Senza la presenza di questa virtù, l’ultima delle quattro virtù cardinali, diverrebbe impossibile il compimento di qualunque atto virtuoso. Importante è quindi comprendere bene quale è il suo oggetto, cosa vuole moderare, e qual è il vizio opposto.
La quarta virtù cardinale è quella della temperanza.
Secondo il grande dottore sant’Agostino, è “la virtù che modera l’uso dei beni
e dei piaceri sensibili, impedendo l’affetto e il desiderio di essi per se
stessi e servendosene nei limiti delle necessità della vita presente”. Per questa virtù, che è l’ultima in ordine di importanza
delle sette virtù cristiane, sembra quanto mai adatto il celebre aforisma di
Gesù, secondo cui “gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi” (Lc
13,30). Come presto vedremo, infatti, senza la presenza di questa virtù (e di
tutte le sue parti e virtù connesse), diverrebbe impossibile il compimento di
qualunque atto virtuoso, oppure perderebbe larga parte della sua bellezza e
meritorietà. L’oggetto di questa virtù, infatti, è la rimozione degli ostacoli
a compiere il bene causati dalla presenza di beni dilettevoli che attraggono la
volontà, distogliendola dal bene da compiere. è
dunque evidente che se la volontà rimanesse irretita nel mare dei piaceri
sensibili e dilettevoli, non compirebbe nessun atto di virtù! Compito della
temperanza, invece, è anzitutto frenare la forza attrattiva dei piaceri e delle
concupiscenze e, inoltre, regolare e moderare le tristezze e i dolori che
nascono dall’assenza di tali beni e piaceri sensibili.
I piaceri frenati da questa piccola ma grande virtù sono
propriamente e principalmente quelli del tatto e del gusto: piaceri sessuali,
cibo e bevande e, secondariamente, quelli degli altri sensi (vista, odorato e
olfatto). Ovviamente è compito della temperanza non eliminare del tutto il
piacere naturalmente insito nei beni sensibili e dilettevoli (il gusto nel
mangiare, il piacere venereo, il diletto legato alle immagini, ai suoni, agli
odori, etc.), ma solo condurne a farne l’uso strettamente necessario per la
vita presente, imponendo la dovuta moderazione e impedendo di amare
questi beni bassi come se fossero il fine ultimo e il motivo principale della
vita, che mai può coincidere con nessuna forma e nessun tipo di piacere
sensibile, con buona pace di Epicuro e di tutti i suoi (stolti, ma oggi assai
numerosi) seguaci.
Parti strettamente integranti della quarta virtù cardinale
(la cui presenza, cioè, è necessaria per l’esistenza stessa di questa virtù)
sono la vergogna e l’onestà. La vergogna è da intendersi
non in maniera vaga o naturalistica, ma nel senso ben specifico del timore
delle cose turpi, indecenti e deplorevoli, che spinge ad aborrirle, detestarle
e fuggirle. Porta dunque ad astenersi da alcuni vizi direttamente opposti a
questa virtù per la vergogna che ne consegue, come la vergogna a mostrarsi
ubriachi, ad esporre il proprio corpo alla vista altrui, etc. La vergogna - che
è propriamente una passione da indirizzare verso il suo giusto oggetto - è funzionale
alla temperanza; ovviamente quando è indirizzata, come appena detto, verso il
suo giusto oggetto, perché, per esempio, vergognarsi di Gesù o delle sue parole
(cf Lc 9,26), lungi dall’essere atto virtuoso, costituisce ben serio e
riprovevole peccato. L’onestà è invece l’amore verso tutto ciò che è bene
e virtuoso, anzitutto dal punto di vista intellettuale e spirituale, ma senza
escludere il piano dell’utile e del dilettevole che, in quanto rettamente
considerati e moderatamente perseguiti, rientrano senz’altro nella categoria
del bene, quanto meno naturale. San Tommaso d’Aquino nota acutamente che nell’onestà
confluiscono, quanto a meno a livello pratico, il bene, il bene, l’utile e
il dilettevole, pur rimanendo tra loro, distinti (nel senso che non tutto ciò che
è bello, utile o piacevole per il singolo è, ipso facto, onesto, ma lo è
solo quando è oggettivamente tale).
Il vizio formalmente opposto alla temperanza in quanto
tale è l’intemperanza, cioè il desiderio di godere di tutti i piaceri
sensibili senza alcun freno. Si tratta di un vizio volontario in senso forte e
quasi assoluto e quindi i suoi atti, in quanto sempre pienamente volontari,
producono sempre danni gravi (un peccato produce tanto più male in chi lo
compie e anche al di fuori di lui, quanto più è volontario) e degradano l’uomo
rendendolo simile alle bestie (il cui unico diletto in questo mondo è godere
dei piaceri sensibili, gli unici proporzionati alla loro condizione e da esse
fruibili). Oltre che degradanti gli atti dell’intemperante sono anche
sommamente disonoranti, perché i piaceri del tatto - si badi che anche il gusto
è una forma particolare di tatto - sono
quelli che offuscano al massimo la luce della ragione, rendendo l’uomo incapace
di compiere qualsivoglia atto di virtù. In questo senso l’intemperanza diventa
sinonimo di turpitudine e conduce l’uomo al degrado e alla dissolutezza.
