Con ogni suo atteggiamento, durante la sua Passione, Gesù detta lo stile inconfondibile del Cristiano, il quale deve interiorizzare il modo di agire e reagire del Maestro: il suo parlare e, soprattutto, il suo tacere, il suo soffrire e, soprattutto, il suo offrire, il suo pregare e, soprattutto, il suo perdonare
“Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Era come un agnello condotto al macello, come pecora muta dinanzi ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (53,7). Questo stupendo versetto del quarto canto del servo di Jahvè del profeta Isaia, che risuona nella liturgia austera e solenne della Chiesa nella celebrazione della Passione del Venerdì santo, dovrebbe essere, specie in questi tempi di grida, chiacchiere, insulti, proclami e schiamazzi massmediatici, lungamente meditato, interiorizzato e compreso nella sua portata salvifica, nel suo dettare uno stile inconfondibile dei veri servi e discepoli di Gesù, che non sono più grandi del Loro Maestro e nel loro agire non possono e non devono far altro che seguire le orme del Divino Redentore, dinanzi al quale ogni ginocchio deve piegarsi in cielo, sulla terra e sotto terra ed ogni intelletto deve fissarsi, leggendo nel libro aureo della sua Passione l’unica e vera scuola di perfetta santità da apprendere e praticare senza distinguo, senza “se”, senza “ma”, senza “perché”, senza “ma come”, senza “e poi” o altre speciose e pretestuose obiezioni.
Seguire la Passione di Gesù notando i suoi lunghi silenzi, interrotti solo da pochissime e appropriate parole, è assai edificante per tutti. Gesù tace nel Getsemani e parla solo per invocare dal Padre la forza di adempiere i suoi doveri; per esortare i suoi a perseverare nella preghiera per non essere travolti dalle forze del male; dinanzi ai soldati con il “sono io” per dimostrare che non potevano nulla contro di Lui, ma solo per Sua volontà e permissione poterono mettergli le mani addosso e catturalo; rimprovera Pietro per averlo voluto difendere con mezzi umani e risana miracolosamente la vittima della violenza dell’apostolo impulsivo.
Gesù tace lungo tutto il tragitto che lo condusse prima da Anna, soffrendo una marea di inaudite violenze ed angherie da parte degli sgherri e dei soldati, prendendo tutto senza fiatare. Non risponde alle false testimonianze nemmeno una parola. Parla per dire che, come figlio della Luce - che Egli è ed era - non aveva mai avuto nulla da nascondere e che la Sua dottrina era nota a tutti e ne riceve un violentissimo schiaffo. Dolcemente cerca di far riflettere l’incauto e violento soldato che aveva compiuto un gesto del tutto gratuito e ingiustificato, a cui ovviamente non oppone alcun’altra reazione. Parla per testimoniare l’unica Verità che poteva segnarne la pretestuosa condanna a morte, cioè che Egli era (ed è) veramente il Figlio unigenito del Padre, prima di chiudersi in un nuovo silenzio. In quel silenzio riceve schiaffi, sputi a non finire, ascolta grida, bestemmie, prende calci e pugni, tiramenti di capelli e strappamenti di barba, lazzi e giochi di scherno come la bendatura per vedere se, da Figlio di Dio quale aveva detto essere, vedeva chi lo stava percuotendo pur avendo gli occhi velati. Anche dinanzi al rinnegamento triplice di Pietro, che pur aveva dolcemente profetizzato durante la Santa Cena, reagisce con un silenzioso e penetrante sguardo di ferito amore, provocando il pentimento del principe degli apostoli. In silenzio trascorre le ore della prigionia, dove subisce ulteriori violenze, angherie, mortificazioni e umiliazioni di ogni genere. Lo portano da Pilato. Non si discolpa dalle accuse, dice pochissime parole solo per aiutare la coscienza di quel pagano corrotto a rendersi conto della verità. Lo mandano da Erode. Silenzio assoluto dinanzi a chi, corrotto, provocatore e peccatore, non meritava parola. Riceve in silenzio la veste da pazzo. Torna da Pilato così vestito. Riceve in silenzio la condanna alla flagellazione e durante quell’inumano supplizio non apre bocca. Riceve la terribile incoronazione di spine, seguita da nuovi sputi, scherni, canna in mano e porpora beffarda sulle spalle. Silenzio. Viene presentato da Pilato con l’Ecce Homo. Nessuna pietà da parte di nessuno. Grida inferocite di chi lo vuole morto. Silenzio. Viene posposto a un criminale. Silenzio. Riceve l’ingiusta sentenza di morte da chi non vuole assumersi la responsabilità di liberare un innocente. Silenzio. Abbraccia e bacia la croce in silenzio ed in silenzio percorre la via dolorosa, anche quando incontra la Sua Madre Addolorata, anche quando riceve la delicatezza della Veronica. Lo rompe solo per rettificare il dolore e il pianto delle pie donne, ricordando che c’è solo un male da piangere: il male del peccato, aborto prodotto dalla volontà umana, che è la causa di tutto quel Suo immane dolore e di quello della Sua benedetta Madre. Lo spogliano nel più assoluto silenzio, lo inchiodano violentemente alla croce, che capovolgono per ribattere i chiodi, piantano con violenza estrema e innalzano senza alcuna pietà per il Condannato. Silenzio. Vomitano una marea di bestemmie, sfide e provocazioni al Crocifisso. All’inizio silenzio. Poi, da parte di Colui che poteva scendere dalla Croce in un nano secondo e fulminare con un solo atto di volontà quell’avanzo di suburra presente al Calvario, esce la prima parola di perdono e giustificazione. Poi una parola di perdono per il buon Ladrone. Poi la prima consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria nelle parole dette a san Giovanni e alla sua Madre. Poi ila proclamazione del senso della sua missione: la sete della salvezza delle anime. Poi l’incipit del salmo 21, profezia puntualissima di ogni suo dolore. Poi l’affidamento fiducioso al Padre. E infine l’ultima Divina Parola: “missione compiuta”.
Quale missione? Prendere su di Sè tutto il male, offrirlo in silenzio e accompagnare con l’ininterrotta preghiera, in unione assoluta con la Volontà del Padre, tutto il suo immane soffrire. Con poche parole, sempre buone, garbate, santissime, di verità, di amore o di perdono.
Stiamo assistendo, in questo tempo, nel mondo e nella Chiesa a tante urla, proclami, dichiarazioni di chi si sente paladino della verità e del bene ed investito della missione di farli trionfare a qualunque costo, non escluso la pubblica messa al bando del prossimo, la denuncia di angherie (vere o presunte) con tanto di nomi e cognomi, l’esortazione a rivoluzioni varie e gesti estremi, ravvivando - forse inconsciamente - la favola (blasfema) che vede Gesù come un rivoluzionario. Non intendo certamente fare prediche e morali, dinanzi al Divino Spettacolo del Venerdì santo. Questo articolo vuol solo essere un aiuto alla contemplazione. Mi chiedo soltanto: è questo lo stile di Gesù? A mio avviso NO! Il mondo e la Chiesa si cambiano soffrendo in unione con la volontà di Dio, accettando umiliazioni, scherni, percosse e offrendo tutto, nel silenzio della volontà orante e unita con la Divina Volontà, al Padre. Facendo la volontà di Dio. Pronunciando parole di verità e di perdono, senza colpire o accusare nessuno, ma solo in fedeltà e ottemperanza al Bene. Non preoccupandosi se tutto va a rotoli o se si deve perdere la vita. Il Padre non si era sbagliato quel Venerdì, né stava dormendo: attendeva che tutto fosse compiuto, che il male gongolasse nell’illusione della vittoria, per sferrargli la beffa della totale sconfitta. “Il mio Cuore Immacolato trionferà”. Fu detto cento anni fa dalla Madonna a Fatima. Accadrà. Senza dubbio. Forse quando il male avrà ancora di più attecchito e incrudelito. Ma come avverrà questo? Grazie ai molti figli di Maria che molto hanno pregato, molto si sono sacrificati, molto hanno riparato, molto hanno offerto e poco e a proposito hanno parlato, sempre per la verità e il bene senza essere contro nessuno. In essi, non in altri, la risurrezione già opera. Il Cuore Immacolato ha già trionfato. L’alba di un nuovo giorno è già sorta.
