina giustizia, che esige
riparazione ed espiazione della colpa commessa; un danno prodotto all’anima
(teologicamente si chiama “macchia del peccato”), che esige una sofferenza
purificatrice per riportarla all’originaria purezza. L’assoluzione pronunciata
dal sacerdote a fronte di una confessione ben fatta da parte di chi è pentito
produce la remissione della colpa (ovvero la cancellazione dell’offesa di Dio e
la riconciliazione con Lui) e restituisce la grazia santificante persa col
peccato mortale (oppure corrobora la grazia “indebolitasi” per la frequenza o
la volontarietà delle colpe veniali). Il compito di rimediare agli altri due
danni prodotti dal peccato (esigenza di riparare la divina giustizia con pene
espiatrici ed esigenza di purificare l’anima con sofferenze riparatrici) spetta
invece al penitente. Esattamente a questo è finalizzata la “soddisfazione
sacramentale”: espiazione del debito contratto con la divina giustizia e
purificazione dell’anima (con conseguente abbreviazione del tempo di sosta
purificatrice dopo la morte in Purgatorio). Ecco perché, insegna la Chiesa, la
penitenza deve essere “proporzionata al numero e alla gravità delle colpe”.
Dare tre Ave Maria per un adulterio, per esempio, sarebbe quanto mai dannoso
per l’anima, perché la esporrebbe a gravi e prolungate sofferenze espiatrici e
purificatrici nel Purgatorio. Ci si guardi, pertanto, dal pensare che un
confessore “buono e comprensivo” dà penitenze molto piccole. I maestri di
spirito raccomandano ai confessori di dare una penitenza non troppo pesante
(anche se proporzionata) sobbarcandosi loro stessi, tuttavia, di ciò che
risparmiano al penitente! Quindi o ci si confessa da uno come il santo Curato
d’Ars oppure non si può stare certamente tranquilli!!! Si badi, inoltre, che è
dottrina comune l’insegnamento che la penitenza che trae origine dalla
confessione ha, agli occhi di Dio, un valore espiatorio e purificatorio molto
più grande delle opere penitenziali che compiamo spontaneamente di propria
volontà. Così un rosario detto come penitenza sacramentale è molto più efficace
di un rosario detto per scelta propria… Chi scrive non conosce i misteri della
divina giustizia, ma, volendo azzardare un esempio di fantasia, per arrivare a
un Rosario fatto come penitenza sacramentale bisogna farne forse 50 di propria
spontanea volontà… Stando così le cose, sono buoni o cattivi i confessori che
danno penitenze irrisorie o, addirittura (come riferiscono alcuni fedeli), a
volte non la danno proprio?...
Riguardo il
secondo punto (“non bastano le sofferenze di Gesù, della Madonna e dei santi?”)
la risposta viene ancora dal grande san Tommaso d’Aquino, sulla scia della
tradizione patristica ed è la seguente. Nostro Signore Gesù Cristo ha sofferto violentemente
ed è morto realmente in croce una volta
sola, circa duemila anni fa. Certamente la santa Messa rinnova il suo
sacrificio, ma lo fa in forma sacramentale,
non violenta e cruenta. Conseguentemente i meriti infiniti delle sue sofferenze
e del suo sacrificio vengono applicati integralmente
e totalmente (cioè sia per rimettere la colpa che per espiare tutte le pene
dovute a tutti i peccati, veniali e mortali, oltre che il peccato originale)
all’uomo una volta sola, quando riceve il sacramento del Battesimo. Se l’uomo,
volontariamente, torna a disprezzare la divina bontà e la divina legge, Dio,
nella sua misericordia gli concede il perdono se si pente (e solo se si
pente!), ma lascia a lui il compito dell’espiazione. Questo è sommamente giusto
e conveniente, soprattutto se si tiene a mente che è articolo di fede che
all’uomo giustificato (ovvero che ha ricevuto il sacramento del Battesimo e
quelli dell’iniziazione cristiana) è possibile, con l’aiuto della grazia e il
supporto di una buona volontà, non
peccare mai mortalmente. A nessun altro che a lui è dunque imputabile un’eventuale
nuova caduta. Ed è giusto che se ne assuma le responsabilità e le conseguenze.
Si badi, infine,
a compiere sempre la penitenza prescritta dal confessore il più presto
possibile, perché la sua eventuale omissione costituisce peccato grave. Se a
causa della gravità dei peccati confessati è stata data una penitenza da
compiersi per un certo lasso tempo (dire il Rosario per un mese, partecipare
cinque volte alla santa Messa, fare due digiuni, etc.) si cerchi di avere il
massimo scrupolo nell’adempiere le opere imposte a tempo e con diligenza.
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