Tutti sono pronti ad ammirare un uomo o una donna “forte”, ma cosa rende tale fortezza virtù, e quindi ammirata anche da Dio? La virtù della fortezza, per essere tale, deve reprimere il timore e regolare l’audacia. In essa infatti si può mancare per difetto o per eccesso.
La terza virtù cardinale è la fortezza. Le più belle definizioni di questa importante e affascinante virtù vengono da alcuni grandi pensatori pagani. Cicerone la definì come il “deliberato esporsi a pericoli e disagi”, mentre Andronico disse che lo fortezza è “la virtù dell’irascibile che non si lascia spaventare dal timore della morte”. La virtù della fortezza ha come oggetto la rimozione degli ostacoli a compiere il bene causati dalla presenza di difficoltà incombenti che trattengono la volontà impedendole di agire, soprattutto il pericolo della morte, ma anche il timore di altri danni o guai che potrebbero derivare dall’operare secondo virtù. Questa operazione la virtù della fortezza la compie reprimendo il timore (perché sia vinto e superato) e moderando l’audacia. L’atto proprio e principale della fortezza è dunque il resistere al pericolo, vincendo il timore; l’atto secondario e subordinato è regolare l’audacia. La più importante manifestazione di questa virtù, potremmo dire l’atto di fortezza per antonomasia, è il martirio, mediante il quale un cristiano preferisce farsi uccidere che tradire la verità (cioè la fede) o rinnegare la giustizia (mancando alla carità), compiendo in questo modo il più perfetto degli atti umani in quanto massimo segno dell’ardente carità (Gv 15,13). Per mezzo di questa mirabile virtù, viene dunque vinto il timore, che insieme alla tristezza è la passione che più propriamente può dirsi tale e quindi difficilmente vincibile. Essa, infatti, conferisce una tenacia invincibile (o fermezza) nel perseguire il bene anche di fronte al più grave dei timori - che è quello della morte - e quindi anche di tutte le altre possibili forme di sofferenza fisica (dolori corporali) e spirituale (abiezione). Si manifesta soprattutto nei casi imprevisti anche se, ordinariamente, l’uomo forte prevede i pericoli e si prepara ad affrontarli. L’uomo forte propriamente non gode nel compiere gli atti di fortezza (farsi ammazzare, incarcerare, flagellare, percuotere, ingiuriare, calunniare, disonorare, etc.), ma il godimento della virtù compiuta (grazie all’esercizio della fortezza) impedisce all’anima di farsi vincere dalla tristezza sensibile e di farsi sopraffare dai dolori fisici. Si può mancare alla virtù della fortezza, come a tutte le virtù, per difetto o per eccesso. Da ciò derivano i due vizi opposti alla virtù della fortezza in quanto tale: la viltà (o paura) e l’audacia (o temerarietà). La viltà (o paura) è peccato quando è disordinata, cioè quando per paura di certi mali l’uomo si astiene dal perseguire dei beni che devono essere perseguiti. E’ peccato veniale quando la volontà non dà il consenso, mortale quando la volontà dà il consenso a tralasciare per paura (ad esempio di soffrire qualche pena nel corpo) l’osservanza della legge di Dio. Non c’è peccato quando si tollera un male minore per sfuggire ad uno maggiore (per esempio, per conservare la vita si lascia che i ladri rubino davanti ai propri occhi); nel caso contrario (accettare un male maggiore per evitare un minore) si ha peccato, ma solo veniale, perché la paura diminuisce notevolmente la volontarietà. L’audacia (o temerarietà) è la mancanza di retta considerazione dei pericoli, per cui i temerari sono baldanzosi ed impetuosi prima che sopravvengano i pericoli, ma poi, quando arrivano, scappano. Esattamente il contrario fanno i forti, che sanno regolare l’impeto dell’affrontare le cose ostili proprio dell’audacia. Molto affine all’audacia è la spavalderia (o insensibilità al timore), ossia il vizio per mezzo del quale non si teme ciò che va temuto. Il forte infatti non è colui che non teme nulla, ma colui che sa vincere il timore (perfino il più grande) in nome della virtù da compiere.
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La magnanimità è la tensione della
volontà verso il
conseguimento di cose grandi e degne di particolare onore. Secondo san Tommaso
d’Aquino, il magnanimo ha cinque proprietà: non ricorda i benefici ricevuti, perché largheggia nel contraccambiare e nel dare, eccellendo
nella gratitudine; è “ozioso e tardo”, non nel senso negativo che
ordinariamente si dà a questi termini, ma in quello positivo consistente nel
suo
non voler intromettersi in ogni faccenda, anche che lo
riguardi, ma solo in quelle più eccellenti; si serve dell’ironia, poiché cela la sua grandezza - senza mentire né simulare - facendosi modesto con
quelli di media condizione; non sa convivere se non cogli amici veri, perché rifugge ed aborrisce l’adulazione e la simulazione; preferisce le cose infruttuose a quelle belle
e fruttuose, nel senso che persegue e
antepone sempre e comunque ciò che è bene a ciò che è utile. Rientrano nelle
dotazioni del magnanimo anche la fiducia, intesa come speranza ferma e tenace di conseguire le cose degne di onore e la sicurezza, attitudine interiore grazie alla quale non si cede né davanti al turbamento dell’animo, né agli uomini, né alla sfortuna. “Il magnanimo è
aperto nell’amore e nell’odio e parla e opera apertamente” (S. Th., I-II, q. 48, a. 3, ad 2).
Si oppone a questa splendida virtù anzitutto
la presunzione, atteggiamento vizioso di chi intraprende cose grandi ma
superiori alle proprie forze (cf Sal 130), mentre il magnanimo non lo fa mai: eccede senz’altro nella grandezza delle cose perseguite, ma non nel
ponderare la proporzione di esse alle proprie capacità. Si badi che non è affatto
presunzione cercare di compiere azioni virtuose sotto il pretesto del fatto che
l’uomo, senza l’aiuto della grazia, non può compierle, perché ciò che si può con l’aiuto di altri è in qualche modo in
potere dell’agente. Il giusto e il
santo sono consapevoli che senza la Grazia non si può fare nulla di buono, ma
sanno anche che essa non manca a chi la chiede, si dispone a riceverla e usa i
mezzi e pertanto si regolano secondo il celebre adagio di sant’Ignazio di
Loyola: “Fa’ come se tutto dipendesse da te, sapendo che niente dipende da te”.
E’
presunzione, invece, non seguire l’ordine nelle fasi di crescita nella virtù e quindi agire sconsideratamente
senza la “legge della gradualità” (per
esempio, voler agire come i perfetti pur avendo una virtù imperfetta). Una
particolare specie (gravissima) di presunzione è quella di salvarsi senza
meriti, che, come è noto, è anche uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo. Questa forma di presunzione, che esclude dalla possibilità di raggiungere l’eterna
salvezza (come tutti i peccati contro lo Spirito Santo), eccede la proporzione
nella moderazione che si deve avere nella pur doverosa fiducia nella divina
Misericordia ed eccede la condizione di natura creata nel disprezzo della
divina Giustizia, che omette totalmente di prendere in considerazione e pensa
di poter impunemente “bypassare”.
Alla magnanimità si oppongono anche l’ambizione,
la vanagloria e la pusillanimità. L’ambizione è la brama disordinata
dell’onore, avente tre specie:
cercare l’onore per un’eccellenza che non si ha; non riferire le proprie reali eccellenze alla
loro Fonte (che è Dio); non ordinare le proprie eccellenze al bene altrui (che è
il motivo per cui Dio le dona) ed è sempre vizio molto grave.
La gloria è una certa chiarezza e splendore pubblicamente riscontrabile e lodata, a
cui l’uomo naturalmente tende, per
cui il desiderio della gloria, di per sé, non è certamente un male. E’ invece
un male cercare la gloria vana (inutile) che è tale sotto tre aspetti: per il suo oggetto, quando si
cerca la lode in cose fragili e caduche; per essere ricercata presso gli
uomini, il cui giudizio di lode non è certo, anzi è sempre fallace e
imperfetto; per il fatto che non è ordinata al debito fine, ossia all’onore di
Dio e al bene del prossimo. Può essere un peccato mortale quando cade su un
oggetto direttamente contrario all’amore
di Dio (come per esempio preferire i beni temporali alle eterne ricompense, oppure la testimonianza degli uomini a quella di Dio), oppure quando sia
realmente il fine ultimo dell’agire
(agire solo per ottenere gloria propria e personale); altrimenti è un peccato
veniale. La vanagloria, ha a sua volta, sette figlie: la millanteria (aumentare
la parvenza di eccellenza con parole false), la pretesa di novità (atteggiamenti originali
tali da attirare l’attenzione),
l’ipocrisia (atteggiamenti esterni, comunemente lodati, ma falsamente ostentati), la pertinacia (difesa
ostinata delle proprie idee e rifiuto di accettare un consiglio altrui), la discordia
(rifiuto di abbandonare i propri pareri in nome della comunione), la contesa
(polemica con il prossimo) e la disobbedienza (rifiuto di obbedire ai
propri superiori).
La pusillanimità, infine, è l’esatto contrario della presunzione, in quanto il pusillanime rifiuta di
tendere, per paura e viltà, a cose che sarebbero del tutto proporzionate alle sue forze, pur essendo ardue. Ne rappresenta
un emblematico esempio l’evangelico servo che
nasconde il talento sotto terra, misconoscendo le proprie capacità. Effetto molto comune della
pusillanimità è la pigrizia, unitamente all’accidia e all’ignavia. Come si evince dal brano evangelico (e dai danteschi gironi infernali
degli ignavi), non bisogna incautamente e frettolosamente sottovalutare la
portata di negatività che porta in sé questo vizio e la sua capacità di
compromettere l’eterna salvezza.
