Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2024-03-19

Il sacramento della confessione: la penitenza o soddisfazione sacramentale

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CONFESSARSI ALMENO UNA VOLTA L'ANNO 
E COMUNICARSI ALMENO A PASQUA


In questo articolo andremo a trattare ciò che concerne una buona confessione sacramentale in riferimento a ciò che spetta al penitente, salvo poi accennare -sia pur brevemente- ad alcuni requisiti che il confessore deve avere, sia per la validità della confessione che per la sua fruttuosità.
Il sacramento della penitenza prevede, per la sua validità, che il confessore imponga al penitente un’opera penitenziale come “soddisfazione sacramentale” della pena dovuta per i peccati, già rimessi quanto alla colpa con la sentenza di assoluzione. Cosa significa ciò e qual è il fondamento teologico della “soddisfazione sacramentale”? Molti fedeli, infatti, non avendo (anche in questo campo) le idee chiare e distinte di una buona formazione, si chiedono: “Ma come? I peccati sono stati perdonati e bisogna fare la penitenza? Ma allora non sono stati perdonati!”. Oppure: “Ma non bastano le indicibili sofferenze offerte da Gesù nella sua acerbissima Passione e le pene immense offerte con Lui dalla Madonna? Ancora non basta? Non è una specie di tentativo di diminuire i meriti della Passione di Gesù, aggiungendo alle sue già terribili espiazioni un’ulteriore opera penitenziale da parte del penitente?”. La maggior parte di queste obiezioni furono formulate in termini assai sottili e polemici al tempo della riforma protestante, ma permangono vive ed efficaci nella coscienza di non pochi discepoli di Cristo che sono figli della Chiesa cattolica. Le domande, peraltro, non sono del tutto gratuite o impertinenti ed essendoci le risposte appare doveroso illustrarle.
Per ciò che concerne il primo argomento, bisogna considerare che ogni peccato produce quattro conseguenze nefaste: l’offesa di Dio da parte dell’uomo fatta disprezzando e trasgredendo la sua legge; la perdita della grazia santificante (nel caso del peccato mortale) oppure il suo “raffreddamento” o “diminuzione” nel caso di colpa veniale (nel caso di imperfezioni, invece, si perdono delle grazie ulteriori che il Signore avrebbe concesso se si fosse agito con maggiore perfezione); un debito contratto verso la divina giustizia, che esige riparazione ed espiazione della colpa commessa; un danno prodotto all’anima (teologicamente si chiama “macchia del peccato”), che esige una sofferenza purificatrice per riportarla all’originaria purezza. L’assoluzione pronunciata dal sacerdote a fronte di una confessione ben fatta da parte di chi è pentito produce la remissione della colpa (ovvero la cancellazione dell’offesa di Dio e la riconciliazione con Lui) e restituisce la grazia santificante persa col peccato mortale (oppure corrobora la grazia “indebolitasi” per la frequenza o la volontarietà delle colpe veniali). Il compito di rimediare agli altri due danni prodotti dal peccato (esigenza di riparare la divina giustizia con pene espiatrici ed esigenza di purificare l’anima con sofferenze riparatrici) spetta invece al penitente. Esattamente a questo è finalizzata la “soddisfazione sacramentale”: espiazione del debito contratto con la divina giustizia e purificazione dell’anima (con conseguente abbreviazione del tempo di sosta purificatrice dopo la morte in Purgatorio). Ecco perché, insegna la Chiesa, la penitenza deve essere “proporzionata al numero e alla gravità delle colpe”. Dare tre Ave Maria per un adulterio, per esempio, sarebbe quanto mai dannoso per l’anima, perché la esporrebbe a gravi e prolungate sofferenze espiatrici e purificatrici nel Purgatorio. Ci si guardi, pertanto, dal pensare che un confessore “buono e comprensivo” dà penitenze molto piccole. I maestri di spirito raccomandano ai confessori di dare una penitenza non troppo pesante (anche se proporzionata) sobbarcandosi loro stessi, tuttavia, di ciò che risparmiano al penitente! Quindi o ci si confessa da uno come il santo Curato d’Ars oppure non si può stare certamente tranquilli!!! Si badi, inoltre, che è dottrina comune l’insegnamento che la penitenza che trae origine dalla confessione ha, agli occhi di Dio, un valore espiatorio e purificatorio molto più grande delle opere penitenziali che compiamo spontaneamente di propria volontà. Così un rosario detto come penitenza sacramentale è molto più efficace di un rosario detto per scelta propria… Chi scrive non conosce i misteri della divina giustizia, ma, volendo azzardare un esempio di fantasia, per arrivare a un Rosario fatto come penitenza sacramentale bisogna farne forse 50 di propria spontanea volontà… Stando così le cose, sono buoni o cattivi i confessori che danno penitenze irrisorie o, addirittura (come riferiscono alcuni fedeli), a volte non la danno proprio?...
Riguardo il secondo punto (“non bastano le sofferenze di Gesù, della Madonna e dei santi?”) la risposta viene ancora dal grande san Tommaso d’Aquino, sulla scia della tradizione patristica ed è la seguente. Nostro Signore Gesù Cristo ha sofferto violentemente ed è morto realmente in croce una volta sola, circa duemila anni fa. Certamente la santa Messa rinnova il suo sacrificio, ma lo fa in forma sacramentale, non violenta e cruenta. Conseguentemente i meriti infiniti delle sue sofferenze e del suo sacrificio vengono applicati integralmente e totalmente (cioè sia per rimettere la colpa che per espiare tutte le pene dovute a tutti i peccati, veniali e mortali, oltre che il peccato originale) all’uomo una volta sola, quando riceve il sacramento del Battesimo. Se l’uomo, volontariamente, torna a disprezzare la divina bontà e la divina legge, Dio, nella sua misericordia gli concede il perdono se si pente (e solo se si pente!), ma lascia a lui il compito dell’espiazione. Questo è sommamente giusto e conveniente, soprattutto se si tiene a mente che è articolo di fede che all’uomo giustificato (ovvero che ha ricevuto il sacramento del Battesimo e quelli dell’iniziazione cristiana) è possibile, con l’aiuto della grazia e il supporto di una buona volontà, non peccare mai mortalmente. A nessun altro che a lui è dunque imputabile un’eventuale nuova caduta. Ed è giusto che se ne assuma le responsabilità e le conseguenze.
Si badi, infine, a compiere sempre la penitenza prescritta dal confessore il più presto possibile, perché la sua eventuale omissione costituisce peccato grave. Se a causa della gravità dei peccati confessati è stata data una penitenza da compiersi per un certo lasso tempo (dire il Rosario per un mese, partecipare cinque volte alla santa Messa, fare due digiuni, etc.) si cerchi di avere il massimo scrupolo nell’adempiere le opere imposte a tempo e con diligenza.

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