Se il nome di Dio è
tanto santo da dover essere nominato solo quando è necessario, con retta
intenzione (di invocazione, lode o preghiera) e con estrema riverenza (chinando
umilmente il capo), che cosa si dovrebbe dire o pensare dell’orrido e
inqualificabile peccato di bestemmia, di cui il popolo italiano (con alcune
regioni in testa) vanta il “nobile” primato europeo (e forse mondiale)?
Uno dei santi che è
stato più fieramente nemico della bestemmia, contro cui era severissimo e quasi
implacabile è il santo Curato d’Ars. Di lui possediamo una splendida omelia
(pronunciata nella quinta Domenica dopo Pentecoste[1]) a cui faremo ampio
riferimento nella trattazione di questo peccato, che è più ampio e più
complesso di quanto a prima vista potrebbe sembrare.
Cominciamo da ciò
che è più o meno da tutti conosciuti e che potremmo chiamare bestemmia in senso
stretto, ovvero l’ingiuria rivolta contro il nome di Dio. Questo peccato,
scrive il santo Curato, è così orribile che i cristiani non dovrebbero avere
coraggio di commetterlo. Significa infatti detestare e vomitare fango e veleno
contro una bellezza infinita ed ingiuriare villanamente e volgarmente Colui che
è causa solo del bene. La bestemmia è dunque, ad un tempo, atto di somma ed
estrema superbia e irriverenza, commesso verso Colui che, se volesse, potrebbe
istantaneamente fulminare il bestemmiatore e precipitarlo nell’Inferno (cosa
che non fa solo per la sua infinita misericordia, e non per debolezza e
impotenza); atto che esprime l’estrema stupidità dell’uomo, che ingiuria
l’Unico che è sempre e comunque suo Amico, anzi l’unico Amico che è sempre
fedele e che mai sbaglia; ed infine atto che esprime la somma maleducazione,
grossolanità e volgarità dell’uomo, ovvero il distintivo degli ignoranti, dei cafoni
e dei grezzi, che degrada ed abbrutisce l’uomo rendendolo simile ai demoni, che
sono i bestemmiatori per antonomasia. Un gesto inescusabile e inqualificabile
sotto ogni aspetto e in ogni modo: chi crede infatti dovrebbe guardarsi bene
dal bestemmiare il suo Dio; chi non crede dovrebbe guardarsi dall’ingiuriare
ciò che per lui è il nulla, scadendo nella più bieca maleducazione: perché non
dice: “mannaggia al nulla?”. Sant’Alfonso M. de. Liguori, a coloro che
obiettavano di dover trovare una valvola di sfogo ai momenti di rabbia e
collera, insegnava a… bestemmiare il diavolo! Perché (eccetto la venialità
dell’ira che accompagna lo sfogo) non c’è niente di male a dire “mannaggia al
demonio” o attribuire al diavolo i caratteri degli animali appartenenti alla
specie suina (tanto lui è ben più brutto e schifoso di questi…). Vedremo più
avanti, quando arriveremo al quinto comandamento, che un altro grande santo (san
Filippo Neri) ha insegnato a mandare al prossimo gli… “accidenti santi”! Ma di
ciò parleremo a suo tempo.
Tornando al punto
che stiamo trattando, si potrebbe pensare che quanto detto basti per esaurire
l’argomento bestemmia. Purtroppo però esiste un’altra vastissima mole di
bestemmie che possono essere formulate anche da credenti e devoti un po’ troppo
facili ad aprire la bocca senza ricordare che ha due finestre di chiusura (le
labbra e i denti) così da dire, in maniera magari elegante e umanamente “comprensibile”,
delle gravissime ingiurie contro Dio. Dice infatti sant’Agostino che si
bestemmia anche quando si attribuisce a Dio qualcosa che non ha o che non gli
conviene, oppure gli si toglie qualcosa che ha o gli conviene, o infine si
attribuisce ad una creatura ciò che è dovuto e proprio solo del Creatore. Il
santo Curato d’Ars, commentando la frase, individua cinque specie (molto
comuni) di bestemmia:
1) Dire che il buon Dio non è giusto nel fare
alcuni tanto ricchi e colmi di beni, mentre altri sono miseri e poveri che a
stento hanno pane da mangiare;
2) Dire che non è vero che Dio sia poi così
buono, perché lascia alcune persone nel disprezzo e nella malattia, mentre
altre sono amate, stimate e in buona salute;
3) Dire che il buon Dio non vede tutto (anche i
nostri pensieri…) o che non si cura di ciò che accade sulla terra;
4) Dire: “perché il buon Dio usa tutta questa
misericordia con questo tale, con tutto ciò che costui ha combinato?”;
5) O infine, quando capita una disgrazia,
arrabbiarsi con Dio dicendo: “Me infelice! Il buon Dio non poteva farmene di
più! Credo che ignora che sono al mondo, o se lo sa, è soltanto per farmi
soffrire”.
Proviamo a essere
sinceri: chi di noi può dire di non aver mai detto (o solo pensato) almeno una
delle cose or ora elencate? Sapevamo che queste sono bestemmie sotto certo
aspetti più gravi dell’ingiuria rivolta a Dio in un momento di rabbia (che ha
l’attenuante, senz’altro minima ma pur esistente, di essere uscita dalla bocca
senza ragionamento), in quanto sono frasi dette con piena avvertenza (sapendo
quel che si dice) e deliberato consenso (volendo proprio dire una simile
sciocchezza)? La prima tipologia, per esempio, esprime un vero e proprio
giudizio sull’operato di Dio e dimentica un dato di fatto fondamentale: chi è
la causa della povertà, oppure chi ne è il responsabile? Dio? O l’uomo? Mi
permetto di segnalare alcuni dati. Tempo fa un tale si prese la briga di fare i
conti di quanto le sette nazioni più sviluppate del mondo spendessero in un
anno per nuovi investimenti militari
(attenzione: nuove armi e tecnologie, non conservazione delle vecchie!). Ebbene
concluse che con l’equivalente di quei soldi, si sarebbe completamente risolto il problema della fame nel mondo per un intero
anno, problema certamente drammatico dato che, a tutt’oggi, ogni tre
secondi muore un bambino di fame. E che dire delle adozioni a distanza? Chi di
noi può dire di non avere 13 euro al mese (42 centesimi al giorno) per adottare
un bambino del quarto mondo? Vogliamo poi parlare del cibo sprecato? Su “Avvenire”
del 20 Ottobre del 2010[2] furono riportate queste
agghiaccianti cifre sull’Italia: ogni anno si perdono 20.290.767 tonnellate di
cibo (oltre venti milioni di tonnellate!!!); tale cifra equivale a 37 miliardi
di euro annuo di spreco (pari al 3% del PIL); con ciò che si butta, potrebbero
sfamarsi, ogni anno 44.472.914 persone, pari ai ¾ della popolazione italiana.
Siamo ancora convinti che i bambini muoiono di fame perché Dio è ingiusto,
brutto e cattivo, e dà la ricchezza a pochi facendo morire di fame altri?...
San Giovanni Maria
Vianney, dopo aver elencato i cinque modi “alternativi e (per lo più)
sconosciuti con cui si può bestemmiare, passa a citare espressamente
l’insegnamento di un altro grandissimo santo e teologo della Chiesa cattolica:
san Tommaso d’Aquino. Egli approfondisce il tema della bestemmia come “parola
ingiuriosa o oltraggiosa rivolta contro il buon Dio, la Madonna e i santi”; il
che potrebbe far semplicisticamente pensare alla bestemmia comunemente
proferita come volgarità rivolta in modo ingiurioso contro Dio o i santi. In
realtà, come vedremo subito, le cose non stanno esattamente così. Il santo
curato infatti elenca quattro modalità di ingiuriare o oltraggiare la divinità
ben più raffinate della becera bestemmia da osteria:
1) Per affermazione, dicendo: “il buon Dio è
crudele e ingiusto
nel permettere che soffra tanti mali, che sia calunniato in
questa
maniera, che perda quel denaro o quel processo. Ah, come sono
sfortunato! Tutto va in rovina a casa mia, non posso avere
niente, mentre tutto
riesce a casa degli altri!”.
2) Si bestemmia quando si dice che il buon Dio
non è
onnipotente e che si può fare qualche cosa senza di lui;
3) Si bestemmia quando si attribuisce ad una
creatura ciò che è
dovuto soltanto a Dio;
4) Si bestemmia dicendo: “Ah, S… N… di D…!” Che
orrore!
Qualche breve
considerazione su queste ulteriori modalità non molto conosciute di
bestemmiare. Pensiamo alla prima: quante volte si sente dire che Dio è ingiusto
nell’aver fatto morire un bambino, nell’aver permesso quell’incidente, o nel
non avermi donato la vita che desideravo… Un peccato antichissimo, che affonda
le sue radici nelle numerosi e gravi mormorazioni contro Dio che, a suo tempo,
lanciarono gli Israeliti durante la quarantennale peregrinazione nel deserto,
dopo l’esodo dall’Egitto. Si tratta di una cosa più seria di quanto si pensi,
perché costituisce un vero e proprio giudizio o atto di accusa contro
l’Altissimo, che invece tutto dispone, sempre, per il nostro bene, cosa di cui
non dobbiamo assolutamente dubitare soprattutto se ci troviamo in stato di
grazia, ricordando le parole dell’Apostolo delle genti secondo cui “tutto concorre al bene di coloro che
amano Dio” (Rm 8,29). Dunque la malattia della “lamentosi”, che causò agli
Israeliti il tormento dell’essere morsicati dai micidiali serpenti velenosi (cf
Num 21,1-10), è più grave di quel che comunemente si pensi. E’ come se si
dicesse a Dio di aver fatto male tutte le cose, dimenticando che la nostra
mente piccola e le nostre vedute ristrette dovrebbero semplicemente vergognarsi
di competere con Colui che tutto sa, tutto può e soprattutto tutto dispone per
il bene nostro e di tutto, come dobbiamo sempre fermamente credere anche quando
le circostanze dovessero divenire completamente avverse e infauste.
Anche negare
l’onnipotenza di Dio è una forma di bestemmia, così come contraddire a quel
luminoso insegnamento di Gesù (cf Gv 15,5) secondo il quale “senza di Lui non
possiamo fare nulla” (non “molto” e
nemmeno “poco”). Il problema dell’esistenza del male non lo si risolve negando
l’esistenza di Dio (“c’è il male, dunque Dio non esiste altrimenti lo
impedirebbe”) o bestemmiandolo (“Dio non toglie il male, dunque è cattivo”), ma
ricordando la libera volontà degli esseri creati e soprattutto l’esistenza e
l’azione di colui che nelle promesse battesimali chiamiamo “l’origine e la
causa di tutti i mali”.
Anche attribuire ad
una creatura titoli divini (cosa non troppo infrequente oggi), in maniera
esplicita ma anche implicita è un’ulteriore grave oltraggio rivolto alla divina
maestà. Non è raro oggi vedere, per esempio, il qualche concerto rock
striscioni che attestino il “tributo di vera e propria adorazione” reso da
alcuni “fans” ai propri sciagurati idoli. Simili esagerazioni blasfeme possono
capitare con l’attore o l’attrice di turno, con la squadra o il calciatore
preferito, o col politico più in voga.
Infine c’è quella
misteriosa frase che il santo Curato non osa trascrivere, per la delicatezza
straordinaria tipica di tutti i santi, che sembrerebbe poter essere letta
semplicemente come un’imprecazione (attribuendo alla “s” “santo”, alla “n”
“nome”, e alla “D” maiuscola “Dio”). In effetti anche l’attuale catechismo
avverte circa la necessità di astenersi da simili frasi, perché quand’anche non
fossero accompagnate da intenzione di bestemmia, costituiscono comunque una
specie a se stante di peccati. Se si pensa all’esclamazione inorridita con cui
il santo chiosa l’espressione puntata e la si confronta con la faciloneria
leggera con cui anche non pochi fedeli usano queste espressioni, si troverà
senza dubbio molto ampia materia di meditazione per le nostre coscienze
grossolane e indelicate…
[1] Il
testo integrale dell’omelia si trova nel testo Giovanni
Maria Vianney, Importunate il buon
Dio, Città Nuova, 2009
[2]
Per leggere l’intero articolo e le sue agghiaccianti cifre, cliccare sul link: http://www.parrocchiasanmichele.eu/download/category/26-raccolta.html?download=727%3Al-oltraggio-del-cibo-sprecato
